REALE DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE VENEZIE MISCELLANEA DI STUDI E MEMORIE - VOLUME IV. - PERCY GOTHEIN ZACCARIA TREVISAN IL VECCHIO LA VITA E L'AMBIENTE VENEZIA LA REALE DEPUTAZIONE EDITRICE 1942 - XX MISCELLANEA DI STUDI E MEMORIE VOLUME IV. REALE DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE VENEZIE MISCELLANEA DI STUDI E MEMORIE ===== VOLUME IV. ====== PERCY GOTHEIN ZACCARIA TREVISAN IL VECCHIO LA VITA E L'AMBIENTE VENEZIA LA REALE DEPUTAZIONE EDITRICE 1942 - XX PADOVA - TIPOGRAFIA DEL SEMINARIO - 1942-XX Capitolo I. ORIGINI, STUDI E ANNI D'INSEGNAMENTO A BOLOGNA Zaccaria Trevisan nacque nel 1370. Non avremmo potuto stabilire con esattezza questa data, se il suo discepolo Francesco Barbaro, nel 1414, allorquando il maestro, nel gennaio, morì, non ci avesse detto che quello aveva 43 anni (1). Zaccaria apparteneva ad una buona famiglia popolare, non faceva quindi parte per nascita del patriziato veneziano. La sua infanzia però (e ciò sarà significativo per la direzione della sua vita) venne implicata in quella lotta decisiva dalla quale la sua patria uscì vittoriosa, più forte e potente. Quando il Trevisan aveva dieci anni, Venezia corse un grandissimo pericolo, che minacciò persino la sua esistenza. Era circondata da tutte le parti da nemici. Dalla Terraferma la minacciavano, nella vicina Padova, i signori di quella città: i Carraresi. Al nord, nel Friuli, s' era formata una lega antiveneziana alla quale aveva aderito anche il Patriarca d' Aquileia. In Dalmazia guerreggiava contro Venezia il re d'Ungheria, ma il nemico, anche allora, più temibile rimaneva pur sempre 1' altra potenza marinara che rivaleggiava con Venezia, la repubblica di Genova, la quale con la sua flotta era penetrata nel Mar Adriatico, ossia nel cuore della sua rivale e s' era stabilita nella laguna di Chioggia. Tatti questi luoghi, ora teatro (1) Francisci Barbari Epistolae ed. A. M. Quirini Brixiae 1743, p. 189. s di guerra, li ritroveremo poi quale palestra dell' azione del Trevisan. Urgendo il bisogno, alcune ricche famiglie popolari si fecero avanti e, come avevan fatto le antiche liturgie ateniesi, armarono privatamente navi da guerra,, le equipaggiarono a loro spese e le misero a disposizione della patria minacciata. Qualcosa di simile era avvenuto anche nell' antica Repubblica Romana, allorquando, durante le guerre puniche, venne allestita una flotta a spese di alcune famiglie romane. Tra questi benemeriti popolari veneziani si trovò pure il nonno di Zaccaria, Paolo Trevi- san (1). Sostenuta dal sacrificio dei suoi cittadini Venezia potè difendersi dalla stretta mortale, e trionfare in una vittoria navale, che le permise di stipulare a Torino una pace discreta. La nobiltà veneziana si sentì obbligata a ricompensare i meriti veramente non comuni di quelle famiglie in un modo pure straordinario, e le elevò al patriziato. Il padre di Zaccaria si chiamava Giovanni e dimorava nella parrocchia di S. Eustachio (2). Siamo all' oscuro di quanto riguarda 1' infanzia di Zaccaria, se ne comincia ad intraveder qualcosa solo nella sua prima gioventù. Dal ventesimo al ventisettesimo anno è provato che Zaccaria era a Bologna, prima studente, poi docente in quella celebre università. Ancora studente ci appare già una personalità assai stimata da altri uomini eminenti. Primo (1) Capellari, II Campidoglio veneto, Cod. Marc. ital. CI. VII, 15-18. La famiglia dei Trevisan originaria d' Aquileia, era poi passata a Treviso e di qui nell' Vili secolo emigrata a Venezia. Il nonno di Zaccaria, Paolo Trevisan di S. Stae, figliuolo di Giovanni, capo di una linea non compresa fra le famiglie patrizie al momento della «serrata» del Maggior Consiglio, insieme con Giacomo e Marco suoi fratelli, tutti patroni di navi, offerse alla Signoria ducati 400 per la paga di un mese di 50 ballestrieri a ducati 8 e inoltre si esibiva di pagare per un altro mese 150 uomini da imprestidi fino a guerra finita offrendo anche le proprie persone. (2) G. Degli Agostini, Scrilt. veniz. I, 310. 9 documento è una lettera del 6 marzo 1391 indirizzatagli dall'umanista Pier Paolo Vergerio, che in quel tempo, nel- 1' Italia settentrionale, eccelleva fra tutti (1). La lettera è assai vivace e ci permette uno sguardo sui rapporti che, in quegli anni .esistevano fra i giovani di elevate aspirazioni. Questi due si erano conosciuti ed avevano stretto amicizia già da qualche tempo. Vergerio si era allontanato dalla sua città natale, Capo d'Istria, che non gli offriva più nulla per il suo ulteriore sviluppo spirituale, e aveva preso a girovagare per l'Italia in cerca ovunque di personalità significative. Egli stesso ci descrive in questa lettera in che modo procedeva; non appena, arrivava in una città s'informava subito se vi erano delle persone celebri, che si fossero distinte per la loro cultura o la loro vita. Se ve ne erano, non si sgomentava al pensiero di cercarsele da solo, e senz'altro affrontarle. In questa guisa aveva fatte molte preziose conoscenze e sperava di aver acquistato pure la perenne amicizia di Zaccaria Trevisan. Sembra però - almeno dalla lettera - che egli abbia esitato alcun poco a fare il secondo passo, quale cittadino oriundo di una città suddita, verso un nobile veneziano, chè questi erano giovani di grandi pretese. Mette perciò di proposito Zaccaria alla prova, onde quegli possa dimostrare la saldezza della sua amicizia, e scoprire ad un tempo nell'amico qualche manifesto difetto : lascia così aspettare lungo tempo la risposta alla lettera, malgrado avesse promesso di scrivere immediatamente; ma vuol vedere, in codesto caso insignificante, quale contegno assuma Zaccaria. Con sua grande gioia l'amico esce vittorioso dalla prova, chè continuano ad arrivare a Pier Paolo da tutti i viaggiatori di passaggio saluti per incarico di Zaccaria. Questo basta al Vergerio per convincerlo dei sentimenti di un' amicizia solida e benevola del Trevisan a suo riguardo. Inoltre il nostro umanista si era pure informato quale impressione (1) Epistol. di P. P. Vergerio ed. L. Smith, (Ist. stor. Hai. per il Medio Evo. Fonti, tom. 74, Roma, 1934, pagg. 58-61, ep. XXX). 10 avesse lasciato Zaccaria a Padova, e prima di tutti dal medico Magister Nicola de Zessis che si era laureato un anno prima a Padova e che era rimasto da quel tempo amico stimato del Trevisan. Da questo « esperto conoscitore di caratteri e di uomini» ricevette Ci) le migliori informazioni: « Molte e grandi cose mi disse di te con tanta fede e gravità che io dovetti crederne di maggiori e sperarne di più alte ». Dopo tutti questi approcci si risolve infine a scrivere la lettera; ed è così consapevole del grande significato del momento in cui va stringendosi codesto nodo, che prega l'amico di conservare la prima testimonianza della reciproca simpatia, così come lo raccomandano sempre i saggi all'inizio di ogni nuova amicizia: le buone fondamenta la fanno duratura e salda. Primo comandamento sarebbe ben conoscersi subito reciprocamente. Dopo che Pier Paolo si è minutamente assicurato della fama di Zaccaria, passa ad altro. Onde aiutarlo, il Vergerio si presenta disegnando i tratti del proprio carattere. Questo documento, del come gli uomini di allora vedevano sè e le proprie disposizioni, è per noi particolarmente importante. Ci offre d'altronde anche qualcosa dell'atmosfera nella quale respirarono il Trevisan ed il Vergerio nei loro anni giovanili. Nel Vergerio, ch'era uno spirito eminentemente pedagogico, come lo dimostra il suo capolavoro De ingenuis moribus, spicca in questa caratterizzazione la tendenza all'autoeducazione. Due sono gli atteggiamenti della tradizione umanistica: amore estremo per la virtù (amor quidam eximius ad virtutem) e venerazione per gli uomini probi e saggi, onde, dai rapporti con loro, divenir nella vita migliori e più sapienti. Questa lettera costituisce già un importante punto di riferimento per la vita di Zaccaria Trevisan. Tuttavia accadde a lui come a molti altri veneziani (2) che la poli- (1) Notizie sopra la vita del medico Nic. de Cessi v. Smith, /. e, pag. 59 (2). Cf. anche qui pag. 41 fine. (2) Lo stesso avvenne nell' atteggiamento di Frane. Barbaro in confronto di Francesco Sforza una volta condottiero di Vene- 11 tica della patria a volte intralciasse le amicizie personali. In ciò vediamo il buon motivo per cui, dopo tanto promettente inizio, tutto finì in niente. Si può provare che i due si trovarono nella stessa epoca a Bologna e Firenze; e così pure che vi s'incontrarono. Ma il Vergerio era al servizio della casa dei Carraresi, nemica della Repubblica veneta, e le rimase fedele fino alla sua caduta, mentre il Trevisan, come vedremo in seguito, ebbe una parte importante quando Padova passò sotto il dominio veneziano. Un altro motivo dell'allontanamento dei due deve essere stato il fatto che il Vergerio prese le parti del Patriarca d'Aquileia contro Venezia, appartenendo la sua città natale, Capo d'Istria, alla giurisdizione Aquileiese, mentre il Trevisan era proposto, da parte veneziana, quale Patriarca d'Aquileia. Pur tuttavia, malgrado la lontananza, i due amici rimasero fedeli, chè, ancor alla fine della vita del Trevisan sentiamo in Dalmazia da un amico comune, come il nostro veneziano s'interessasse alla sorte ed ai piani dell'umanista istriano. La lettera al Vergerio è l'unico documento rimastoci dell'epoca studentesca del Trevisan. Essa prova come egli nel 1391 non studiasse a Padova; ma risulta eh' egli era tuttavia conosciuto in questa città e che quindi prima di allora doveva avervi iniziato i suoi studi. Il motivo per cui Zaccaria Trevisan voltò le spalle alla vicina Padova è da cercarsi nel fatto della tensione dei rapporti fra le due città. Un giurista non poteva prendere in considerazione per i propri studi che Bologna. Trasferitosi colà, Zaccaria per un certo numero di anni continua la sua carriera fuori di Venezia, carriera del tutto differente da quella dei nobili veneziani, che verranno più tardi. Qui è evidente il cambiamento radicale che si verificò da una generazione all'altra. Alla generazione che segue, rappresentante eminente della quale è Francesco Barbaro, sarà proibito per legge di studiare fuor zia e poi duca di Milano e avversario di Venezia, cf. P. Gothein, Fr. Barbaro, Berlin, 1932 passim. 12 di Padova, divenuta veneziana, e di entrare al servizio straniero, come aveva fatto Zaccaria Trevisan. A Bologna Zaccaria s'incontrò con un uomo, il ca-r rattere ed i rapporti del quale col nostro ci sono noti da un epistolario giunto fino a noi. Il suo nome è Pellegrino Zambeccari. Nella sua qualità di cancelliere della città di Bologna si preoccupava del bene dei membri dell' Università, ed egli prese a proteggere anche Zaccaria Trevisan e s'interessò caldamente della sua posizione. In una delle sue lettere commendatizie a Papa Bonifacio IX (della quale ci occuperemo in seguito) dice col suo stile alquanto fiorito quanto segue sul conto di Zaccaria: «.... fra gli altri che riconosciamo degni di esser celebrati per la loio fama, il venerabile e nobil uomo dott. Zaccaria Trevisan di Venezia dottor in legge, verrà ammesso alla vostra presenza, nella speranza di accrescere il fulgore del suo nome. Visse, meritando ogni lode, all'università di Bologna con tanta onestà e gravità e maturità di costumi, che uomo migliore di lui mai pervenne al nostro esame, cosicché venne dichiarato idoneo all'unanimità ed elevato al grado sommo di dottore con l'approvazione generale e senza discrepanza alcuna; e la lasciò con così grande lode che il suo nome s' è fatto tanto chiaro quanto niun altro, che ai nostri giorni sia uscito di qui col grado di dottore » (1). Dalla stessa fonte apprendiamo come il Trevisan appena laureato ebbe un posto di docente come professore di diritto canonico, allo Studio Felsineo. La lettera è datata sul finire dell'anno 1394. Dopo di aver battuto come candidato tutti gli altri concorrenti, eccelle anche come maestro: «Legge ora qui, e supera del doppio nel numero degli scolari gli altri docenti di legge. Ha fama e nome maggiore di qualunque altro dottore che insegni nel nostro Studio » (2). A Bologna i docenti godevano gli stessi pri- (1) Epistol. di Pellegrino Zambeccari ed. L. Frati, Fonti per la stor. d' Italia, t. 40, Roma, 1929. ep. CXXXVI. (2) /. c. ep. CXXXVII. 13 vilegi degli studenti. Godevano cioè di un ribasso sui fitti. Nei tempi più antichi eran pagati per contratto privato dagli stessi studenti. Solo più tardi il governo della città si assunse l'impegno dello stipendio ai docenti. Dovevano far .giuramento dinnanzi ad un rettore scelto nelle file degli studenti. Circa il contenuto delle lezioni, è significativa un'espressione dell'autore della lettera. Egli designa il Trevisan quale provectum in iure canonico. Inoltre nei rotuli per gli stipendi dei professori di diritto di Bologna del 1397, è nominato Zaccaria Trevisan; pare che il suo corso fosse sul decrieto de matina. Si tratta di una parte del Corpus iuris canonici, del Decretum Graiiani, e quel provectum non significherebbe altro che non leggeva pei principianti, sibbene al mattino pei progrediti. Il Decretum si suddivide in tre parti: 1) il jus quod pertinet ad personas che tratta della posizione gerarchica dei preti; 2) il jus quod pertinet ad res et actiones. (Il clero vien qui con le res ecclesiasticae); tratta dei benefizi, dei diritti ecclesiastici, dei redditi, della giurisdizione sul clero, infine dei traviamenti, del matrimonio e della penitenza in quanto oggetti di giurisdizione ecclesiastica; 3) comprende le cose puramente religiose come atti di culto, consacrazione delle chiese, messe, comunioni ecc. (1). Non essendo il Trevisan chierico ma giurista (e più tardi uomo politico) è evidente che non deve aver tenuto il suo corso sulla parte I o III del Decretum Gratiani, sibbene il «.provectum» sia da riferirsi alla parte seconda, parte più propriamente giuridica. Questa congettura - espressa d' altronde anche da altri (2) - tro- (1) Gf. Fried. von Schulte, Die Geschichte der Quellen des kanonischen Rechts I, 62 Stuttgart 1875. (2) Dalla recensione di Lino Lazzarini relativa alle lettere dello Zambeccari (Arch. Ven. 5, serie voi. Vili, pag. 97, 1930). Un' altra spiegazione del « provectum in iure canonico » potrebbe consistere nel fatto che nel corso quadriennale degli studi del diritto, quello canonico oppure lo studio delle decretali non cominciava prima del secondo anno, significando già da sè un grado superiore. 14 verà un buon argomento nell' esempio di una delle sue Disputationes, che non riguarda effettivamente il diritto canonico, sibbene quello ch'oggi si chiama diritto comune privato. Il Trevisan aveva un collega a Bologna: il giurista Petrus de Ancharano che godeva fama internazionale quale arbitro in materia giuridica ed era tenuto in gran conto dalle corti e dai governi di tutta Europa. Tra le sue opere scientifiche trovasi un ampio commento alle Decretali (1), in particolare una Repetitio in capiiulo: canonum statuto., che ci è conservata in parecchi incunabuli. Si richiama ad una disputa in materia giuridica sostenuta dall' Ancharano il 17 gennaio 1405, alla Facoltà di diritto di Bologna. Fra l'altro vi si dice: « Qui si tocca una questione disputata recentemente dall'uomo di profondo sapere Messer Zaccaria Trevisan di Venezia, dottore in entrambi i diritti e famoso cavaliere ». La questione giuridica si aggira intorno ad un caso che riguarda gli statuti cittadini della città di Treviso e la loro validità fuor dei confini della medesima. Una donna di Treviso si è sposata a Venezia. A Treviso però vige un decreto pel quale nessuna donna può stipulare un contratto senza l'approvazione di due parenti uomini. Credendo la detta donna di non esser più soggetta alla legge del suo paese, in quanto si trovava a Venezia, stipulò un contratto senza l'approvazione dei due parenti e giurò secondo la formula usuale eh' ella non contravveniva al Santo Vangelo. Il Trevisan diceva, concludendo: due sono le questioni: la prima se (1) L'accenno nascosto nell' opera dell'Ancarano l'ho trovato nello zibaldone di Morelli, conservato nella Bibl. Marc, di Venezia: Arch. Morelliano Zib. 86, pag. 84. Gli incunaboli dell' Ancarano presso Hain 950 GWK 1627: Petrus de Ancharano In quinque decretalium libros facundissima commentaria... . cum celeberrima repetitione capituli: Canonum statuta de constitutione, Bologna 1580-S1. Cfr. Schulte, /. e, pag. 278; Jòcher Gelehrtenlexikon (1726) dice: Petrus de Ancarano erklart seit 1402 und dann wieder 1407 die Dekretalen in Bologna. 15 un tale statuto vincoli il cittadino quando egli stipula un contratto in paese straniero, la seconda se, dato che un cittadino ha stipulato un contratto in altro luogo e viene chiamato in giudizio, può, nonostante il giuramento prestato, ritirarsi dal contratto. Vi è poi una differenza se il contratto è stato concluso con un suddito dello stesso Stato o con uno non suddito, poiché su quest'ultimo non possono venir estesi i decreti dello Statuto. « Se quindi, pur essendo proibito ad un minorenne, secondo gli statuti di Perugia, di stipular contratti, egli ne stipula uno con un altro perugino fuor della giurisdizione della città, il contratto non è valido ; se però egli lo stipula con un nonperugino allora è valido, sotto condizione però che il nonperugino ignori la proibizione degli statuti perugini». Ancharano chiude così il suo prezioso documento: « Questa differenza la trovò il signor Zaccaria Trevisano mio compare, il quale dopo la disputa qui (a Bologna) sostenuta, venne assunto a Podestà della magnifica città di Firenze e successivamente a senatore dell'alma urbe di Roma ed ora, nel mese di dicembre 1404, a Capitano dell' isola di Creta ». Dopo aver saputo dall'Ancharano che la disputa intorno alle suddette questioni può considerarsi come l'ultima pubblica manifestazione del Trevisan in qualità di professore bolognese, ritorniamo nuovamente a quella fonte alla quale dobbiamo la maggior copia delle notizie intorno alla sua attività di docente a Bologna: all'epistolario cioè di Pellegrino Zambeccari, il cancelliere di Stato di Bologna. Le sue epistole vennero apprezzate e raccolte come quelle di Petrus de Vinea e le altre di Coluccio Salutati, suo collega fiorentino, col quale aveva rapporti di amicizia e di ufficio. In queste lettere assistiamo alla preparazione del cambiamento di vita del Trevisan, che passa dall'insegnamento scientifico alla vita attiva politica; chè con stupore vi leggiamo come il nostro nobile veneziano fosse stato proposto dai rettori dell'università di Bologna al papa, quale candidato pel Patriarcato di Aquileia. Non era cosa rara un trapasso dal servizio statale 16 veneziano all'ecclesiastico. Si ricordi una celebre personalità di quel tempo, Fantino Dandolo, al dottorato del quale il Trevisan era stato suo opponente nel 1401 a Padova, e che ottenne per breve tempo colà una cattedra di diritto civile; egli fu per molti anni pure uomo di stato in molti uffici all'interno ed all'estero, ed infine fu assunto da papa Eugenio IV al suo servizio e morì vescovo di Padova. Ma come venne in mente ai rettori dello studio bolognese di proporre il Trevisan per il posto di Patriarca? Doveva esserselo domandato anche papa Bonifazio IX ed appunto per ciò lo Zambeccari nella lettera commendatizia a lui diretta giustifica come segue il passo compiuto : « Verso coloro che nella nostra università si sono acquistati dei meriti, nutriamo quell'affetto ed amore che si ha per i propri figli ». (Il governo di Bologna designava i suoi studenti in generale: figli di Bologna) «seguiamo con paterno favore tutti gli scolari e dottori e ci teniamo obbligati a perorare per loro come pei cittadini veri e propri » (1). Essendo il papa pure sovrano di Bologna, anche i membri forestieri dell'Università godevano particolari diritti di protezione. Lo Zambeccari poi continua in nome dei rettori bolognesi, testimoniando come il Signor Zaccaria Trevisan, non solo è l'uomo adatto per esser messo alla testa di detto patriarcato, ma pure degno delle maggiori cariche e dignità del mondo. Il Patriarcato che a- vrebbe dovuto riordinare, ne avrebbe tratto ancor più giovamento della persona medesima, e in questa sua prosperità si sarebbero accordati in pace i diritti del patriarcato e dei suoi sudditi: anche le condizioni della Santa Chiesa di Dio in quelle contrade sarebbero state rialzate (1). La nostra attenzione vien dunque spostata da Bologna (1) Zambeccari, l. e, ep. CXXXVIIII, pag. 154, 10. Lo Z. complessivamente ha scritto 4 lettere in proposito: due a Papa Bonifazio IX, una al card. Reatino (Bart. Mezzavacca) e l'ultima al gonfaloniere della chiesa Carlo Malatesta. u ad Aquileia, la vecchia città settentrionale del mare Adriatico. Disponiamoci ad osservare cosa avveniva colà in questa epoca, nell'anno 1394. Il Patriarcato di Aquileia, principato indipendente, rappresentava da secoli il pomo di discordia fra l'Italia e la Germania e offrì sovente il pretesto a complicazioni fra Venezia e l'Imperatore. Vedemmo già come questo Patriarca nel 1381, durante la guerra ■di Chioggia, si alleasse coi nemici di Venezia. Ad ogni nuovo insediamento del Patriarca sorgeva una nuova disputa fra il Papa e l'Imperatore onde decidere se il successore dovesse essere italiano o tedesco. Gli Imperatori tedeschi lo consideravano un'avanguardia della loro potenza nel sud e vedevano volentieri il Patriarcato occupato da un membro della loro casa. Tutto ciò aveva avuto precisamente nell'anno cruciale 1394 effetti catastrofici. Sei anni prima, nel 1388, Papa Urbano VI aveva insediato il nipote del defunto Imperatore Carlo IV, Giovanni Sobie- slao de' Marchesi di Moravia della diocesi di Leitmeritz in Boemia, come Patriarca di Aquileia (1). Egli non era un principe della Chiesa così come l'intendevano i suoi sudditi del Friuli. Di carattere superbo, imperioso, intollerante, aveva più l'aspetto di un principe del secolo che della Chiesa. Seguendo 1' esempio dei principi territoriali tedeschi e dei Signori delle città italiane (al modo che nello stesso secolo Giovanni Visconti quale Arcivescovo di Milano, aveva portato al massimo splendore la potenza della sua casa), Giovanni di Moravia cercò di diminuire i diritti cittadini di Udine, capoluogo della sua circoscrizione, di abolire il Consiglio di Governo ch'era in uso da lontani tempi, e di istituire un dominio assoluto. Ma era un terreno scottante, chè non solo si inimicò i liberi cittadini, ma si attirò anche l'ira dei feudatari. Il suo più (1) Cfr. Vinc. Marchesi, Giovanni di Moravia, Patriarca d'Aquileia in Annali del R. Ist. tee. di Udine 1883 e R. Cessi, La politica veneziana di terra ferma dalla caduta dei Carraresi al lodo di Genova in Mem. forogiuliesi, V, 255 sgg., 1909. 2 18 temibile avversario fu Federico Savorgnan, la famiglia del quale si era acquistata molti meriti verso la città. Era stato insignito egli stesso del titolo di Conservatore della patria. Perciò che ci riguarda è ora interessante soprattutto seguire con quale occhio la vicina Venezia osservasse le vicende di Aquileia. Data la sua provata amicizia, il Savorgnan era stato elevato al patriziato veneziano. Ciò suscitò l'invidia del Patriarca e fu occasione d' interminabili dispute. Un giorno, quando tutto sembrava calmarsi, e il Savorgnan si credeva al sicuro, veniva ucciso clandestinamente, mentre ascoltava la Messa in una cappella, pare per ordine di Giovanni di Moravia. Il governo del Patriarca condusse tepidamente e senza successo le indagini sull' assassinio. L' esasperazione di Udine raggiunse il suo culmine, malgrado che il doge di Venezia esortasse alla calma e volesse porsi intermediario fra il Patriarca e la città in tumulto. Da uno scritto diretto al Patriarca è chiaro che il Doge Venier teneva le parti dei cittadini di Udine; infatti scrive: «che la pace fra il Patriarca e gli udinesi deve esser duratura ad onore e decoro del Patriarca stesso ». « Confidiamo, continua il doge, che il paese, vissuto sempre libero sotto la Chiesa di Dio, continui ad esserlo e che non venga ridotto in ischiavitù dal suo pastore medesimo ». L' ammonimento suonò a vuoto. L' odio del paese esplose nuovamente con assassini e incendi. Il Patriarca assalì la cittadina di San Daniele non lontana da Udine. Tristano Savorgnan, figlio dell' ucciso, aizza il popolo di Udine contro il principe. Finora questi risiedeva più volentieri in Cividale a lui fedele. In principio dell'ottobre 1394 vennero a lui dei messi da Udine per invitarlo a recarsi colà. Aderì all'invito, malgrado fosse stato messo in guardia da un'altra parte; infatti il viaggio doveva essergli fatale. Il 13 ottobre Giovanni di Moravia veniva aggredito nelle vicinanze del castello di Udine e pugnalato. Così si compì la vendetta di sangue di Tristano, che voleva riscattare la morte del padre. Il giorno appresso Udine lo 19 nominò suo Capitano. Scrisse subito, onde accaparrarsene il favore, una lettera a Gian Galeazzo Visconti ed una al Papa, pregando di nominare un Patriarca migliore, che ridonasse la pace alla « Patria ». Infatti questo paese vien chiamato per eccellenza: Patria del Friuli. In questa complicata situazione giunse la lettera del cancelliere di Bologna al Papa Bonifacio IX. Il Trevisan non era tuttavia l'unico candidato. Il popolo di Cividale teneva pel partito del principe assassinato e voleva che il papa nominasse il Duca di Teck. Anche la signoria di Venezia fece dei passi per conto suo; subito dopo la notizia della morte aveva fatto pressioni sulla Curia affinchè non vi fosse una nomina troppo precipitosa, mandando già il 7 novembre un legato al Capitolo di Aquileia, per vedere se era possibile chiedere al papa di nominare un Patriarca veneziano. Infine il 10 dicembre 1394 Venezia presentò una lista di candidati, nella quale figurano i più bei nomi: Angelo Correr, più tardi Papa Gregorio XII, Carlo Zeno, il vincitore della guerra di Chioggia, e Zaccaria Trevisan, che il Senato veneziano raccomanda caldamente al papa {venerdbilis et sapiens legum doctor dominus Zacha- rias Trevisano) (1). Ciò non di meno il Capitolo, dove predominava 1' influenza tedesca, diede, il 19 gennaio 1395, malgrado fosse stato profuso molto oro, la maggioranza dei voti al duca di Teck. Ora la decisione toccava al papa: poteva approvare l'elezione del Capitolo o disporre diversamente. Aveva la candidatura del Trevisan possibilità di successo? Ed agì lo Zambeccari con avvedutezza psicologica scrivendo al papa? Si dovrebbe negarlo; poiché l'origine del Trevisan veneziano, era precisamente il punto (1) Venezia, Arch. di Stato, Senato secr. 10 die. 1394. Dopo i tre candidati segue, perchè il papa scelga liberamente, ancora una serie di sette vescovi del territorio veneto. Per cautela si aggiunge: In caso che tutti i dieci candidati non convenissero al papa, esso dovrebbe nominare qualsiasi altro veneziano. Si vede da tale proposta che gli stessi Veneziani non erano troppo sicuri di riuscire in proposito. 20 che non rendeva opportuna la sua nomina al patriarcato, tendendo già da molto tempo la politica di Venezia, con insistenza, ad incorporare il Friuli. Il patriarcato di Aqui- leia doveva assolutamente mettersi sulle difensive per non venir ingoiato dalla sua potente vicina: sembra così quasi escluso che il papa potesse chiamare su questa cattedra episcopale un nobile veneziano. Perciò F insistenza dello Zambeccari a mettere in rilievo le nobili origini del Tre- visan e la sua popolarità presso il Governo di Venezia, dovettero ottenere l'effetto contrario a quello sperato da lui. Certo poteva aver ragione lo Zambeccari che la scelta di uomo simile sarebbe stata decisiva per la salvezza della «Patria» e poi anche di tutta l'Italia, più che quella di chiunque altro. Dopo tre mesi di temporeggiamenti, il 27 gennaio 1395 il papa nominò, non un uomo che veniva da fuori, come poteva essere il Trevisan, ma uno della gerarchia ecclesiastica, l'arcidiacono Antonio Gaetani di Bologna (1), del che lo Zambeccari non poteva dolersi essendo quegli il suo fiduciario in Curia. Da parte curiale egli vien lodato come uomo di severi costumi. Il tratto più rilevante del carattere del nuovo Patriarca era l'avarizia; egli conduceva una vita al di sotto dei suoi mezzi e del suo stato, onde ammassare denaro e potersi, dopo pochi anni, comperare il cappello cardinalizio. Nel 1402 al prezzo di 60.000 ducati ricevette dal Papa la dignità cardinalizia. In ogni caso il Gaetani considerò sempre il patriarcato di Aquileia solo come un primo passo verso il cardinalato, e non contribuì per nulla alla pacificazione del paese angustiato, essendo del resto la maggior parte del tempo malato di podagra. Questa mancata candidatura distolse Zaccaria dal volgersi alla carriera ecclesiastica. Si capisce quindi come fino ad allora egli fosse rimasto celibe, e se troviamo nell'Archivio di Stato di Venezia nei registri dei matri- (1) Su Antonio Gaetani card, aquil. si veda L. Smith, l. c. pag. 110, invece erronee sono le spiegazioni del Marchesi, l. c. 21 moni, che Zaccaria nel 1394 si è coniugato con Caterina, figlia di Giovanni Marcello, non crediamo di sbagliare vedendo un nesso causale fra questi due avvenimenti. Solo quando fu ben certo di non poter più acquistare la dignità ecclesiastica, deve essersi risolto al matrimonio, il quale non ebbe del resto luogo che alla line dell'anno; e forse ancora nei due primi mesi dell' anno seguente, iniziandosi 1' anno, secondo il costume veneziano, dal mese di marzo e finendo con quello di febbraio dell'anno successivo (1). (1) L' ultima lettera che scriveva lo Zambeccari in proposito della candidatura di Zaccaria Trevisan, cioè quella a Carlo Mala- testa è datata dal dicembre 1494 (cfr. Frati, l. c. pag. 155). Il suo matrimonio dunque non potè avvenire prima di tale termine. 22 Capitolo IL PODESTÀ A FIRENZE Zaccaria Trevisani per tre anni ancora dopo il suo matrimonio continuò ad insegnare a Bologna, chiudendo il suo insegnamento con la disputa del 1397 della quale abbiamo già fatto menzione, ed entrando nel 1398 nella seconda fase della sua vita, che fu una splendida carriera di uomo di Stato. Prima di tutto dobbiamo chiederci per qual ragione fu chiamato dall'Università di Bologna, alla sua prima carica statale come Podestà di Firenze. Su questo punto non ci son conservate notizie e dobbiamo quindi giungere ad una conclusione partendo dai rapporti politici e personali che contribuirono a rendere accetto, proprio in quel momento, un eminente veneziano, per un posto pel quale era sempre occorso un forestiero imparziale. La storia di Firenze del XIV secolo vide parecchi cambiamenti, durante i quali il potere passò nelle mani or degli oligarchici or dei democratici, mentre a Venezia esso rimase sempre nelle mani degli oligarchi. All'inizio di questo periodo, Firenze era governata da un tiranno, il francese Principe Gualtiero di Brienne, Duca d'Atene. Non appena questi nel 1343 venne cacciato, in luogo di un tiranno straniero si formò una tirannia di pochi cittadini. S' azzuffano Corporazioni, Arti Maggiori con Arti minori, e i padroni (popolo grasso) coi loro artigiani e operai (popolo magro). I più violenti e più poveri fra i lavoratori erano i Ciompi, lavoratori della lana, che fecero quel gran tumulto, il quale, dopo la cacciata del loro più ardente difensore, preparò la strada a quattro anni di predominio democratico delle più moderate Arti minori. Dopo il 1382 riprese il sopravvento l'oligarchia, finché fu cacciata dai Medici, la qual casa appare stabilita 23 e solida a datare dal 1437. L'anno 1398 quindi coincide con l'epoca oligarchica di Firenze. Allora l'uomo suo più potente era Maso degli Albizi, nipote di quel Piero, eh' era stato giudicato reo di alto tradimento dal governo democratico e decapitato, mentre le case della sua gente eran state incendiate durante il tumulto. Maso aveva serbato rancore ai suoi nemici e lo simboleggiava in un'impresa personale raffigurante un levriere col muso fasciato, che voleva significare com'egli fosse per ora legato, ma aspettasse solo di divenir libero per dilaniare la sua vittima. Questo tempo doveva venir ben presto: infat i i demagoghi della parte avversa, avendo passata la misura con false imputazioni contro alcuni cittadini malvisti, provocarono da sè la propria caduta al principio del 1382, chè furono scoperti essi stessi quali autori delle false testimonianze, ed uno di essi, che non riuscì a fuggire a tempo, dovette pagare con la propria testa. Gli Albizi, che ritornano ora al potere, appartengono all'Arte della lana, che in queir epoca, allorquando i panni fiorentini erano apprezzati e comperati in tutto il mondo, aveva acquistato grande importanza; il nucleo poi dell'oligarchia era formato dai molti rami di questa famiglia. Essendosi quindi in quest'epoca Firenze avvicina a, come forma di governo, a quella di Venezia, si spiega come si sia potuto mettere il potere nelle mani di un veneziano (1). Un'altra ragione del perchè a Firenze si pensò ad un veneziano come podestà, è da vedersi nell'avvicinamento politico di Venezia e Firenze, che s'inizia proprio in quell'anno e crea una intesa durata parecchi anni ancora dopo la morte del Trevisan. Era essa diretta contro la comune nemica, la casa Viscontea di Milano, che andava facendosi assai minacciosa. I milanesi prendevan sempre più piede (1) Cfr. Antonio Rado, Dalla repubblica fiorentina alla signoria medicea, Maso degli Albizi, Firenze 1927; Piero Buoninsegni, Historia fiorentina, pag. 743 sg.,Fiorenza 1581; Leonardus Areti- nus (Bruni), Historiarum Florentinarum lib., XI ad annum 1397. 24 in Toscana; il 1398 segna l'anno della loro maggior espansione, cosicché Venezia, che non era riuscita a intromettersi per una pace tra Firenze e Milano, si risolvette, alla fine, a mettersi in lega con Firenze per minacciare Gian Galeazzo Visconti. C'immaginiamo che Zaccaria Trevisan fosse al corrente della situazione dentro e fuori Firenze. Venne raccomandato anche questa volta dal Cancellier Zambeccari? Non 10 sappiamo, però sarebbe possibile, perchè lo Zambeccari stava in intimi rapporti col suo celebre collega fiorentino Coluccio Salutati. La parentela degli interessi umanistici unì effettivamente subito il Trevisan ed il Salutati, e ce ne dà testimonianza una lettera assai importante, che, dopo la partenza del veneziano da Firenze, gli indirizzò 11 Cancelliere di Stato. Il Salutati si era dato d'attorno per attirare a Firenze 1' insigne e dotto uomo di Stato Manuel Crisolora bizantino, ch'era venuto in Italia per incarico del suo Imperatore da Costantinopoli, desiderando insegnasse qui il greco, ai molti desiderosi d'apprenderlo. Fra codesti desiderosi si trovava il vecchio Cancelliere medesimo; egli dipinge con soddisfazione come, malgrado la sua tarda età, si sedesse volentieri sui banchi della scuola ai piedi del Crisolora per imparare la lingua greca, tanto bramata dai molti italiani esperti nella latina (1). A questa schiera di aspiranti, che già si era iniziata nella generazione antecedente col grande maestro del Salutati, Messer Francesco Petrarca, appartiene pure il Trevisan. Ma questo desiderio restò per lui un sogno ch'egli s'illuse invano di realizzare. Se il Podestà Trevisan non fosse stato tanto preso dai suoi doveri d'ufficio non si sarebbe certo lasciato sfuggire un'occasione unica per apprendere il greco. Quando più tardi fu governatore di Creta, e si trovò in territorio di lingua greca, gli mancarono, come riferisce Francesco Barbaro, e maestro e opportunità, e quando (1) Epistolario di Coluccio Salutati ed. Fr. Novati, pag. 349, Roma 1896. 25 alla fine era ben deciso di apprenderlo, dopo la sua pretura a Padova, dovette soccombere ad immatura morte (1). Come risulta da alcuni atti dell'Archivio di Stato Fiorentino, Zaccaria Trevisan entrò in funzione il 25 febbraio 1398 e il 25 agosto venne riconfermato per altri sei mesi (2). Quali documenti del suo reggimento abbiamo in quell'archivio quattro registri di sentenze penali, che debbono esser state pronunziate durante il periodo in cui egli era al governo. Qui prima del titolo di dottore troviamo un titolo cavalleresco: miles == cavaliere (3), senza poterci render conto da chi gli possa esser stato conferito, chè tale titolo veniva sempre concesso da una testa coronata. Il 22 novembre risulta pure da alcuni atti che nè lui, nè alcuno dei suoi discendenti in linea maschile, avrebbe potuto pel presente e l'avvenire coprire qualsiasi carica nel contado o nel distretto di Firenze (4). Era questa una misura di prudenza onde evitare che un Podestà forestiero acquistasse troppo potere sulla città, il cui reggimento egli teneva in mano per un anno, o fors'anche riuscisse a farsene signore, come s'era già visto altrove. Ancor ventott' anni dopo la morte del Trevisan si raccontava un episodio sul suo modo di governare. Nell'agosto del 1442 si laureava suo figlio Zaccaria a Padova. Un compagno tenne un discorso in lode sua e del padre. Ivi leggiamo (Documento XIV) (5) : non voglio tralasciar dal raccontare di quel eh' ei fece a sua somma gloria allorché era Podestà a Firenze. Mentr'egli teneva incatenato in prigione un tale che gridava vendetta per i delitti, birban- (1) Fr. Barbari, epp., pag. 189, Brixiae. (2) Archivio di Stato di Firenze Strozzi Uguccioniano n. 4, c. 47 (citato dal Novati, l. c. Ili, 351). (3) Scip. Ammirati (1531-1600), Ist. fior., 1848, toirf IV, pag. 65. (4) Presso Novati, /. c. (5) I documenti per Z. T. furono pubblicati dall' autore nell'Arch. Ven., Voi. XXI, 1937, pagg. 23-29. 26 terie, uccisioni e migliaia di ladrocini commessi, il popolo, che amava codesto suo concittadino, irruppe eccitatissimo nella casa del Podestà, chiedendo che gli venisse consegnato, gridando e maledicendo la troppa crudeltà, così come è in uso presso il popolo infuriato, che non sa far altro che urlare, tempestare e minacciare. Zaccaria allora mostrò, tenendo ferma la sua immutabile decisione, la grandezza del suo spirito e la sua tenacia, spregiando come fosser nulla minaccie, furie, tumulti, persino il pericolo di morte. Biasimò i forsennati per la loro follia, e la loro ignoranza in questioni di diritto, assicurò loro d' aver agito rettamente e poi prese un ragazzo, che portava le verghe del pretore, gli consegnò il suo scettro non senza aver aggiunto quanto segue: «Non essendo concesso a me, che esercitai le mie funzioni con forza e giustizia e procedetti come deve un buon Podestà, di guidare con la legge codesto pugno di popolo esasperato fino alla frenesia, governalo tu, debole per gli anni e la mente, e guidalo come ti piace ». Finalmente il popolo si calmò, persuaso dalla maestà del gesto del suo Podestà e gli tributò onori e doni. Il giovamento che trasse il Trevisan dal suo soggiorno a Firenze, oltre all' arrichimento di buone esperienze politiche e alla partecipazione attiva al mantenimento dell'ordine e della giustizia in una gran città gli fu pure un nuovo stimolo, eh' egli portò con sè da questo luogo, dove lo spirito era allora vivo come in nessun altro al mondo : ed inoltre strinse un vincolo d' amicizia coi due più importanti umanisti toscani di quei giorni: Coluccio Salutati e Leonardo Bruni. Venne accolto da essi con tanta benevolenza che da quel momento lo considerarono come uno dei loro. 27 Capitolo III. SENATORE A EOMA NEL 1399-1400 Dalla sua carica fiorentina passò.a Roma, dove lo chiamò il papa Bonifacio IX (al quale lo Zambeccari lo aveva raccomandato cinque anni prima) a ricoprire per un anno l'ufficio di Senatore. Questo secondo compito era assai più difficile del primo, chè in Firenze il governo oligarchico, che lo aveva incaricato della podesteria, era ben solido, sebbene un anno prima fosse stato fatto un tentativo di rovesciarlo. A Roma il potere del papa Bonifacio IX era ancora malsicuro. A motivo delle continue agitazioni popolari il papa aveva risolto di trasportare la propria residenza prima a Perugia, poi ad Assisi. Ma, avvicinandosi l'Anno San„o, nel 1400, si accordarono le corporazioni romane, che si governavano da sè, come le fiorentine (prius idiotae artifices dominium obti- neant) (1), per pregare il papa di ritornare a Roma pel giubileo, chè altrimenti i romani avrebbero perso proventi sicuri. Egli mise per condizione che, come le altre città per il mantenimento dell'ordine avevano accettato un podestà forestiero, cosi essi avessero a sottostare ad un governatore, un senatore. Le corporazioni si ribellarono, ma dovettero poi cedere se vollero riavere il papa nella loro città. Sull'importanza eh' ebbe per la storia della città l'arrivo del pontefice, il Gregorovius ci dice (2) «che il rivolgimento operato con astuzia e prepotenza da Bonifacio IX nel luglio od agosto del 1398 fa epoca nella storia ci- (1) G.Stella., Annales genuenses, RIS, co. 1176 B, ad an. 1399. (2) F. Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, VI, 538 (1867). 28 vile della città. Bisogna datare da questo momento il declino dell'indipendenza repubblicana dei romani, i quali, dopo lunghe lotte e sforzi occorsi per poter formare uno stato duraturo, cominciavano a disperare di poter condurre a termine la loro impresa. Nel 1398 Roma riconobbe per la prima volta il pieno ed assoluto dominio del papa ». In contrasto con l'opinione del Gregorovius parla il suaccennato documento (Doc. XIV) circa l'attività coronata di successo del senatore Zaccaria Trevisan in occasione della repressione di un tumulto (sul che ritorneremo); il documento dice: La gloria di Zaccaria sta nel- l'aver salvato in questo giorno la città di Roma e restaurata l'antica libertà dei cittadini. Bonifacio IX era un grande nepotista a beneficio della sua famiglia Tomacelli, oriunda di Napoli. Però, quand'era in gioco la sua sicurezza, come in questi posti di comando, egli non li assegnava ad uno dei suoi parenti, ma preferiva mettervi un uomo il quale fosse all'altezza della situazione. Di quanta fama dovesse godere allora quale uomo d' azione il Trevisan, ce lo mostra il fatto eh' egli fosse giudicato degno di coprire tale carica. Il 1 luglio 1399, mentre il papa era ancora ad Assisi, il Trevisan iniziò la sua attività in qualità di senatore. Avvenendo il cambio dei funzionari ad ogni semestre, egli fu il secondo tra i senatori che ressero la città sotto Bonifacio IX, se non si vuole contare fra lui e Carlo Mala- testa, signore di Rimini, Gonfaloniere della Chiesa e primo Senatore, un facente funzione provvisorio che non portò però il titolo di senatore. Il 14 aprile son pronti tutti i documenti per la nomina del nuovo senatore (Doc. I). Lo scritto non è autografo del Papa, ma uno dei soliti formulari come se ne hanno per tutte le altre nomine papali, che pervenne presso chè uguale anche agli altri che coprirono di poi tale carica. Purtuttavia attraverso questo scritto si conoscono i diritti e doveri del senatore, e si vede come s' inquadrano gli eventi del suo anno di carica. Il Papa ha il dovere di provvedere buoni governatori per la città: « affinchè dalla loro avveduta prudenza fioriscano la cura 29 della giustizia, la purezza della fede, l'incolumità della pietà, il decoro della pace e di una pronta obbedienza». Nella serie dei desideri si esprime per primo il capo spirituale della Chiesa e poi il principe terreno della città di Roma, che s'impersonano nel Papa. Dal giorno della pubblicazione di tale documento il Trevisan gode di tutte le dignità e di tutti i diritti concessi ai senatori. Il Senatore può mettere un sostituto al suo posto, quando sia obbligato ad allontanarsi dalla sede per incarico del papa o per cose urgenti. Poi gli tocca di nominare il suo stato maggiore di collaboratori, come sarebbero: cavalieri, marescialli, notai ed uffiziali (officiales). I fondamenti del diritto sono due: « il nostro diritto» (vale a dire il diritto canonico, nel quale il Trevisano era versato ed esperto fin da Bologna), ed il diritto comune in uso o prescritto (approbata seu praescripta consuetado), ch'era redatto negli statata urbis. Tutti i casi leggeri e gravi ed il modo di trattarli erano descritti ampiamente. Se trattasi di questioni per un valore inferiore ai 25 fiorini, esse debbono venir decise dal senatore a suo piacimento senza troppe formalità. Son da evitarsi multe e pene corporali finché non si verificano contravvenzioni allo statuto della città. Quando il delitto è flagrante si possono omettere le formalità legali e l'osservanza degli statuti della città e procedere immediatamente. Con ciò si intendeva di eliminare tutto 1' imbarazzo delle vie legali, che tiravano le cose per le lunghe. Lo scopo principale, che non bisogna perdere di vista, è che i punti di conflitto vengano abilmente smontati. Tocca al Senatore concedere o negare salvacondotti: deve prendere tutte le misure che ritiene necessarie per il mantenimento della pace nella città: a lui compete di chiamare in giudizio sovvertitori e nemici del popolo romano, e banditi, di processarli, di sequestrare la loro persona, i loro terreni, i loro castelli, villaggi ed averi e occuparli, tenendoli sotto la sua custodia, come pure di distruggere castelli e macchie dove i peggiori malfattori e simili banditi trovavano asilo. Quale punizione 30 pei ribelli sono pure previsti l'arresto temporaneo (1), che vien decretato senza appello dal Senatore, e altri mezzi legali. Si raccomanda all'obbedienza ed alla collaborazione del popolo e dei singoli cittadini. Poi si regola la questione dello stipendio. L'intendente della città è incaricato di fornire l'occorrente per il Senatore, i suoi uffiziali e familiari, com' è stabilito dal papa nello statuto della città. Son provvisti di solarium, provisio, stipendium e vadia e non son soggetti a richiami, nè a diminuzioni nè ad imposte doganali. Poi segue un indirizzo al Senatore Trevisan : « Ora cercherai di adempiere con zelo questo ufficio di Senatore, come ce lo promette l'alto pregio delle tue virtù con infallibile speranza; e tu fa di adempirlo per la gloria di Dio, per l'onore nostro, per la conservazione pacifica del benessere dello stato della Chiesa, della detta città, contado, provincia e circondario, cosicché tu mantenga la giustizia, nutrisca la pace, onori i buoni, domi i malvagi, di modo che il tuo agire virile con l'aiuto della grazia di Dio porti la felicità sperata ai suddetti cittadini, possidenti ed abitanti, e tu possa acquistare la ricompensa e la nostra benevolenza ancor più abbondante, ed aumentare così la tua fama. E noi approveremo e riterremo validi i giudizi, o pene, o multe che tu od i tuoi uffiziali emetterete o pronuncierete, seguendo le vie legali, contro colpevoli o ribelli, ed avremo cura che vengano in nome del Signore eseguiti fino a completa loro soddisfazione ». Inoltre vien richiesto il giuramento di rito prima di entrar in funzione; esso deve venir prestato nelle mani del papa stesso o dell' eccellentissimo arcivescovo di Nicosia, Corrado (2), cameriere papale. Nel Capitolo, presso l'altare della sala superiore il Senatore - ed è questa la sua prima azione, dopo l'assun- (1) Nel documento si trova: temporalem districtionem. Di- strictio (sec. Du Cange) è generalmente pena: ma in questo caso dovrebbe essere: incarcerazione temporanea. (2) Conradus Garaczolus (1395-1402) arch. ep. Nicosiensis (in insula Cypro) et camerarius Seti Patris (cf. Eubel I, 383). 31 zione alla carica, di cui ci è pervenuta notizia - riceve una deputazione della corporazione dei mercanti; di ciò abbiamo il seguente documento: (1) «In nome del Signore, amen. Noi Zaccaria Trivisan di Venezia, cavaliere, dottore in entrambi i diritti, decretato per grazia di Dio ad essere illustre senatore dell'alma città di Roma, prendiamo atto con 1' autorità e decreto del Santo Senato di tutti i sopradetti statuti nel loro complesso e di quanto è singolarmente espresso e descritto nel volume degli Statuti, e li custodiamo ». Nelle applicazioni degli statuti dei mercanti vi è una importante limitazione; essi hanno valore fin tanto che non ledono « in certo modo » l'onore del nostro Signore, del Papa, del popolo romano, come pure del « nostro officio », ossia i diritti del Senatore e gli Statuta urbis. Poi vien regolata anche l'amministrazione della giustizia della comunità dei mercanti. I conflitti fra papa e romani fino allora erano stati originati al fatto che questi avevano agito senza riguardi per gli interessi del loro signore, vale a dire non sono che un parallelo italiano delle continue lotte eh' ebbero a sostenere i vescovi tedeschi con le loro città. Osservammo all'inizio di questo nostro studio, come il Trevisan fu immischiato in tutte le vicende politiche e spirituali più importanti del suo tempo. Ora si trovava ad un posto di primo piano nella politica interna curiale, al centro del mondo. Come si comporterà rispetto al grande avvenimento che allora agitò tutta 1' Italia: la potente ondata di misticismo religioso di cui parlano le cronache e le narrazioni storiche che si riferiscono al- (1) A. Salimei, Senatori e statuti di Roma nel medioevo, 1935 pag. 19: Il senato di Roma nel medioevo. «Il senatore di Roma nel medioevo, unico o con un collega divenne la suprema autorità legislativa, giudiziaria ed esecutiva del comune di Roma, esercitata pienamente cioè ense et toga ». Dopo le epoche democratica e aristocratica venne l'epoca dei senatori stranieri nominati dal papa, i quali nel principio sono sostituiti spesso da tre conservatori. 32 l'anno 1399? e che, scese dalle Alpi, passò attraverso la Toscana per precipitarsi con forza sempre crescente su Roma. In quest'anno vediamo l'Italia per la terza volta percorsa dai Flagellanti. Si chiamano la Compagnia dei Bianchi, per le tonache bianche di lino lunghe fino ai piedi che ricoprono i loro abiti usuali. Sul cappuccio e sul petto rosseggia una croce, ed i fianchi son cinti di un cordone. Viene aggiunta una sola novità alle processioni antecedenti di tale genere nei secoli passati: portano ora sulla testa un cappuccio che copre anche il viso, con due buchi per gli occhi, com' è ancor oggi in uso a Firenze presso i fratelli della Misericordia. Il movimento era nato nel nord-ovest d'Italia, a Chieri, ai piedi delle Alpi, presso a Torino, in luoghi presso i quali aveva particolarmente imperversato la guerra (1). Dal Piemonte la processione dei penitenti si riversò per due vie: l'una prese la direzione di Venezia, l'altra di Genova, senza da principio incontrare resistenza. Anzi in quest'ultima città vi si aggiunse il Vescovo e nei principati di Padova, Ferrara e Rimini i tiranni della città si misero alla testa del corteo, perchè speravano ottenere un rinnovamento spirituale e morale dei loro sudditi. Da Genova si diresse, seguendo la Riviera, in Toscana. E qui entra nella sfera di azione di quei personaggi dei quali noi ora dobbiamo occuparci. Il Cancelliere di Stato fiorentino Coluccio Salutati il 25 agosto dà un'ampia relazione sull'arrivo dei Bianchi a Firenze al suo amico, senatore a Roma, Zaccaria Trevisan (2). Coluccio pensa che sia già giunto all'orecchio di Zaccaria « stupendum Alborum nomen »: «Non puoi forse, caro Zaccaria, ancor giustamente misurare quanto grande sia la loro fama; (1) Cod. Riccard. florent. Q 2 num. 3: le Croniche scritte per Ser Luca da Pistoia cominciando dalla venuta de' Bianchi, pubblicato in parte da Giov. Lami, Lezioni di antichità toscane Firenze 1766; lez. XVIII: Della setta de' Flagellanti in Toscana. (2) Coluccio Salutati, Z. c. III, 349-351. 33 e quanto ancor più. grande sia il vederli, e somma l'azione che esercitano ». Il Salutati vide passare più di tremila persone d'ambo i sessi che venivano da Lucca a Firenze, e « non popolino, bensì i mercanti più insigni di quella città, cinti i fianchi dal sacro cordone, tutti segnati con la croce, procedevano scalzi dietro il Crocifisso che portavano alto, tenevano in mano un flagello, fatto di corde a nodi, e si percuotevano le spalle con tanta umiltà e spirito di contrizione che tutti quanti, ed ancor più coloro che li avevano derisi, quando li vedevano coi loro occhi, venivano presi da rimorsi e commossi fino alle lagrime ». La folla si commuoveva al canto dello Stabat mater dolorosa e si metteva a far penitenza. Dopo l'inno piegavano tre volte le ginocchia ed emettevano il grido: misericordia e pace... E Coluccio aggiunge « non può esservi cuore così freddo ed indurito che non sia commosso ». Le chiese si affollavano, i penitenti facevan ressa nei confessionali. Peccati ormai annosi venivano, con edificante contrizione, confessati. Cessava il commercio, tutti si provvedevano di un camice di lino bianco, di cordone e flagello. La regola voleva che si stesse per nove giorni di seguito fuori dal luogo del proprio domicilio, senza mangiar nè carne nè uova, accontentandosi di pane e formaggio e senza mutar d'abiti nè dormire in un letto. I pellegrini dormivano negli atri delle chiese, e vegliavano sulle donne, che dormivano separate. Non accettavano nessuno, nè lasciavano che sostasse presso di loro, che non si fosse prima riconciliato col suo vicino ». E si concluse una pace generale fra gli uomini di Toscana. Così scrive il Cancelliere di Stato di Firenze con grande esaltazione al Trevisan. Non tutti però vedevano con lo stesso occhio questo movimento. Vi era chi non si lasciava sorprendere dai primi momenti di conversione e guardava la parte finanziaria della cosa. L'autore anonimo del Priorista fiorentino (1) scrive: «Mentre le cornei) Modesto Rastelli, Priorista fiorentino istorico, Firenze 1783, voi. Ili, pag. 88. 3 34 pagnie dei masnadieri saccheggiavano l'Italia, e il Duca di Milano voleva inghiottire la Toscana e tutti erano in arme, comparve una nuova compagnia, che sotto il color di penitenza mangiava gentilmente più di quello che facevano le altre con la nuda spada ». Anche l'autorità fiorentina sapeva che fra le invisibili faccie mascherate dei pellegrini, dalle quali non luccicavan che un par d'occhi a mo' di spettri, s'era introdotta pure della canaglia notturna a scopo di furto. Da qui il decreto, che a nessuno sia lecito di attraversare questa città picchiandosi, o frustandosi o flagellandosi se non a viso scoperto, cosicché si possa veder ogni fisonomia. Il contravventore verrà punito con 200 lire d'ammenda. L'ondata di esaltazione religiosa non si fermò a Firenze. Roma, sede del papa e centro della cristianità, doveva esser la meta agognata. Bonifacio vide da principio con diffidenza il loro avanzarsi. Quando gli venne annunciato ch'essi erano già giunti a Viterbo, proibì loro l'accesso nella capitale. Ma un avvenimento lo fece titubante: il fatto, reso noto dalle cronache del Sarcambi, del miracolo del Crocifisso di Sutri che gettava sangue. Il racconto del miracolo di Sutri (1) fece mutare i propositi di papa Bonifacio IX, che non si oppose più a che le schiere dei Bianchi entrassero a Roma. Il 13 agosto, quindici giorni prima che il Salutati ne scrivesse al Tre- visan, i penitenti facevano il loro ingresso nella città eterna (2). In testa procedeva il conte Nicola d'Anguil- lara, un feudatario papale, che aveva i suoi possessi nelle vicinanze di Sutri. Lo seguiva un lungo corteo di pellegrini a perdita d'occhio, fra i quali eran pure molte donne che procedevano in una processione a sè, a viso velato. Il conte sapeva mantenere ordine e disciplina. Si manifestava (1) Gf. Vinc. Federici, i7 miracolo del crocifisso della compagnia dei bianchi a Sutri (Scritti di stor. e di filol. e d'arte), Napoli 1908, pag. 107. (2) Presso Lami come di sopra, sec. la cronaca di Ser Luca di Pistoia. 35 in lui un profondo senso d'umiltà già solo per il suo camminare scalzo e tenendo alto il Crocifisso. Il papa lo ricevette subito e chiese che cosa lo aveva spinto a tale impresa. Il conte rispose che era stato mosso dalla vista di questi Bianchi che avevano attraversato i suoi feudi: « Io allora me ne feci beffe e nondimanco me ne andai con loro a Sutri, e viddi al Crocifisso che io porto in mano gittare vero sangue per lo costato, del che compunto io e li miei abbiamo fatto così ». Il Papa fu vivamente impressionato dalle fervide parole di questo miracolato. I giorni seguenti Roma fu in tumulto. Lo spirito di conciliazione che i Bianchi diffondevano era irresistibile. Essi intralciavano l'amministrazione della giustizia papale e quindi anche il senatore Zaccaria Trevisan nelle sue funzioni. Persuasero il papa a liberare tutti i prigionieri che stavano nelle carceri laiche, qualsiasi fosse il motivo della loro incarcerazione. Il loro potere e la loro influenza andava tant' oltre, che anche il governatore della città, il nostro Senatore Zaccaria Trevisan, soleva dire in quei giorni, che quando gli dicevano « vai » o « vieni », doveva andare 0 venire a loro piacimento, « chè non so chi può resistere alle loro ingiunzioni». Un martedì venne mostrato con le reliquie della città anche il velo della Veronica. La folla adunata gridò più volte: misericordia! Indi il papa impartì la benedizione. Ma non appena il papa ebbe alzata la mano, il conte ed 1 suoi raccolti in Piazza San Pietro intonarono il loro inno. Il Papa interruppe allora la sua benedizione ed ascoltò preso da viva emozione. Si vedeva com' egli s'inteneriva e come le lagrime scorrevano sul suo volto, chè essi cantavano con tanta dolcezza da sembrare il loro canto suono paradisiaco. Terminata poi la benedizione papale, s'aprirono pure le carceri ecclesiastiche. Verso mezzanotte la città dormiente si levò a rumore, per grandi miracoli che si dicevano avvenuti a Santa Maria in Campo dei Fiori e in Castel S. Angelo. Tutta Roma si precipitò fuori con torcie accese e molti si riversarono per le strade nudi com'eran usciti fuor dal letto, agitando 36 qui e là le fiaccole nell'oscurità, e sferzandosi con grandi gemiti e gridi come se fosse giunto il momento del Giudizio Universale. Si credeva fosse arrivata la fine del mondo. Finché venne una reazione e cessata l'ubriacatura, si riprese a ragionare. Siamo anche perfettamente informati sugli avvenimenti che in quei giorni di eccitamento si verificarono nella città eterna. Alcuni francescani, che transitavano per Firenze, narrarono - anche il Salutati deVe aver sentito con grande interesse le notizie che riguardavano l'amico - come fosse entrato in Roma alla testa di 30.000 Bianchi un vecchio alto e barbuto, preceduto dal crocifisso. Lo chiamavano San Giovanni Battista ed egli stesso si spacciava per tale e operava miracoli. Giunto a Roma si fermò in una Chiesa gridando a gran voce per ben tre volte: Crocifisso fa' il tuo miracolo, ed il crocifisso lasciò cadere tre gocce di sangue. A motivo di che tutta Roma si radunò intorno a lui ed anche la corte papale si mise in agitazione. Ed il Papa radunò il Concistoro, e non sapeano, che farsi. Il Senatore, che era Messer Zaccaria da Venezia, fu col papa dicendo: Che facemo? Il papa disse: Veramente, se questo è vero io voglio abbandonare il mondo, e fare penitenza, perchè di certo il mondo si disfarà tosto. Messer Zaccaria disse: Lassate investigare a me di questo fatto, se è così o no; chè veramente non si udì mai maggior fatto : e il Papa li dette la licenza, e commesseli : e lui andò, e tanto fece, che ebbe costui innanzi; e camminando lo si faceva beffe di lui; e bene diceva, essere S. Giovanni Battista. Il Senatore, come volse Iddio, non parendoli fusse così, nè potesse essere, domandolli, donde aveva avuto questo crocifisso; e elli pure si faceva beffe di lui. Onde subito il Senatore, che dubitava non fusse esso, trovò modo di aver questo Crocifisso; e fulli gran fatica; perchè colui aveva seco XII collegati, che sapevano tutto il fatto, e non lo volevano dire. Pure avendolo avuto, subito mandò per gran maestri di legname, intagliatori, e dipintori; e mostrandolo loro domandava se quello era 37 sangue e se pareva loro procedesse fatturamente, o nò? e a tutti pareva, che fusse vero sangue. E pure, come Dio volse, uno di loro cominciò con una punta di coltellino a scalzare, e subito li pareva non fusse vero sangue: riscalzando così, sentì, che questo Crocifisso era voto dentro. Subito il Senatore: Fa arditamente: e elli fesse il costato del Crocifisso, e trovollo che era voto dentro; e eravi un bocciuolo di cuoio cotto, dentrovi sangue, e acqua, perchè non si rappigliasse e meglio corresse, e paresse più vera cosa e avevalo sì bene ordinato, che a certo punto, e con certo, modo, quando voleva, ne gittava tre o quattro gocciole per lo costato; e parea fosse vero sangue, e parea gran miracolo; e di ciò non se ne poteva avvedere persona, sì lo aveva acconcio mirabilmente, e sottilmente. Subito il Senatore andò a questo, che si diceva San Giovanni Battista, e disseli: Dimmi il vero: sei San Giovanni Battista, o no? Bispose: Quante volte voi ti dica che io sono esso? E il Senatore disse: Dimmi, donde hai avuto questo Crocifisso? E elli pur si faceva beffe di lui. Il Senatore subito fece fare ivi un gran fuoco e disse: Ora vedrò, se tu se' San Giovan Battista, o nò. Comandò alla gente di sua famiglia, che era quivi, lo gittassero in questo fuoco, e disse: Se tu ne uscirai sano e salvo, allora bene ti crederemo. E costui non vi si volse lasciar gittare: anco subito disse: Misericordia, per Dio, io vi dirò come questo ' fatto sia. E chiamato da per sè il Senatore, li disse e confessò, come elli era giudeo; e che ciò, che elli aveva fatto, si era fatto artificiosamente, e per virtù diabolica, e con arte e con inganni; e ciò, che volle fare; e li gran mali, che aveva pensato di fare. Udito tutto, e fattolo noto al Papa, e sua Corte, subito lo fece gettare in detto fuoco; e come vi fu gittato parve vi fusse fuoco penace, che arse insino all'ossa, e non se ne rividde niente. E questo fu tenuto un gran fatto, e con grazia di Dio ». È assai difficile in simili casi tirare una linea netta fra miracolo e pia illusione. Quando la sincerità religiosa dei fedeli è stata ferita e se i furbi se ne accorgono basta un breve passo per arrivare all'inganno più ma- 33 lizioso. La parte ch'ebbe il Trevisan nella scoperta di questo scaltro inganno, non è solo quella dell' uomo personalmente intelligente, ma pure dell'uomo di Stato veneziano qual' egli era. Si faranno più evidenti questi rapporti, quando getteremo uno sguardo sulle vicende dell' altra accennata corrente dei Bianchi che s' era volta verso Venezia. I veneziani eran sempre gli uomini della misura. Perciò già solo 1' incedere tumultuario dei Bianchi doveva esser loro sgradito. Inoltre la causa della disperazione di questi, che li aveva portati in altri luoghi a tanto estremo, non esisteva nella clausura insulare di Venezia. Misericordia e pace, il grido dei Bianchi, che segna la loro missione morale e sociale, erano già garantite in Venezia da una ordinata organizzazione statale. A farla breve, Venezia proibì ai Bianchi l'ingresso nella città. Però viveva colà dal 1387, quale lettore di teologia, il fanatico rappresentante di un angusto clericalismo, noto quale nemico degli umanisti, colui che fu più tardi il Cardinal di Bagusa, Giovanni Dominici da Fiesole. Costui provocò un conflitto tra principi religiosi e statali, invitò i Bianchi a oltrepassare la terraferma, li accolse a casa sua e si mise alla testa della processione. La reazione da parte della Signoria non si fece attendere a lungo: il 27 novembre 1399 i Bianchi vennero cacciati e con essi il loro protettore Dominici esiliato per cinque anni. L'impressione lasciata da questo gran sciamare nella memoria degli uomini era stata troppo profonda, perchè potesse esservi qualcuno che non vi avesse fatto caso. Molti furono i teologi che si occuparono dell' avvenimento. Ssntiamo, per esempio che Vincenzo di Ferrer non avrebbe mai potuto decidersi a farsi seguace dei Bianchi; dotti, come Giovanni Gerson, furono ardenti avversari, chè essi eran animati da altro spirito. Come si era gonfiata, così 1' ondata del movimento dei penitenti scomparve rapidamente ed altrettanto rapidamente sparì la sua influenza sulle vicende mondane. Leonardo Bruni ne riconosce bene le ragioni, quando scrive: « Finché questa fede fu padrona degli animi non si pensò 30 .ai pencoli della guerra, ma non appena ebbe fine il fervore dei Bianchi, si ritornò alle preoccupazioni di prima. Sembrò estremamente pericoloso che Siena, Pisa e Perugia fossero nelle mani dei milanesi » (1). E così andò per questo come per tutti i movimenti popolari religiosi, che portan come insegna la conciliazione universale: non appena è passata la processione cessa la conversione del cuore e tutto ritorna come per l'antico, chè l'andamento mondano può mutar direzione ma non natura, in quanto ogni volta le combinazioni di forze portano in sè, ancor prima che sia proclamata la pace eterna e la conciliazione di tutti, il germe della caducità e del necessario rinnovamento. L' eccitamento che nacque nella città eterna, in grazia di questi strani pellegrini, continuò a farsi sentire. Un nemico del papa, Nicola Colonna, che viveva in esilio, tentò in una notte di gennaio del 1400 un colpo di mano su Roma. Per mascherare la sua gente, la celò sotto il cappuccio dei bianchi. I congiurati così mascherati penetrarono in città dalla Porta del Popolo e giunsero inosservati fino al Campidoglio. I particolari di questo colpo di mano li ■dobbiamo ad un chierico tedesco, Dietrich von Nieheim, che scrisse sullo scisma (2). I congiurati giunti sulla piazza del Campidoglio picchiarono alle finestre dei cittadini dormienti al grido: «Popolo, popolo morte al tiranno Bonifazio IX ». Ma i romani stettero zitti perchè avevan paura del Papa. Delusi, e vedendosi mancar gli appoggi sperati, anche gli intrusi furon presi dalla paura e presero la fuga, ma trent' uno di essi furono catturati ed impiccati sul posto. Non essendoci però pronto il boia, i giudici scelsero fra i condannati un giovinetto e gli promisero la libertà se avesse impiccato i suoi complici. Fra questi c' era pure suo padre e suo fratello. Il ragazzo rimase un poco sopra pensiero, poi fra i singhiozzi impiccò tutti 1' uno dopo (1) Leonardo Abetino, /. e, (2) Theodorious de Nyem, De schismate ree. Gg. Erler, Lipsiae 1890, lib. II, cap. XXVII. 40 1' altro, anche padre e fratello. Dopo eh' ebbe terminato, volevano impiccar lui ma dietro i prieghi degli astanti lo lasciarono andare. Dietrich von Nieheim non nomina il governatore della città, ma da una fonte attendibile (Doc. XIV) i suoi meriti per la repressione del colpo di mano vengon ben messi in luce; infatti « quando i nemici ebbero con la forza o con 1' astuzia passato le mura delle città e fatto irruzione in Roma, tutta la città fu presa da grande agitazione, ed il coraggio dei cittadini cominciò a vacillare; unico, Zaccaria, che allora copriva la carica senatoriale, eh' era affidata soltanto a uomini già esperti, tenne testa con pochi aiuti all' assalto dei nemici; li mise finalmente in fuga, cacciandoli fuor dalle mura, dopo di aver preso molti di essi prigionieri e di averne uccisi parecchi e di parecchi fatto giustizia come si meritavano ». Il 1 febbraio 1400, ancora al tempo del suo senatorato, il Papa gli si mostrò particolarmente riconoscente. Troviamo negli Annali ecclesiastici sotto questa data quanto segue : « Salutiamo il nostro diletto figlio il nobil uomo Zaccaria Trivisan cavaliere veneto della diocesi di Castello, ecc. La sincerità della devozione nutrita verso di noi e la Chiesa Romana provata in un arduo momento, e che tu dimostrasti per noi e la detta Chiesa, ed i servigi che tu rendesti a difesa nostra e della detta Chiesa in un turbine d'avvenimenti, allorquando nell' alma città, durante il silenzio della notte irruppero in gran numero nemici nefasti, che assediarono il Campidoglio sino allo spuntar del sole con macchine di guerra ; questi servigi da te resi a noi ed alla Chiesa medesima, e quelli che non desisti dal rendere, e che ci teniam per sicuri anche in tempi successivi renderai ancor più largamente, ti fan degno non immeritatamente che noi ti tendiamo la destra della nostra liberalità. Onde dimostrarti ciò che ci suggerisce l'affetto dell'animo nostro, ti doniamo, decretiamo ed assegniamo cinquecento fiorini in oro dalla Camera, che verranno per te prelevati ogni anno fino a beneplacito nostro, dal suddetto figlio il Marchese d' Este Vicario generale per le cose tem- 41 porali nella nostra città di Ferrara per noi e la Chiesa Romana, e da qualsiasi altro Vicario in carica nella detta città, dai diritti sovrani apostolici dovuti e che si dovranno a noi ed alla detta Chiesa. Datato da Roma, in San Pietro, 1 febbraio, anno X nostro pontificato - 1400 » (1). Da questo documento in istile complicato e curiale risulta chiaramente che la donazione ammontava a circa 3500 lire oro annue. Essendo che il papa Ronifazio IX soffriva perennemente di penuria di denaro, si vedeva obbligato di rifornirsi nello Stato pontificio, per quello che elargiva, ai signori e consiglieri delle città della provincia titoli e diritti di Vicario in temporalibus (2). Gli Estensi di Ferrara, onde non venir assorbiti da Venezia, avevano assunto in feudo dal papa la loro provincia di Ferrara e perciò si obbligavano a pagar dei tributi. Tutti gli Estensi giuravano fedeltà al Papa e ricevevano il titolo di Vicario generale. Questo stato di cose durava dal 1390. Una simile combinazione esisteva anche per Rologna (Doc. II). Abbiamo un documento del 1 marzo 1400, quindi un mese dopo il sopracitato, che è uno scritto del papa diretto agli Anziani della città. Da esso apprendiamo eh' egli pagava al suo Senatore uno stipendio arretrato di 2800 fiorini, e con questo suo scritto passava alla città di Rologna il pagamento di detta somma. Del periodo di trapasso, dopo terminata la carica romana, troviamo nell' epistolario di alcuni amici del Tre- visan indicazioni circa l'itinerario seguito nel viaggio, e contemporaneamente una bella testimonianza della devota venerazione di cui godeva da parte dei suoi amici che seguivano ammirati la sua ascesa. Ecco quanto scrive il medico Nicola de' Zessis, a noi già noto dalla lettera studentesca di Vergerio, al Vescovo di Ceneda, cittadina veneta ai piedi delle Alpi, Pietro Marcello, che incontre- (1) Arch. del Vaticano: Reg. Vat. 316 ed. Raynaldus, Annales eccles. tomo XXVII, 66, 2, senza accenno della provenienza. (2) Cf. Gregorovlus, 1. e, XX. Buch Kap., IV. 42 remo ancora quale parente ed amico di Trevisan (Doc. Ili): «Appresi che l'impareggiabile signor Zaccaria che si leverà eternamente vivo al di sopra della massa per le sue belle azioni, il quale venne generosamente trattato dal romano Pontefice, è giunto a Venezia; io ne fui pieno di gioia. Fui preso poi da grande stupore quando seppi la sua età, cosicché fui propenso a credere egli non fosse stato generato da mortale, sibbene fosse uscito dalla testa di Giove come Minerva, com' è opinione dei vecchi ed eccelsi poeti dell' antichità. Chè - tacendo delle sue capacità, cognizioni e onori dovuti ai suoi meriti - Roma, signora e centro dell' universo, governò egli con tanta religione, giustizia, valore e misura, che non venne proclamato saggio, come accadde a Socrate, da Apollo, giudizio questo di un Dio inventato, sibbene per bocca del rappresentante del vero Dio Gesù Cristo e, come pare, dalla stessa voce del popolo. Sia lodato il Creatore, che ha decretato di concedere ai nostri tempi tanto meraviglioso astro a modello per V eterno perfezionamento umano. Avevo sentito dire che egli avrebbe dovuto venire a Ceneda, ma poi dovette mutar proposito ed andare a Bologna ». (Egli doveva andarvi per prelevare dalla Cassa della città di Bologna il danaro assegnatoli dal papa). « Non appena mi sarà possibile andrò a cercarlo. Una cosa è sicura che, dovessi scalare gli Elisi o sprofondarmi nei più profondi abissi, lo vedrò e bacierò la terra dove posò il suo piede. Non terminerei più di parlarne. Sento che sta per realizzarsi l'infinito gaudio che da lungo tempo bramo ». 43 Capitolo IV. NEL SERVIZIO DI VENEZIA A FERRARA, GENOVA, , CRETA, PADOVA Il 7 di maggio 1400 il Papa si servì ancora di Zaccaria Trevisan quale ambasciatore a Firenze onde stringere la Lega contro Milano (1). Può darsi che egli abbia avuta allora 1' opportunità di esprimere all' amico Salutati il suo sfavorevole parere sui Bianchi. Questa missione a Firenze fu 1' ultima che compì il nostro veneziano in altrui servizio, chè la Signoria della sua patria pensò di non privarsi più oltre di un uomo di Stato tanto capace ed ormai fatto esperto in terra straniera. Dapprima venne mandato da questa al Marchese Niccolò d' Este a Ferrara, quello stesso che gli passava la rendita papale. Sembra che col- 1' andar degli anni si fossero stretti rapporti personali tra il Marchese ed il Trevisan, come risulta da una lettera diretta nel 1410 dal Trevisan a Ognibene Scola: «Come accondiscende (Niccolò d' Este) facilmente ai miei preghi » (Doc. XIII). Qui gettò uno sguardo sui maneggi del piccolo principato al nord dell' Appennino. Azzo d' Este, figlio del defunto Marchese Francesco, aveva contestato all' allora Principe Niccolò la successione al trono, e si era messo in lotta contro di lui, ma venne fatto prigioniero e tenuto in luogo sicuro da Astorre Manfredi, signore di Faenza, difensore del Marchese di Ferrara. Astorre però, avido di danaro, si servì del prigioniero tanto prezioso per ricat- (1) Ardi, di Stato di Firenze. Consulte e pratiche 34, pag. 45, 1, (1399-1401) c. 97, 98: Gherardus Mattei dominus prò gonfalo- nerio dixit: Quod subito habeantur capitanei sex a octo cum ali- quibus civibus et proponatur id quod refert dominUs Zacharias ex parte papae et consulatur. . . . 44 tare Niccolò, e questi allora, da parte sua, imprigionò il figlio minore di Astorre che si trovava a passare sulle sue terre. Il Doge di Venezia s'intromise in questa contesa dei suoi vicini ed inviò il Trevisan che concluse per lui fra i due contendenti un patto in forza del quale entrambi gli ostaggi sarebbero stati consegnati alla città di Venezia. Il Doge rimandò ad Astorre il figlio, e confinò Azzo d' Este a Creta, affinchè non creasse altri guai a Ferrara. Il Marchese di Ferrara poi si obbligò a pagare a Venezia le spese per il mantenimento di Azzo, che ammontavano annualmente a 3000 ducati. Astorre poi finì malamente. Nel 1406 il legato papale di Bologna, Baldassare Costa, lo stesso che venne poi destituito dal Concilio di Costanza quale papa Giovanni XXIII, lo fece decapitare perchè si era ribellato alla Chiesa. La prima missione diplomatica che eseguì il Trevisan al servizio di Venezia fu ancora sotto il dogato di Antonio Venier, che governava dal 1382, ma che morì poco tempo dopo, alla fine del 1400. Venne eletto suo successore Michele Steno. Questi fu il doge sotto il quale il Trevisan percorse tutta la sua carriera politica, chè lo Steno morì poco prima di lui. Quando fu eletto, era ammalato. Non comparve in Palazzo Ducale che 39 giorni dopo e precisamente il 9 gennaio 1401. Nella città in festa si solennizzò per tutto un anno con giostre e cortei 1' entrata in carica del nuovo doge. Fu un momento di pacifica felicità nella storia della città di Venezia. V'erano ovunque abbondanza, ricchezza, prosperità. Ma ben presto scoppiarono le guerre ed il benessere diminuì sensibilmente. Sopratutto in Oriente i veneziani si sentivano minacciati da grandi tempeste. Già nello stesso anno il feroce Tamerlano era uscito fuori dalla sua capitale Samarcanda e, soggiogando da tutte le parti il Levante, aveva invaso anche la Siria, distruggendo Damasco. I mercanti veneziani fuggirono verso la costa portando seco solo quanto poterono trasportare. Tamerlano allora si diresse contro i turchi infliggendo loro sconfitte disastrose. L'orazione del Trevisan diretta al Papa, nella quale lo supplica di voler por fine allo scisma che 45 indebolisce tutte le forze della cristianità, freme ancora del grande eccitamento portato in tutta la cristianità da queste grandiose gesta guerresche. Nei primi anni del nuovo secolo vediamo il Trevisan occupare posti importanti e stringere patti per 1' espansione della potenza veneziana in Levante. Essendo però queste regioni di una importanza ancor maggiore per un capitolo successivo dalla vita del Trevisan, ci accontenteremo qui di enumerare solo i fatti, riservandoci poi di trattare con maggiori particolari dei rapporti con la Dalmazia. Nel 1402 compera a Venezia, in nome del Doge e della comunità, 1' Isola di Corfù da Ladislao re di Napoli e Ungheria (1). Venezia ne entrò in possesso solo il 9 giugno 1406. Il 27 aprile del 1403 lo troviamo a Genova in qualità di ambasciatore veneziano per chiedere 1' indennità dei danni sofferti in Levante dai mercanti veneziani (2). Ma, essendo che queste trattative non vennero concluse se non parecchi anni più tardi, ne rimandiamo la relazione al momento opportuno. Dal 1403 al dicembre 1404 occupò la importante carica di Capitano del Regno di Candia. In Creta s' era allora iniziato un periodo di pace, dopo che dal 1363 al 1366 Venezia aveva dovuto reprimere di nuovo una vasta rivoluzione di greci che avevano fatto causa comune con gli immigrati veneziani i quali aspiravano all' indipendenza (3). Il ricordo che Zaccaria Trevisan conserva quindi di Candia è un ricordo di pace. Un fuggevole accenno alle esperienze che vi fece il Trevisan pare darcelo un punto del Libro sul matrimonio scritto dal suo intimo discepolo Francesco Barbaro. Parecchi racconti ci rievocano Zaccaria, in ispecial modo quelli di fatti contemporanei a lui. Così ad esempio questo (1) / libri commemoriali, IX, 286. (2) l. e, pag. 291. (3) La letteratura sopra il governo veneziano in Candia in G. Gerola, Moti. ven. nell'isola di Creta, Venezia 1905, toni. I, (3 e 4). 46 brano: (1): « I nostri cretesi non si staccano da tale consuetudine (che le donne maritate non escon di casa se non velate, mentre le ragazze vanno a viso scoperto); alle ragazze è permesso di star sulla soglia dell' uscio di casa» cantare, ridere e scherzare coi loro pretendenti. Non appena però son promesse spose, si rinchiudono al par di vestali in casa, non escon quasi più, chè per esse è ritenuta una colpa il vedere un uomo forestiero ». Vi erano in Creta due veneziani colleghi d' ufficio del Trevisan, dei quali ci è noto il nome. A capo dell' amministrazione negli anni dal 1403 al 1405 stava come Duca di Candia colui che diverrà poi celebre quale Doge Tommaso Mocenigo, e segretario perpetuo era il « Cancelliere cretese » Lorenzo de' Monaci che coprì tale carica dal 1388 al 1429. Questi si acquistò del merito nel campo della storia di Venezia antica e della sua grande colonia di Creta con' la sua cronaca; però nonostante il suo lungo soggiorno di anni in paese di lingua greca, forse causa la ostilità verso la popolazione indigena, fu avverso ai nuovi studi di greco degli umanisti, che stavan venendo di moda, specie quando ad essi si dedicavano giovani patrizi veneziani come Francesco Barbaro. Da qui nacque la contesa con questo ultimo nella quale venne citato dal Barbaro Zaccaria Trevisan, allora già morto, quale testimonio contro il Monaci. Questo testimonio sembrava al Barbaro assai più di valore per ciò che riguardava il mondo degli studi greci in quanto era stato superiore a Creta di Lorenzo de' Monaci (2). Intanto, mentre Zaccaria Trevisano era lontano dall' Italia, s' erano andati addensando su Padova ed i suoi tiranni grossi nuvoloni, e lo si richiamò dal Levante per servirsi di lui in patria ossia nell' esercito che assediava i Carraresi in Padova. (1) Fr. Barbaro, De re uxoria ed. Att. Gnesotto in Atti e mem. della R. Accad. di Padova, 1916, pag. 51, 24. (2) Epp. Fr. Barbari, ed. Quirini pag. 189. -.17 A capo dell' esercito stava il Malatesta, e uno dei due Provveditori, specie di ispettori civili che la Signoria teneva sempre al campo, onde sorvegliare i suoi generali, era Zaccaria Trevisan (1). L'altro Provveditore era il futuro Doge Tommaso Mocenigo, col quale questi aveva già condiviso il governo di Creta. Entrambi furono nominati fra i provvisori maggiorenti della città: l'uno, il Mocenigo, quale Vice-Podestà, e 1' altro, il Trevisano, quale Vice- Capitano. Come andò 1' occupazione della città lo apprendiamo dal Gataro (2). Avvenuta la resa il Malatesta e i Provveditori fecero il loro ingresso solenne dirigendosi, spiegati i gonfaloni di San Marco, verso la Porta d' Ognissanti, facendo un ingresso trionfale nella città accompagnati dalla musica e dal grido di San Marco. Arrivati che furono alla Piazza della Corte, dove molti cittadini son già radunati, Messer Enrico dell' Anno, il Vicepodestà, offre loro lo scettro e le chiavi della signoria. Dopo di che i suddetti Provveditori discendon nella corte. È "noto come i Carraresi sieno stati condotti a Venezia e qui messi tutti a morte (3). Mentre a Venezia si compiva il crudele supplizio dei Carraresi, i veneziani, sotto la direzione del Trevisan e dei suoi colleghi, andavano organizzandosi nella città di recente conquista. Per prima cosa la Signoria di Venezia inviò nella città affamata una gran quantità di avena, e fece pure distribuire alimenti alla popolazione. In ringraziamento per 1' aiuto dato alla loro indigenza mandarono i padovani un' ambasciata d' onore a Venezia, il di cui oratore era 1' uomo più famoso della città, e che incontreremo ancora sovente quale amico del Trevisan, Francesco Zabarella, professore di diritto ecclesiastico, cittadino padovano. Egli era professore a Padova dal 1390 e legato in- (1) Cf. Sanuto, Vite dei Dogi, RIS XII, col. 830 C/D. (2) Andrea Gataro, RIS XVII, col. 936. (3) Cf. Italo Raulich, La caduta dei Carraresi, Padova 1894. 48 tintamente con la famiglia dei Signori di questa città. Ne fu 1' oratore ufficiale per tutte le circostanze tristi o liete. Quando Venezia minacciò e stava per scoppiare la guerra che doveva definitivamente cacciare i Carraresi, Francesco Novello lo mandò con due legati alla corte di Francia, dove egli tenne il 30 dicembre 1404 ed il 25 febbraio 1405 due discorsi, che ci sono ancor conservati, dinanzi a Carlo VI onde chiedere aiuto ai francesi contro Venezia. Quando, malgrado ogni sforzo, il destino fu avverso a Francesco Novello, e questi dovette arrendersi coi suoi figli, anche lo Zabarella tradì la causa dei suoi Signori ed entrò al servizio di Venezia. È caratteristico nella vita dello Zabarella questo suo modo di agire; lo vedremo ancora in casi consimili, per esempio quando fu deposto papa Giovanni XXIII, tener fede ai suoi signori soltanto finché la fortuna non li abbandona, e poi passar definitivamente dalla parte del vincitore e mettersi al suo servizio (1). Dopo la cacciata dei principi della città, vennero incaricati i maggiorenti veneziani, quindi il Trevisan ed il suo collega, di regolare, come parti in causa, una questione di eredità per la successione dei Carrara. Un decreto ducale del 19 febbraio 1406 riguardante i Rettori di Padova, stabiliva che Marino Caravello entrasse come Vice-Podestà al posto del Mocenigo e il Trevisan fungesse da Vice-Capitano. Un partigiano di Venezia Jacopo da Carrara, durante 1' ultima guerra, era stato fatto giustiziare da Francesco Novello quale disertore della causa dei Carraresi, e spogliato dei suoi beni. Ora i parenti veneziani di Jacopo sollevavano diritti di successione per la figlia di lui che gli era sopravvissuta e non era stata tenuta in conto alcuno. Il doge le riconobbe tali diritti e i maggiorenti padovani furono incaricati di farli valere. Siamo in caso di mostrare quali furono le attività (1) Sullo Zabarella si veda Gasparo Zonta, Francesco Zabarella, Padova 1915. 4!) personali di Zaccaria Trevisan in alcuni casi particolari: Fece più volte presente alla Signoria il depauperamento .assai sensibile nel numero degli abitanti causa l'assedio ed il cambiamento di governo, e ne ricevette in risposta una Ducale del 17 aprile 1406: Il Doge Michiel Steno gli comunica (1): ch'egli vedeva l'evidente necessità, come gli era stato mostrato parecchie volte dal suo Capitano padovano Zaccaria Trevisan, di far qualche cosa per il ripopolamento della città ormai fatta deserta. Mancava la gente a cui stavano a cuore gli onori ed i favori di detta città, e d' altra parte in grado di sostenere gli oneri della cornuti) Arch. commi, di Padova: Ducali, Tom. XXV doc. 17 aprile 1406 carta 143 Michiel Steno dei gratia dux Venetiarum etc. No- bilibus et sapientibus viris Marino Caravello de suo mandato po- testati et Zachariae TriVisano militi capitaneo Paduae etc. succes- soribus suis fidelibus dilectis salutem et dilectionis affectum. Co- gnoscentes clarissime sicut vos, noster capitaneus iterum retulistis, quod prò amplificatione et populacione civitatis nostrae Paduae feceritis, quod de novo crearentur et fuerint cives civitatis Paduae, •qui possint gaudere honoribus et beneficiis dictae civitatis, su- beundo factiones et onera dicti comunis, sicut faciunt alii cives Paduae. Goncedimus et damus vobis plenariam libertatem, quod ■quotienscumque comparebit coram vobis aliquis forensis, qui ve- niendo cum sua familia ad habitandum dictam civitatem velit acquirere civilitatem praedictam, vos possitis tales forenses ad dictam civilitatem admittere cum conditionibus antedictis faciendo. quod praestent in manibus vestris fidelitatis debitum iuramentum, ita quod abinde inantea sint fideles et obedientes nostro dominio; habendo semper per advertenciam, quod tales forenses qui adipsam civilitatem admittuntur sint homines bonae conditionis et famae -et non suspecti, quia tales non omnimodo aliquo acceptandi. In- super volumus et committimus vobis, quatenus tenere debeatis modum, quod omnes livellarii et feudatarii qui fuerunt illorum de Carraria et nunc sunt nostri censum debeant renovare, instrumenta livellorum et feudorum suorum sub nostro dominio. Ita quod appareat, quod ipsam teneant et habeant a nostro dominio et praestent fidelitatis debitum et solitum iuramentum. Similiter volumus, quod facere debeatis quod illi cives qui habent aliquod decretum sub nomine illorum de Carraria renovent ipsa decreta sub nomine nostri domimi, ita quod omnia deviniatur a nobis et non ab illis dominis Garraria. 4 50 nità. Il Doge quindi dà piena facoltà ai due Rettori di accogliere nella cittadinanza i forestieri che si presentano loro, sotto condizione di giuramento di fedeltà a Venezia- ma debbono essere gente in soddisfacenti condizioni finanziarie, e di buona fama « e non sospetta, che di tal sorte non ne deve venir accolta in nessun caso ». Un ulteriore paragrafo della Ducale mostra alla fine la soddisfazione di Venezia per aver abbattuto la Signoria Carrarese, ed insieme il non sopito rancore verso quella. Gli antichi principi della città avevano elargito diritti a vassalli e feudatari, e parecchi cittadini godevano di particolari permessi in loro favore eh' eran stati concessi in nome dei Signori di prima. Tutti questi privilegi vennero conservati pure da Venezia ed i Rettori vennero incaricati di redigere nuovamente tutti i documenti dell' antica signoria» ritenuti ancor validi, a nome di Venezia « affinchè tutto provenga da noi e non da quei cotali signori Carraresi ». Come il Trevisan si preoccupava dell' immigrazione di nuovi cittadini nella città spopolata, così gli stavano pure a cuore le istituzioni che già esistevano. Fece approvare dalla sua Signoria che le elemosine annuali in uso alle famosissime chiese di Padova, come il Santo, e ad alcune confraternite, fossero continuate. A questo proposito abbiamo una Ducale (1). La missione però più impor- (1) Arch. com. di Padova, Scuola di San Daniele CCCXLIII, 1082, cart 3: Michael Steno dei gratia dux Veneciarum etc. No- bilibus et sapientibus viris (come di sopra). Audita certa petitione seu requisitione, dominio nostro facta per procuratorem ecclesiarum Set. Francisci vel Sancti Antonii, confessoris heremitarum, et fra- taleae maioris ecclesiae civitatis nostrae Paduae, deliberavimus vobis scribere et velie informationem a vobis habere; et quod per litteras vestras nobis scribitis vos reperisse super libris factoriae et in statutis comunis Paduae praedictos habuisse omni anno et per alia tempora a comunitate Paduae, sicut in folio vestris incluso continetur, et sic observatum esse nos contenti, quod ea quae spe- ctant et pertinent ecclesiis et monasteriis dei sibi contribuantur, ut proprium est. Fidelitati vestrae rescribimus et mandamus, qua- tenus secundum modum quem scribitis seu tenorem cedulae per 51 tante eh' egli ebbe da compiere, e per la quale era stato richiamato dalla Dalmazia precisamente a Padova, fu la riorganizzazione della celebre Università padovana, con la quale era sempre legato. La fondazione dell' Università risale al 1222 al tempo nel quale Padova era libera repubblica. Più antica di questa in Italia è solo 1' Università di Bologna fondata nel 1185. Sotto i Carraresi fiorì l'università, sopratutto sotto Francesco Novello, che dotò il 27 luglio 1399 la Facoltà di diritto di una casa nel Quartiere di Sant' Antonio, a condizione che ivi fosse insegnato diritto civile e canonico. Verso la fine del 1405, dopo la caduta dei Carraresi, le cose dell' Università andavano male. Gli studenti eran fuorviati, i professori non eran più in numero sufficiente, chè molti di essi avevan abbandonato la città in segno di attaccamento ai Carraresi e non volevano più prestare i loro servigi ai nuovi conquistatori. Lo Zabarella è un' eccezione: venne riassunto il 13 settembre 1407 da Venezia con uno stipendio di 300 ducati (1). Venezia vedeva quindi l'importanza e 1' urgenza di ridare nuovo splendore alla antica università. Prese tre misure energiche. Prima di tutto inviò quali comandanti della città uomini dotti, per placare 1' università eh' era stata privata dei suoi antichi protettori. Fra questi era precisamente Zaccaria Tre- visan, che doveva prendersi tanto a cuore il rifiorire della scuola. Poi venne emanata una Ducale, il 30 gennaio 1406, che decretando gli statuti della città, dichiarava espressamente: «lo Studio e la corporazione dei tessitori di panni ed altre buone industrie della città debbono venir mantenuti secondo i loro privilegi ed usi ». Nel medioevo era consuetudine che i cittadini di una regione fossero obbligati vos missae qui bonis placet et quam vobis remittimus nostris litteris inclusum ad cancellariam, sic exequi et observari facere debeatis, sicut reperietis per elapsa tempora factum et servatum esse. Idem quidem dicimus de fratalea Seti. Danielis sicut in ipsa ccdula quam nobis misistis distinctius continetur. (1) G. Zonta, /. e, pag. 41. / 52 a studiare nell' Università locale, così s' era sicuri che venivano istruiti secondo le direttive desiderate. Troviamo una disposizione di questo genere nel 1222 all' atto della fondazione dell' Università di Napoli da parte dell' Imperatore Federico II, ed una consimile la emise il Senato di Venezia allorché nell' aprile del 1407, col decreto col quale si proibivano tutte le scuole pubbliche nelle provincie veneziane di terraferma, si ordinava che tutti gli studenti avessero a recarsi all' Università di Padova (1). D' ora in poi troveremo spesso immischiato il Trevisano in questioni accademiche. Alla fine del marzo 1407 scadeva l'anno del capitanato di Zaccaria Trevisan. Il suo successore fu Pietro Arimondo, che era stato Provveditore in campo nella guerra contro i Carraresi. Venezia soleva adoperare per incarichi importanti funzionari che avevano già avuto missioni da compiere in comune. Così il Trevisan s' incontrerà ancora più tardi di nuovo col suo collega di Padova. Arimondo sarà mandato con lui a trattare in Dalmazia e lo accompagnerà Marino Caravello allora dell' ambasciata al papa onde far cessare lo scisma. Il cambio della guardia a Padova andava così: il Capitano scaduto doveva consegnare al sopraggiunto il denaro ed i beni pubblici che erano stati assegnati dalla Camera. Al momento specifico del cambiamento della guardia 1' uno stava di fronte all' altro: 1' uno porgeva all' altro scettro e bastone. Come nel cambio della guardia militare son prescritti determinati movimenti, così anche qui il predecessore doveva pronunciare una determinata formala: «In nome dell'illustrissima Signoria vi consegno (1) Gli studenti veneziani dopo l'anno 1407, come per es. Francesco Barbaro, furono costretti di compiere i loro studi a Padova, mentre prima, come abbiamo visto, il Trevisan era andato alla Università di Bologna. Sulla organizzazione dello Studio di Padova vedi Abate Natale delle Laste, Brano storico postumo dello studio di Padova 1405-1438, Padova 1844 e Gius. Giomo, L'Archivio antico dell'università di Padova, Venezia 1893. 53 il governo », al che 1' altro, che riceveva lo scettro doveva rispondere: «In nome dell'illustrissima Signoria ricevo il governo ». Non poteva venir aggiunta neppure una parola, nè potevano venir rivolte allocuzioni o discorsi in lode dei rettori da chichessia. Però questa proibizione pare non fosse a quel tempo in vigore perchè si conserva ancora il discorso tenuto dal Trevisan al suo successore, l'Arimondo (Doc. VI). Anche Guarino Veronese più tardi tenne un discorso in lode del Trevisan quando questi cessò la sua carica a Verona, e nella generazione che seguì queste orazioni furon tanto in uso da formare quasi un genere letterario a sè. Se ci si fa a considerare l'intento del discorso laudativo del Trevisan si scorge che dietro la lode indirizzata al neo Capitano si vuol significare il senso profondo della istituzione. Il Trevisan parlava ad ascoltatori di alta cultura; accanto al clero eran presenti i professori e studenti dell' Università; ai suoi piedi sedeva fra gli altri anche il celebre giurista Zabarella. Si trattava di conquistare quest' assemblea di eccezione della città di recente occupata allo spirito della Signoria veneziana. Nella orazione il funzionario lodato deve incarnare 1' eccellenza di tutta 1' arte veneziana nel governare ed amministrare. Il Trevisan vuol ritrarre non tanto codesto uomo che la sua patria inviò, bensì mostrare come egli deve essere, in quanto suo rappresentante, e come deve venir considerato; vien qui posto già attuato un modello, al quale ogni Capitano veneziano, secondo le sue possibilità, dovrebbe rassomigliare. Seguiamo ora minutamente il discorso. Secondo 1' antica consuetudine s'inizia con una cap- tatio benevolentiae. L' oratore si rende conto dell' arduo compito che gli sovrasta dovendo tessere le degne lodi, davanti a pubblico così eletto, del compagno d' ufficio al quale è personalmente legato. Bisogna eh' egli faccia una scelta tra le molte disposizioni che l'Arimondo « qual buon agricoltore ha coltivate e sviluppate con cura ». Il Trevisan vuol mettere in luce particolare quei tratti che sono 1' ornamento dell' uomo di governo veneziano. Sono 54 essi il senso d' umanità e la clemenza, mediante i quali i veneziani si fanno amare dai loro sudditi, mentre gli altri signori delle città son usi guardare il popolo sinistramente dall' alto delle loro cittadelle. Poi vengon messi in rilievo 1' esperienza in affari del nuovo capo della città, 1' illuminata chiarezza della sua mente, il suo valore e la sua fermezza nelle situazioni difficili e pericolose. Il Trevisan persegue sempre un suo pensiero prediletto, che si ripete lungo tutto il discorso: la gerarchia interna dell' umanità e di tutto il creato. È certamente codesto pensiero di antichissima origine. A cominciar da Platone ed Aristotele giù giù fino a Tommaso d'Aquino, attraverso la filosofia araba, affiora continuamente, però non lo ritrovai mai con un' impronta tanto caratteristica come nel Trevisan. Si fonda, pur senza esprimerla apertamente, sull' amara constatazione che il rango esteriore secondo il quale si classificano gli uomini, non è affatto la misura del loro valore intimo. Qui egli si fa a parlare della gerarchia dei meriti: nell' orazione a Benedetto XIII tratterà di una graduatoria secondo le azioni, e nella sua ultima orazione, quella diretta a Pietro Marcello, ci darà uno stupendo quadro della scala ascendente degli esseri viventi nel creato. Si riallaccia strettamente a quest' ordine d' idee il concetto di gloria. L' ultima orazione conclude che l'uomo di Stato veneziano si costruisce la vita nella sua totalità, considerando egli la vita contemplativa quale rimunerazione dovuta ad una precedente e operosa vita attiva. Qui si trattava solo di parlare della vita attiva e del suo valore. Il Trevisan si chiede: che cos' è da tutti giudicato lodevole? Qual' è la scala dei meriti? Ecco la risposta: degni di lode son quei meriti diretti al bene generale, ma solo gli straordinari, non il compimento regolare e ordinario dei doveri comuni. Anche se ciò non vien particolarmente espresso, si fa però evidente dalla scelta effettuata dal Trevisan. Al primo grado, alla soglia del merito, è posto 1' inventore, che ha perfezionata la tecnica della vita dell'uomo: sono i «minutarum inventores artium ». È caratteristico come questa via non parta dalla tecnica 55 per condurre all' arte ed alle scienze, sibbene segua la linea dell' uomo attivo che agisce immediatamente per la comunità. Hanno maggior merito gli uomini che s' occupano delle cose della città e merito sommo i fondatori di Stati. La lode più alta però tocca ai reggitori dello Stato. Il Trevisan dice letteralmente: « Se siam d' accordo nel dire che molto dobbiamo agli inventori delle arti minime, che moltissimo dobbiamo a coloro che pei primi riunirono in società popolazioni sparse e nomadi e le distribuirono in villaggi e le divisero per stirpi, se dobbiam esser grati a quelli che fondarono stati immensi, solidamente, mediante costituzioni, prescrizioni penali, quanto dovremo esserlo a coloro i quali risvegliarono i diritti giacenti, ridanno vita alle mute leggi, si prendon cura del benessere dei cittadini, promettono e distribuiscono ricompense ai buoni, raffrenano i disonesti, tengon lontana 1' iniquità dalle mura della patria, dai luoghi consacrati, da noi tutti e dai nostri figli, ed infine portan la pace nelle città e conservano tutto quanto tende a tal scopo! Costoro superano ogni lode umana, son degni di lodi divine». Il Trevisan non è il solo a pensarla così. Troviamo nel suo scolaro Barbaro tale brano del suo Libro sul matrimonio preso da Plutarco (1): «Ecco un buon detto del saggio Cesare Augusto: Alessandro avrebbe tratto maggior frutto e merito dalle sue conquiste se avesse saputo proteggere e conservare quel che aveva conquistato, piuttosto che compiere, coadiuvato dalla fortuna, grandi gesta ». D' altronde la posizione privilegiata che tocca al reggitore dello Stato è dovuta al fatto che il suo operare è sensibile nei suoi effetti presenti, mentre quello del fondatore di stato si perde nel grigiore del passato. Ed ecco comparire nel Trevisan 1' amico dell' umanista fiorentino, giacché egli è 1' anello di congiunzione e (1) Plutarco, Reg. et imp. apophtheg. Caesar Auguslus 8 presso il Barbaro: De re ux., ed. A. Gnesotto, Padova, 1915, pag. 65, 14. 56 il mediatore tra 1' umanesimo fiorentino ed il veneziano, per esempio di un Barbaro. Il Trevisan si rifa in questo punto alle cosidette idee euemeristiche della tarda classicità sulla origine degli dèi antichi visti come uomini eccellenti divinizzati (1). Trovò questa visione ampiamente trattata in Cicerone (de natura deorum, III, 15, 38). Onde spiegare perchè il reggitore di Stato deve venir stimato quasi divino si esprime come segue: «D'altronde leggiamo che a Saturno e Giove e Mercurio e ad altri lumi dell' antichità sui quali non abbiamo dubbio alcuno che siano stati uomini, ed infine ai Cesari vennero attribuiti onori divini. Ciò non significa che gli antichi credessero in tanti dèi quanti erano questi che esaltò la poesia - per usare un detto di Plinio : sarebbe stato il ciela più popolato della terra! - ma classificavano fra gli dèi, a maggior stimolo per i virtuosi, coloro i quali venivano, secondo la morale d'allora, ritenuti particolarmente illuminati ». Dopo aver generalmente discusso su quale sfondo risalti il pregio del presente Capitano Arimondo, il discorso si volge direttamente a lui. Apprendiamo che egli, come il Trevisan, svolse la sua attività anche all' infuori di Venezia e fece parte poi, col grado di comandante, della patria marina da guerra. Era più vecchio del Trevisan che gli si fa incontro con rispetto. L'Arimondo avrebbe cercato presso i padovani non certo onori e fasti, bensì di esser utile ai suoi simili più di quanto lo avrebbe potuto quale uomo privato. « Se tu hai donato le opere della tua mano felice a popoli forestieri in nazioni straniere (qui si allude ai levantini), pensa con quanta maggior larghezza le offrirai a questa gloriosa città a questo popolo eccellente. Guarda questi ben provati uomini che ti fanno coro- (1) L' origine di tale razionale spiegazione di dèi antichi risale a Euhemeros, da cui 1' Euemerismo del quale non si curavano tanto i Greci come i Romani. Già il vecchio Ennio aveva fatto una traduzione dell'Euemero in lingua latina. 57 na! Aguzza lo sguardo! Contempla lieto questo popolo scorgerai i più celebri maestri delle arti somme, uomini attivi coronati dagli allori dei padri e da quelli dei loro propri meriti, e poi tutto il popolo fedele eh' è già pronto ad accogliere nello spirito aperto i tuoi ammonimenti e le tue ingiunzioni... ». Così procede verso la fine l'orazione: solennemente con crescente impeto. Il Trevisan invoca pel suo successore un' esperienza felice come quella eh' egli fece presso i padovani: « Non avrai da darti briga per punire e reprimere, solo il merito dei cittadini ti darà da fare!... Assumi con 1' augurio di buona fortuna questi segni d' onore della carica che ti spetta, affinchè costoro che ti hanno aspettato con grande ansia, possano godere beati della tua presenza ». •58 Capitolo V. ORATORE DELL'AMBASCERIA PRESSO IL PAPA GREGORIO XII Dopo questi brillanti inizi padovani, Zaccaria Trevi- san fece parte fino alla fine dell' anno dell' organo più importante del governo, cioè del Minor Consiglio. Frattanto venne inviato il 31 ottobre con un' ambasceria di cinque persone, fra i quali s' annovera il suo collega di Padova Marino Caravello, presso il Marchese di Ferrara (1). Il Marchese aveva sin dal 1395 avuto a prestito da Venezia ingenti somme e aveva per ciò dato in pegno terre sue, come il Polesine. Non avendo egli nel 1407 ancora effettuato il pagamento, ed avendo avuto Venezia nelle ultime guerre a lagnarsi della condotta politica del suo debitore, chiedeva ora la restituzione della somma dovuta ammontante a un totale di 38.240 ducati, compresi gli interessi. Non potendo il Marchese saldare il suo debito in una sola volta, il 1 novembre vien accettata una proposta di pagamento rateale e Niccolò d'Este si mostra riconoscente al Doge per 1' accomodamento concesso. Il Trevisan riappare poi subito in primissima linea. Non appena ebbe riorganizzato amministrativamente la città di nuova conquista, Padova, la Signoria, nella quale egli occupava un posto eminente, lo chiamò ad assumere un incarico allora importantissimo nel mondo d' occidente: contribuire per la parte veneziana alla soluzione dello scisma della Chiesa Romana. Tutta la vita del Trevisan si svolge in questo ambiente ecclesiastico-politico creato dalla scissione della Chiesa. Nel 1378 Urbano VI (1) / libri commemoriali. Regesti, Tomo III, 2. 59 era salito sulla cattedra di San Pietro, e subito dopo alcuni cardinali malcontenti avevano eletto ad Avignone un antipapa. Da allora in poi si susseguirono parecchi papi che si destituivano e scomunicavano a vicenda. Il Trevisan non era stato finora implicato direttamente in codeste faccende, chè, anche quale senatore a Roma sotto Bonifazio IX, non aveva avuto da trattare se non questioni interne romane. Bonifazio morì nel 1404, ma allorquando il 2 dicembre del 1406 fu chiamato a succedergli Angelo Correr, un Papa proveniente dalla nobiltà veneziana, che prese il nome di Gregorio XII, il governo veneziano s'interessò improvvisamente della politica mondiale romana (1) e levò alta la voce a prò'della povera cristianità oppressa dallo scisma. Quale oratore scelse Zaccaria. Ci siamo già incontrati con il Correr, allorquando la Signoria lo aveva posto, accanto al Trevisan, sulla lista dei candidati per il Patriarcato di Aquileia. Anche questa volta la ragione effettiva per un passo diplomatico della Signoria presso il Papa a Roma fu la contesa tra F Imperatore e Venezia, che aveva sempre la stessa ragione. Poiché nel 1394, quale Patriarca, il Correr avrebbe avuto il compito di rafforzare F influsso veneziano nel Friuli; ora la Signoria sperava che la sua politica sarebbe stata sostenuta dal Papa veneziano; ma si disgustò subito non appena s' accorse d' essersi ingannata nelle sue speranze su Papa Gregorio, poiché questi non solo accrebbe il disordine nel Friuli, tutto inteso com' era ai suoi interessi, ma si mise inoltre dalla parte dell' Imperatore, verso il quale doveva inclinare per averne F appoggio contro il papa avi- gnonese. Nel 1407 però si era ancora pieni di belle speranze. Uomini sperimentati come Marino Caravello e Zaccaria Trevisan furono designati per F ambasceria al Papa romano e all' avignonese, incarico questo di grande responsabilità. Al Trevisan, più giovane dei due, com' era con- (1) Cf. Ed. Piva, Venezia e lo scisma durante il pontificalo di Gregorio XII, in Nuovo Arch. ven., 1897, toni. XIII, pag. 140. 60 suetudine nelle ambascerie veneziane, toccò di pronunciare il discorso. Un anno prima Gregorio, quando venne eletto papa, aveva dovuto giurare in Conclave di deporre la tiara, qualora se ne fosse mostrata la necessità, perla cessazione dello scisma (1). Sull'inizio del suo papato fece realmente tutto il possibile per ricondurre la Chiesa alla sua Unità. Le potenze europee avevano proposto ai due papi d' incontrarsi e di venire ad un accordo personale. Ma ben presto 1' esecuzione di questo piano subì un arresto, pare per colpa di Venezia. Dal settembre Gregorio trovavasi a Siena, da dove avrebbe voluto partire, imbarcandosi ad Ostia, per raggiungere Savona, punto fissato per l'incontro con l'Antipapa. Per la traversata chiese a Venezia delle galere, ma questa gliele rifiutò. Venezia, che non voleva immischiarsi in questa faccenda, non desiderando che la città assumesse responsabilità sul viaggio, fece dire dai suoi legati che la strada per mare dall' Adriatico al Tirreno, passando per Messina, era troppo lunga perchè le galere richieste dal papa potessero arrivare in tempo; inoltre che Venezia vedeva mal volentieri un incontro tra equipaggi genovesi e veneziani, chè, indisciplinati com'erano, non potevano avvicinarsi senza provocarsi a vicenda, e da una scintilla poteva facilmente nascere un incendio. Dall' epoca della grande guerra tra Genova e Venezia, non s' era distanti nemmeno una generazione e presto udiremo nuovi intrighi che il Trevisan dovette poi sbrogliare: i suoi rapporti con l'altra potenza marinara erano ancor troppo tesi perchè Venezia non dovesse evitare ogni nuova occasione di discordia. Il decreto ducale comincia così (Doc. V): « Noi Michael Steno, Doge di Venezia per grazia di Dio, incarichiamo i nobili Marino Caravello e Zaccaria Trevisan, cavaliere, nostri ben amati e fedeli cittadini, di recarsi quali nostri (1) Cf. Gregorovius, /. e, 6, 373 e Mittarelli Bibl. codd. Seti Mich. prope Muricnum co. 1150; Leon. Areti'nus, Commentarla, RIS, voi. XIX, co. 925 C. (il oratori ufficiali dal Pontefice Massimo colà dove egli risiede, che abbiamo udito essere dalle parti di Siena, od in qualsiasi altro luogo eh' egli abbia scelto a sua residenza. Procurate di comparire ai piedi di sua Apostolica Santità e di presentargli queste lettere. Dopo che 1' avrete presentate porgete 1' umilissimo saluto nostro e della Signoria, figli devotissimi della Santa Madre Chiesa e di S. Santità, con quelle parole che la vostra saggezza vi suggerisce più degne e proprie ». Così 1' esordio dell' istruzione, dove si fa mostra della tradizionale sottomissione alla Santa Sede. La realtà perù era tutt' altra; infatti i legati veneziani, prima di gettarsi ai piedi del Pontefice, s' incontrarono con 1' ambasceria francese, che si trovava pure a Siena. Si discusse fra diplomatici la questione se non si doveva rifiutar obbedienza a Gregorio, nel caso egli non avesse spontaneamente abdicato. Non lo si disse poi così brutalmente dinanzi al papa, ma il Trevisan lo lascia chiaramente trasparire nella sua orazione. La Signoria veneziana era inasprita contro la Francia gelosa per l'indipendenza della sua politica. Carlo VI re di Francia era già da quattordici anni nel crepuscolo della demenza; il paese era un bottino che gli zii del Re si disputavano accanitamente. Precisamente nel 1407 il capo di uno dei due partiti, quello degli Armagnac, il duca Ludovico d'Orléans, venne clandestinamente trucidato dai Borgognoni, il partito avverso. Malgrado i disordini interni causati dalla guerra dei Cent' anni, pure la Francia aveva molta voce in capitolo per quel che riguardava il potere della Chiesa, poiché il papa avignonese era più o meno sotto il suo dominio e più o meno s' appoggiava su di essa. Ma anche i francesi ne avevano abbastanza di questa scissione ed avevan minacciato il loro Papa, lo spagnuolo Pedro de Luna, che aveva preso il nome di Benedetto XIII, di negargli obbedienza se egli, entro un tempo stabilito, non si fosse adoperato per la unificazione della Chiesa. Ma quando cominciò a correr voce che i francesi eran sulla via di sottomettersi a Papa Gregorio XII, così che questi avrebbe regnato « in nome del Re di Francia », ciò 62 non piacque ai veneziani i quali fecero sapere, per bocca dei loro legati Caravello e Trevisan, che la Signoria ne avrebbe chiesto ragione e non si sarebbe lasciata mettere sotto tutela per quel che riguardava le sue decisioni nella faccenda della Chiesa. L'inverno 1407-408 fu, a memoria d'uomo, il più freddo che si fosse mai dato. Perirono molti animali, uccelli e pesci e quando venne la primavera si trovarono molti alberi da frutta disseccati. L' 8 dicembre i due legati ricevettero le credenziali. Durante le feste di Natale arrivarono a Ferrara dove vennero alloggiati a spese del Marchese « in domo Ugotionis » (1). A Siena s' incontrarono coi francesi e contemporaneamente si metteva in cammino un' ambasceria fiorentina. Tutti questi ambasciatori forestieri s'incontrarono col Papa Gregorio XII in un luogo sito in territorio fiorentino, Foiano (Val di Chiana). Quivi Zaccaria Trevisan il giorno di San Silvestro del 1407 pronunciò la grande orazione, che lo rese celebre non solo fra i contemporanei, ma pure molto tempo dopo la sua morte (Doc. VI). Un tratto essenziale dell'orazione: « Consuevere, pater sanctissime », è la forma ampiamente oratoria nella quale vien esposta la semplice istruzione. Lasciando essa all'oratore la libertà di esprimersi « cum illis honestis et pertinen- tibus verbis quae vestrae sapientiae videbuntur », egli afferma di aver acquistata sul posto una visione più esatta circa quel che va detto e taciuto più che non lo avessero potuto i consiglieri, che nel Palazzo ducale di Venezia avevano deliberato in proposito. L' uditorio del Trevisan a Foiano era composto del Collegio dei Cardinali, che attorniava il Papa, di numeroso clero, di ambasciatori forestieri, e di una fitta schiera di uomini esperti nella lingua latina che s' eran affollati tutti intorno. La loro attenzione era tesa al massimo grado - la fama della be- (1) Jac. de Delayto, Annales estenses, RIS, Tom. XVIII, co. 1044. 63 nefica azione svolta dal nostro veneziano nell' Italia centrale era ancora viva nella memoria di tutti - ed anche il Trevisan si sentiva davanti a vecchie conoscenze. « Coloro, o Santissimo Padre, i quali avevan da trattar cosa dinnanzi ai Cesari di Roma o in imponente adunanza, solevan all' inizio del loro parlare esser confusi di tanto osare di fronte alla sublimità dei fastigi e della cosa. Eran intimoriti dalle coorti del seguito, dai fasci littori dell' autorità, dal consesso dei porporati, e dagli altri segni di magnificenza. Temevan di offendere con la crudezza del loro pensiero, la rozzezza del loro linguaggio, la disarmonia della loro voce, questi animi carichi di meriti umani. Quanto è difficile non ferire coloro che in tutto eccellono! Non ritenevano quindi conveniente esporre nulla che non fosse stato già lungamente meditato, che non fosse stato disposto con ogni cura ed arte ». Dopo aver accennato all' immagine dell' oratore dinanzi all' imperatore romano dell' epoca pagana, dà un quadro cristiano del pilota della Chiesa pieno di sollecitudine, del Santo Padre, al quale espone 1' oggetto della sua domanda. Non sempre lode deve essere lusinga, può però essere ammonimento, esprimere il desiderio di come ha da essere il lodato; si rivela qui quella stessa posizione del Trevisan che s' era palesata nel discorso per la successione alla carica pronunciato a Padova. « Io vedo dinanzi a me il più clemente dei vicarii di Cristo, che conduce la barca di Pietro non grazie ad astuzie umane, nè ad intrighi ed inganni, nè ad inconsulto plauso di folla, sibbene trattovi da meriti divini ». Con quest'ultime parole si fa già evidente in quale direzione 1' oratore vuol indirizzare il Papa, tutto ciò però anticipando, come se il dover essere fosse già in essere. « Ha fretta di portare in porto la barca, che, o dolore!, venne tanto lungamente squassata dai flutti ». Ma non basta mettere il Papa sulla retta via, occorre ancora ridestare nell' assemblea la coscienza di se stessa, dei suoi compiti e doveri. « Contemplo il santo consesso dei Cardinali, questa corona che riluce di magnifico splendore, e 1' umilissimo clero, e il popolo 64 innocente che manifesta V ardore della fede e la sua integrità ». Dopo questa introduzione, s' esprime in accordi vigorosi il tema principale dell' orazione, con atteggiamenti e linguaggio che ricordano la gravità dei profeti: « Dob- biam ora parlare dell' integrità della Chiesa, del pastore unico del gregge del Signore. Malediciamo lo scisma letale, ricacciam nelle tenebre L' orrenda opera di Satana, che vuol strappare la veste inconsutile di Cristo». Perciò il Trevisan si vede costretto a dire sinceramente e coraggiosamente, non nel segreto di quattro pareti ma in questo eccelso consesso universale pubblico, quanto le orecchie del pontefice - egli confida - si degneranno d'accogliere. Chè dalla fondazione della Chiesa solo quest' oggetto sta a cuore a tutti i cristiani, che racchiude in sè pure la salvezza o la corruzione dei singoli: « A te, santissimo Padre, dirigono lo sguardo del loro spirito, alla immacolata sposa di Cristo, tutti i re credenti e tutti i principi ed i popoli fedeli del mondo, fra i primi dei quali s'inchina ai tuoi piedi V illustrissimo Principe di Venezia, il figlio devotissimo della tua Santità, Michel Steno, e di quella città che ti fu madre ». Qui 1' oratore fa appello all' amor di patria del veneziano, facendo sorgere dinanzi agli occhi spirituali del papa un' allegoria, come all' incirca la dipinse il Tintoretto più tardi sul soffitto della sala dove s' adunava il Gran Consiglio : il Doge ai piedi del Papa che implora per 1' unità della Chiesa e la figura della Repubblica di Venezia che protegge e Doge e Papa. Il Trevisan spiega poi ampiamente ai suoi uditori quale sia la posizione di Venezia di fronte al papa nato nel suo grembo. Col crescer degli anni ed ancor più dei suoi meriti la sua terra natale aveva posto la sua fiducia in lui, che in Venezia aveva coperto le prime cariche ecclesiastiche (1), (1) Angelo Correr era (sec. 1'Eubel Hier. cath.) prima deca- nus ecclesiae Goronensis (Corone presso Patrasso -Morea); dal 1380 65 preannuncio del suo pontificato, per 1' effettuazione del di lui antico progetto di unificazione. Quando al termine dell' anno si sparse in patria la voce lietissima della sua elevazione al pontificato, Venezia pose in lui tutte le sue speranze, « che finalmente - e qui il Trevisan si serve di una immagine biblica - il gregge del Signore piagato da morbo intestino, non venga disperso in pascoli diversi, sibbene raccolto in un solo ovile » (1). Il Trevisan pronuncia parole dure assumendo una posizione da giudice, simile a quella di Dante (2), quando afferma che i predecessori, che non avevano posto fine allo scisma, s' eran giocati la salute eterna, minacciandolo della medesima sorte se non volesse contribuire a por fine allo scisma. Nella Repubblica di Venezia era innato F amore di accordo e di pace, ragion per cui desiderava tanto ardentemente 1' integrità della Chiesa. Il Trevisan riteneva necessaria questa affermazione di principio, dopo che Venezia era stata accusata, nella faccenda delle galere, di aver intralciato 1' unione. « Allorquando i nostri padri, mossi dalle pene degli altri, videro città discordi fra loro od in armi le une contro le altre, consci dell' altezza della loro missione, non risparmiarono nè spese nè fatiche, nè temettero pericoli onde lenire il rancore altrui e spegnere, con la soavità della pace, le fiaccole guerresche ». Ad esempio di questi servigi resi alla pace, il Trevisan si richiama a un evento, che risale a 250 anni addietro: la pace conclusa il 1 agosto 1177 fra la Lega Lombarda e 1' Imperatore Barbarossa in Venezia. Venezia aveva poi un tempo appoggiato il Papa Alessandro III e contribuito assai alla sua vittoria sui ghibellini. Allorquando l'Imperatore si infiammò di sdegno contro il Papa, e chi prendeva le parti vescovo di Castello (Venezia); 1396 Patriarca di Costantinopoli; 12 giugno 1405 Cardinale; 19 die. 1406 Papa Gregorio XII; 1415 rinuncia alla dignità papale; + 1419. (1) Joh. 10, 16. (2) Dante, Inf. XIX, 53. 5 66 di questi cadeva in disgrazia dell' imperatore ed era minacciato di guerra, i veneziani non intervennero solo con truppe assoldate o con una parte delle loro forze, bensì con tutto l'esercito ed il Doge stesso e combatterono per la vittoria con deboli truppe e 1' aiuto di Dio. « E non sarebbero forse pronti oggi i veneziani a sacrificare ancor più per l'unione di tutti i fedeli? Prima di esser Papa, il Correr bramava ardentemente 1' unione della Chiesa; ora che ne ha il potere dovrebbe compierla. Il papa non dovrebbe prestar orecchio a chi gli consiglia di temporeggiare. « Chi pensa in cotal guisa non è sospinto da Dio, sibbene dal demonio; chi in questa cosa - non si può pensarne di più sante - pensa malamente ha il giudizio corrotto dalla malizia, oppure cerca di piegare la rettitudine altrui con subdoli commenti. Quelli che pensano diversamente, che tendono a sinistrare, cerca tu per prima cosa di raddrizzarli come lo puoi; se poi sono incorreggibili, allora domali con pugno fermo, o con la spada dello spirito. O se tu nella tua clemenza vuoi essere misericordioso, allora allontanali dal tuo santo occhio. Il tuo gregge infiacchito dalla corruzione del morbo, desidera una mano risana- trice, e non parole, non nodi dialettici, e neppure la grazia del discorso, sibbene rettitudine d'azione e sincerità di fede ». Il primo scopo dell' orazione del Trevisan è raggiunto. Gli pare sia giunto il tempo di far coro al grande lamento, che si eleva da secoli sulla corruzione della cristianità e che dovrà risuonare per un altro secolo fin oltre il grande Concilio, fino alla Riforma. Il Trevisan dipinge a tinte fosche le conseguenze fatali che si van maturando in codesta disfatta della cristianità. « Medita, o Padre santo, quanto danno ebbe a soffrire la religione cristiana, quanto obbrobrio sopportò il nome del vero Dio, e di dentro e di fuori, da questa scissione letale, come disonorata è la faccia della Chiesa un tempo tanto venerata, quale sconfitta ha subito il gregge del Signore... Va crescendo l'insolenza del peccato, mentre si vedono infuriarsi e venire alle mani in questo mostruoso morbo della Chiesa, 67 quegli stessi che ne sono i capi ». La peggiore delle conseguenze che la debolezza dei popoli cristiani trascinava con sè, era la tracotanza con la quale i nemici ereditari dei cristiani, i turchi, avanzavano in Oriente. « Le nazioni barbare si prendon gioco del nome cristiano », esclama il nostro veneziano, che aveva visto coi propri occhi, nelle vicinanze del Levante, la posizione difficile della sua patria: «Prima, se non l'onoravano, però lo temevano e tremavano davanti ad esso. Guarda, quanti templi hanno profanati, quanti santuari insozzati! Quanti bambini innocenti, che erano stati allevati dai loro genitori nella fede di Cristo, gemono sotto costumi barbari, imbevuti delle leggi di Satana. Guai ai nostri tempi maledetti, ai quali è offerto simile spettacolo ». Qui forse il Trevisan allude al sistema turco di formare il corpo dei giannizzeri. I pascià turchi percorrevano i territori da loro conquistati abitati da popolazione cristiana, e sceglievano fra i sudditi i ragazzi più belli e più robusti, li strappavano ai loro genitori e li mettevano in una specie di caserma dove veniva educata la guardia del corpo del sultano, colà erano allevati alla mussulmana, per poi esser incorporati nelle truppe dei giannizzeri. Ma non solo era spento fra gli increduli ed i pagani il timore del nome di Cristo ; chi venerava più tra i popoli cristiani il potere delle chiavi di Pietro, chi temeva le scomuniche ecclesiastiche, chi si peritava ad attaccare il patrimonio di Cristo, i possessi della Chiesa? Violati e gettati al vento i beni eh' eran stati conquistati col santissimo sangue del Cristo e dei martiri, viatico dei pellegrini e dei poveri. Chi rispettava ancora la libertà della Chiesa, chi non la calpestava e bistrattava? Se questo fosse accaduto solo per opera dei principi del mondo, sarebbe stato il minor dei mali. Ma il papa dovrebbe guardarsi intorno. Cosa fanno i capi delle chiese, gli abati dei conventi, coloro che sono alla testa delle pie istituzioni? Forse che istruiscono il popolo ad essi affidato, privo d'ogni scienza e ignorante delle più elementari nozioni? Forse che educano coi loro costumi, edificano col loro esempio, mentre conducono 68 essi stessi una vita riprovevolissima ? Costruiscono forse nuove chiese, o conservano almeno le antiche? Custodiscono il tesoro della Chiesa? Trascuran le cose sante, che sono di Dio, così che son più le chiese in rovina che quelle in piedi; non parliamo poi di chiese ben tenute. I beni terreni però, dei quali si fanno delle spanciate, e che custodiscono sudando e perdendo il sonno, non li spartiscono, no, ma li dilapidano, li consumano, per servire le loro concupiscenze. E tutto questo proviene dal fatto che essi non entrarono nella casa del Signore dalla porta giusta, ma da una porticina di servizio. Qui si allude alla simonia dei papi, che vendevano le cariche ad inetti, purché le pagassero, come vedemmo nell'esempio del Patriarca di Aquileia, Antonio Gaetani, che divenne in questa maniera cardinale nel 1402. Il Trevisan dipinge ancora una volta all'uditorio molto impressionato il temporale che sta scatenandosi nell'Europa orientale. Il papa dovrebbe ricordare il macello che avvenne del suo popolo cristiano. Quanti popoli massacrò e ridusse in ischiavitù il « teucro » un tempo tremebondo pei suoi confini, quanti eserciti sconfisse, quante città distrusse! - Qui si tratta delle infelici battaglie dei principi cristiani eh' eran stati battuti in Serbia e Bulgaria. Le righe che seguono eran state alterate da correzioni erronee del Mittarelli nella prima edizione dell' orazione datata del 1779, e riacquistarono il loro senso originario solo ora in un testo critico (1). Tutti i manoscritti danno invariabilmente il testo seguente: « ut Romanae urbi etiam excidium minaretur, ni immanissimus Parthus ipsius (Teucri) ferocitatem et insolentiam contudisset ». Il Mittarelli, che non aveva capito nulla di questo passo, credette fosse dovuto ad un'alterazione dell'unico manoscritto da lui ado- psrato nella biblioteca dei manoscritti di Venezia, e sostituì «immanissimus Parthus» con «Deus Optimus Ma- (1) Nella nostra edizione nell' Arch. Veti. voi. XXI, 1937, pag. 41 (d). 69 ximus ». Invece il crudelissimo Parto è qui al suo posto. Gli umanisti chiamavano popolazioni dell'epoca loro con nomi, che eran stati usati in antichità per genti che avevano dimorato nelle stesse contrade. Per esempio par- lavan di Galli ed intendevan con questi non solo i francesi, bensì, considerando pure gli antichi abitatori della Gallia cisalpina, anche i loro compatrioti lombardi e milanesi. Ci ha sbarazzati da quest'uso per primo, due generazioni dopo il Trevisan, Flavio Biondo, nelle di cui opere topografiche si succedono a dozzine i nomi di popolazioni, ma al quale ripugnò, nell'interesse della chiarezza, questa mascherata di nomi. La faccenda si complicava quando si trattava di un popolo immigrato più tardi, com' era per esempio il caso dei turchi, del quale si trova nell'antichità in luogo nascosto una sola citazione (1), Qui, onde conservare l'omogeneità dei nomi si ricorreva agli antenati dei troiani, agli antichi Teucri che s'eran insediati nella regione della futura Turchia in Asia Minore. Coloro che abitavano all'oriente dei turchi non potevano venir denominati che Parti, ma erano allora tartari o mongoli. Così con « crudelissimo Parto », si vuol intendere il feroce Tamerlano che, ritornato dalla Siria cinque anni prima, aveva battuti i turchi nella sanguinosa battaglia di Angora (1402), facendo prigioniero pure il loro sultano, fino allora sempre vittorioso, Bajazet I. Questo fiero principe non potè sopportare il suo duro destino e andò talmente sulle furie da morir di rabbia. Ci rimane ancor da levare un altro velo umanistico. Sarebbe antistorico voler affermare che Bajazet I avesse minacciato di radere al suolo la lontana Roma. Sotto romana urbs è da intendersi la Roma orientale, Costantinopoli. Effettivamente Tamerlano era stato chiamato in aiuto dai bizantini, premuti nella loro capitale dai turchi, e con la sua vittoria aveva procurato alla (1) Turcae, -arum. Turchi popoli della Scizia che distesero il loro impero, detti anticamente Massageti. Mela I, 19 sub fine. (Secondo Bazzaeini, Vocabulario universale lat.-ital, Torino 1850). 70 Roma orientale una tregua di 50 anni, fino a quando cioè i turchi, riavutosi dal colpo, realizzarono la loro vecchia intenzione, la conquista di Costantinopoli. Il Trevisan assistette alla minaccia contro i pilastri orientali della cristianità - essa fu pure la causa della presenza di Manuele Crisolora in Italia -, la catastrofe che stava per scoppiare la vide poi da vicino il suo scolaro Francesco Barbaro, che se ne accorò tanto da morirne. « Son questi ancor frutti del dannato scisma e se tutti i cristiani appresero con dolore queste tristi nuove, il nostro Stato, oltre alle lagrime, subì pure i danni ». Gregorio doveva dunque sapere che la sua città natale (il di cui dominio si estendeva nel lontano Oriente) veniva colpita in pieno. « Ciò sconvolga di dolore potente il tuo santo cuore (1) ». Da tutto ciò il Pa^a doveva tirar le sue conclusioni. Questo era per il TreVisan lo scoglio più arduo. Poteva trattarsi o solo di un'abdicazione volontaria del papa, oppure, come avvenne poi effettivamente qualche anno dopo al Concilio di Costanza, obbligata; però il Trevisan non fa motto nè sulla relativa Promissio, che Gregorio XII aveva giurato prima e dopo la sua elezione - se non si vuol vedervi un'allusione nell'espressione comune fides per iusiurandum adstrida, ciò che può significare anche un semplice giuramento di fedeltà del Papa fatto alla cristianità - nè sulle recentissime conversazioni scambiate a Siena coi legati francesi: lascia soltanto trapalare facilmente il senso recondito che è fuor di questione. Il Papa si acquisterebbe grazie in cielo ed in terra. « Sarai vero rappresentante di Cristo, successore di Pietro, che detiene le chiavi del cielo, vero pastore del gregge del Signore, se tu sacrificherai, non dico questi alti onori temporali, piccoli e grevi, sibbene anche corpo ed anima per il bene delle tue pecorelle. Ahi i miseri, gli stolti, che la pensano diversamente, e non sanno cambiare questi brevi giorni (1) « Cum ingenti maerore tuo sacro volvas in pectore » ; questa è una espressione non più biblica, ma piuttosto classicheggiante. 71 fugaci, nei quali non tanto viviamo quanto passiamo ed il loro carico ben troppo pesante, con l'eternità e la beatitudine perenne! » L'ideale costante del papa dovrebbe •essere il ripristino dell'integrità della Chiesa. A mo' di conclusione l'oratore dice che i due legati veneziani son pronti a render qualsiasi altro servigio diretto a codesto fine e si offrono innanzi tutto a recarsi ■dal Papa avignonese. Una lettera di un testimonio ci dice fino a che punto questa orazione scosse 1' uditorio. Leonardo Bruni (Leo- nardus Aretinus), amico del Trevisan, dopo il di lui anno ■di podesteria a Firenze, aveva la carica di abbreviatore alla cancelleria papale, ed era stato presente al discorso di Foiano. Scrive, ancora sotto la prima impressione, al futuro vescovo di Vicenza, Pietro Miani, appartenente a ■quella cerchia di amici che s'aggruppava intorno al Trevi- san, al Guarino, a Zaccaria ed a suo fratello giovane Francesco Barbaro, il quale, come risulta dalla lettera, in quel momento soggiornava con Manuele Cnsolora. Il Bruni invidia al Miani codesta compagnia, e dice con quanta ansia si aspettava il Crisolora in Curia. Sul discorso del Trevisan scrive (1): « Da tempo alla Curia Bomana non^~era dato di sentire tanta foga oratoria quanta nella voce del tuo o meglio, del nostro ottimo Zaccaria. Chè io non l'amo nè punto uè poco meno di quanto tu l'ami, grazie alle sue alte virtù. Allorquando nella pubblica adunanza papale si mise a parlare in presenza dei reverendissimi padri Cardinali della S. Bomana Chiesa, circondati da una grande folla di popolo e di clero, lo fece in tal modo che dalle sue parole trasparì nell'eleganza della finezza oratoria la vigoria dell'uomo fortissimo e la prudenza del dotto. Vorrei tu avessi visto ■con quale attenzione venne ascoltato da tutto il gran consesso - non si sentiva neppur rifiatare - chè la maestà dell'orazione, l'ubertà dei suoi pensieri, la copia di voca- (1) Epp. Leon. (Bruni) Aretino, ed. Mehus, 174. lib. II, ep. XV, pag. 51. 72 boli propri l'aveva reso padrone in modo mirabile dell'animo dei suoi ascoltatori. Oltre a lui parlò pure l'austero Marino Caravello; anch'egli con grande spirito e non meno maestà. Sebbene si fosse servito nel suo discorso non della lingua latina ma della sua locale, non sfuggì alla lode ed il suo animo apparve senza dubbio alto e sincero. A farla breve : lo Stato veneziano, per mezzo di questi due oratori, si conciliò tutta la curia, cosi che vien stimato più d'ogni altro splendido e potente ed oltre a tutto amante della pace: nè ve ne sarà di più glorioso su tutta la terra,, se Dio gli riserverà la palma della santissima e desideratis- sima reintegrazione della cristianità e della Chiesa. Un'altra volta parlerò delle cose pubbliche, ora parlo più volentieri delle mie. Visito spesso il nostro Zaccaria e occupiamo in libri e studi tutto il tempo che gli rimane libero dai suoi offici di legato, cui attende con zelo mirabile. Vorrei tu fossi lì! Sebbene ti abbiamo sempre presente e nei nostri discorsi, pure ti vorrei vedere presente in altro modo.Non dubito che festeggieremo insieme giocondamente i prossimi saturnali (1). Dopo aver gettato un rapido sguardo sulla vita privata degli amici durante le loro ore di svago dobbiamo rivolgerci nuovamente alle cose pubbliche. Pare probabile che il Tre- visan, arrivando alla Curia e prima di tener la sua grande orazione, si sia intrattenuto col Bruni sulle vicende politiche. Ciò traspare da una certa coincidenza tra il discorso e la relazione dei fatti, cui fu presente, narrata dal Bruni,, nei suoi « Commentarii ». Il Trevisan deve essersi informato da lui circa le intenzioni del Papa (2). Poteva sa- (1) I saturnali venivano solennizzati nella Roma antica in gennaio e durante V inverno. (2) RIS, Tom. XIX, col. 925 E/926. Il Bruni disegna il carattere del papa così: vir prisca severitate et sanctimonia reveren- dus... Quamquam fuit in Gregorio permagna vitae morumque lionestas, et, ut ita dixerim, bonitas, scripturarum quoque scientia et indagatio subtilis et denique in cunctis ferme rebus mihi satis- faciebat praeterquam in unionis negotio. 73 pere dal Bruni come si eran svolte le cose. L' abbreviatore papale possedeva il testo della Promissio e gli raccontò tutto. Dopo la morte del successore di Bonifazio IX, avvenuta il 6 novembre 1406, di Papa Innocenzo VI, sotto il pontificato del quale il Bruni era entrato nella cancelleria papale, i cardinali discussero da principio se non dovessero prendere codesta occasione per rimuovere lo scisma dal mondo. I principi francesi, che governavano la Francia al posto dell'infermo Carlo VI, fecero in .un primo tempo la proposta che il loro Papa Benedetto XIII si ritirasse a patto che i romani avessero rinunciato ad eleggersi un nuovo papa. Dal racconto del Bruni pare che ciò sembrasse necessario anche alla curia romana, ma gli elettori del papa temettero una troppo lunga vacanza di sede e il disordine che ne sarebbe risultato in tutta la cristianità rimasta senza capo. Sia che questo motivo fosse sincero, sia che pel momento nessuno volesse lasciarsi sfuggire di mano la possibilità della propria candidatura, scelsero i cardinali una via di mezzo; elessero cioè il nuovo Papa, imponendogli però di deporre la dignità papale, qualora il suo rivale lo avesse fatto. Il nuovo capo supremo della Chiesa avrebbe dovuto far noto l'obbligo assunto subito dopo iFsuo insediamento al suo avversario ed a tutti i principi d'Europa che dovevano servirgli da testimonio. Questo venne registrato solennemente e sottoscritto per maggior garanzia da tutti i cardinali che sedevano in Conclave. Si desiderava che dal Conclave uscisse non solo un Papa abile ed e- sperto in affari, ma pure una personalità inattaccabile in fatto di fede ed integrità. Angelo Correr sembrava dover soddisfare a tali esigenze. Egli è una di quelle figure che avrebbero potuto adempiere le loro funzioni molto abilmente in tempi tranquilli e normali; non era però all'altezza, malgrado le sue qualità personali, del difficile compito che gli era stato posto. Il Bruni accentua espressamente che questo Papa gli era gradito. Lo descrive al Trevisan quale uomo di tradizionale austerità, quale del resto questi doveva averlo già conosciuto a Venezia. Era degno di venerazione per la sua condotta irreprensi- 74 bile e la sua bontà; era assai dotto nelle Sacre Scritture, e possedeva un acuto e retto spirito critico. Ma il suo atteggiamento nella questione dell'unificazione della Chiesa fu riprovevole. All'inizio del suo pontificato aveva dichiarato con zelo ed entusiasmo che era disposto ad andare a piedi col bastone del pellegrino per condurre a termine la desiderata unione. Scrisse subito una lettera al suo avversario, invitandolo ad un'abdicazione d'ambo le parti. Benedetto rispose quasi con le stesse parole. Quale punto d'incontro venne scelta Savona, sita a metà strada circa tra Roma ed Avignone. Fin qui tutto andò bene; più tardi però i buoni propositi di Gregorio cominciarono a vacillare e vennero i pentimenti per la rinuncia alla dignità papale. Si diceva che le persone che lo circondavano esercitassero su di lui una influenza malefica. Chi erano ? Non erano certo i cardinali, i quali lo avevano eletto, perchè questi, appena si accorsero del cambiamento d' idee del papa, gli voltarono le spalle furiosi. Rimanevano quelli che aveva egli medesimo nominato cardinali. Lo sosteneva il nipote, Gabriele Condulmer, pure di nobile famiglia veneziana, futuro papa Eugenio IV. Gabriele stette fedele a fianco dello zio anche nel momento della disgrazia e lo accompagnò più tardi persino attraverso tutta la sua odissea, che lo spinse ad errare in esilio lungo le coste d'Italia. Un' influsso malefico sul Papa venne esercitato da un uomo, la cui condotta ovunque ci si fa incontro, ci appare sempre molto discutibile. È il domenicano Giovanni Dominici. La Chiesa Cattolica poi lo beatificò, è vero, ma ciò avvenne assai più tardi, nell'aprile del 1832, quando sulla sedia di Pietro stava Gregorio XVI, il reazionario predecessore di Pio IX. Noi ne abbiamo ampiamente trattato nel nostro libro su Francesco Barbaro, sopratutto per quella sua attività pedagogico-letteraria antiumanistica, diretta soprattutto contro Coluccio Salutati (1), col quale pole- (1) P. Gothein, Francesco Barbaro, pag. 84. 75 mizzò nel 1406. Vedemmo poi qui, a proposito di Zaccaria Trevisan, com' egli avesse chiamato, malgrado la proibizione della Signoria, i Bianchi a Venezia, e come in seguito a ciò fosse stato esiliato dalla città. Il Dominici ed il Correr avevan collaborato a Venezia in uffici ecclesiastici. Allorquando il Correr fu eletto Papa creò il Dominici suo delegato, probabilmente spiacendo alla sua patria. Allude certamente anche a lui il Bruni quando biasima l'ambiente ed il parentado che circonda il Papa. Pare che questi gli istillassero vane paure, e sussurrassero al suo orecchio pericoli immaginari, riuscendo a dissuaderlo dall'intraprendere il viaggio di Savona, mentre l'altro Papa vi arrivò al tempo fissato e gli rimproverò la sua assenza. Gregorio metteva difficoltà e recalcitrava a tutto ciò che doveva fare. Brontolando partì per Siena, ove lo incontrammo. Il 5 dicembre delegò il Cardinal Dominici con uno dei suoi familiari veneziani, il Canonico Giustinian, a trattare coi messi di Benedetto XIII, e, poiché si mormorava contro il suo modo indolente di trascinar le cose in lungo, mandò il Dominici a Firenze a predicare per la buona volontà del papa « contro le calunnie e gli insulti di alcuni pochi » (1). Il Bruni aveva accennato nella sua lettera al Miani, che il Trevisan, oltre i suoi pubblici negozii, aveva anche altri incarichi diplomatici. Quello che aveva da fare, c' è noto dalla istruzione dogale: si trattava per lo più di mansioni che esorbitano dal campo dell' oratoria. La Signoria dichiara esserle stato certificato che nelle trattative che stanno per avvenire, il Papa avignonese dovrebbe recarsi a Sarzana, il romano a Pietrasanta - località sulla via Genova-Pisa, - distante l'una dall'altra 28 chilometri. Quando si fossero indotti i Papi a tanto, bisognava vedere cosa rimaneva da fare onde raggiungere la meta. I legati dovevano naturalmente tenersi informati su quanto stava per accadere, ma guardarsi bene dal prender partito per (1) Eubel Hier. cath., pag. 30, nota 5. 7 6 l'avignonese od il romano; dovevano invece ribattere continuamente che unico loro fine era di porre un termine alla scissione della Chiesa. I due legati non dovevano solamente chiedere udienza al Papa, ma presentarsi pure a ciascun cardinale; lettere credenziali eran state rilasciate da Venezia anche per ognuno di tali dignitari. Dovevano portare l'omaggio della Signoria, indi spiegare il motivo del loro viaggio, e cercar d' influire su di loro indirizzandoli verso la meta comune. Dopo di chè Caravello e Trevisan avrebbero dovuto mettersi in cammino per recarsi dall'altro Papa, non senza fermarsi, strada facendo, a Genova dal governatore francese di codesta città, Maresciallo Boucicault, onde invitarlo ad adoperarsi per l'opera di pacificazione, chè una parola sua avrebbe avuto molta importanza presso Pedro de Luna, il papa Benedetto XIII. Questo piano non venne eseguito perchè Benedetto era già in viaggio per Pietra- santa, passando per Savona, Genova, Sarzana, onde incontrarsi con l'altro papa. « Sbrigate le cose a Genova, partite d'urgenza alla volta del Signore di Avignone ». Questa missione è ancora più delicata di quella presso Gregorio XII. La Signoria aveva consegnato ai suoi legati le credenziali per la corte papale avignonese senza intestazione (sine mansione). L'indirizzo appropriato avevano da metterlo essi medesimi : doveva corrispondere da una parte alla dignità della Signoria ed essere d'altra parte accetto all'antipapa. Perciò la faccenda era tanto spinosa: Venezia non poteva giurar « obbedienza assoluta » a due Papi contemporaneamente, nè voleva mettersi in urto con nessuno dei due. Dopo aver presentato le credenziali rimaneva ai legati da riflettere a lungo con quale formula onorifica fosse d'uopo indirizzarsi all'antipapa. Dopo di che sarebbe seguito il discorso e a loro spettava ancora trovare la formula adatta per l'esordio. 77 Capitolo VI. DISCORSO TENUTO ALL'ANTIPAPA BENEDETTO XIII. PODESTÀ A VERONA. Vogliam qui trattare della seconda orazione di Zaccaria Trevisan (Doc. VII), tenuta a Pietrasanta il 17 gennaio 1408 dinanzi a Pedro de Luna, Signore di Avignone, Benedetto XIII, postrema noctis vigilia, quindi tardi nella notte, poco prima dell'alba. È assai deferente dal primo discorso, più corto di una buona metà. Il titolo rivolto a Gregorio XII di pater clementissime o sandissime ed a Benedetto XIII di pater metuendissime, se non addirittura tua sublimità, mostra che il primo era ai veneziani molto più familiare dell'ultimo. Neil' istruzione dogale si trova: papa noster et alter videlicet dominus avinionensis. Nel videlicet si cela già un certo che di distanza. Qui non ha più ragione di essere nulla di tutto ciò che'veniva in argomento per Gregorio, date le sue origini veneziane; come per esempio l'accentuazione dell'amor di Venezia per la giustizia, l'allusione al pericolo turco che interessava particolarmente il veneziano. Il Trevisan par ritenere Papa Gregorio per più devoto ed anche più pavido. Nella prima orazione si parla molto più ampiamente e minutamente della corruzione del clero e della cristianità. L'ammonimento contro influenze subdole, che urgeva nel caso di Gregorio ed a cui accennammo e si mostrava d'altronde necessario anche dal racconto del Bruni, non fa per Benedetto, che da fiero spagnolo agiva secondo il proprio arbitrio. Par che si cerchi di voler incoraggiare il Papa romano a prender più energiche misure, mentre si tenta piuttosto d' intimorire 1' avignonese. Il Trevisan procede con molta maggior prudenza con Pedro de Luna che non col compatriota. Egli agisce tenendo ben conto delle in- 78 formazioni avute dal Bruni sull'Antipapa. Udiamo quel che questi ci dice nei suoi Commentarli paragonando i due papi: «Nell'altro Papa non v'erano certo intenzioni migliori, ma seppe nasconder meglio la sua cattiva volontà e, dal momento che il nostro Papa era fuggito, fece vista di venirgli incontro. Perciò si recò da Savona a Portofino e, per essergli ancor più vicino, a Spezia ». Pure il Tre- visan vedeva la differenza fra i due, e perciò cercava di far paura a Gregorio con la dannazione eterna, e di adescare Benedetto col mettergli innanzi la gloria che avrebbe potuto acquistarsi compiendo l'uniticazione della Chiesa. Nel discorso a Gregorio se ne fa appena cenno. Tutto ciò offriva a Zaccaria l'occasione di svolgere i suoi pensieri prediletti sui gradi della vita umana. Ricordiamo come nel discorso in lode dell'Arimondo si occupò della gerarchia inerente al merito; qui tratterà delle gradazioni degli uomini considerati nelle loro azioni. La domanda che ora ricorre continuamente suona così: quali sono gì' intimi motivi che muovono gli uomini a bramare la gloria ? La gerarchia si stabilisce in rapporto ad essa. L'orazione all'Antipapa esordisce subito così: «Tutti coloro, Padre temeratissimo, che iniziarono fino ad ora grandi cose, impresero codeste opere gigantesche o per desiderio di dominio o per ambizione, oppure, e ciò è più assai elevato, per amore della bellezza dell'onestà. Se noi riandiamo nei secoli, per quanto ci è dato dedurre dai monumenti letterari, ne vedremo molti che si sottoposero a fatiche innumerevoli, sprezzarono i più spaventosi pericoli con vero coraggio, solo per calpestare gli altri o conservare il mal tolto. D'altri leggiamo, che non solo seppero morire eroicamente, ma persino si diedero liberamente la morte, solo onde tramandare il loro nudo nome ai posteri; fra costoro però quelli che sprezzarono tutto ciò con eccelso animo e non avevano appreso a desiderare ed ammirare che l'onesto eran ben rari, anche nei tempi andati, quando più pregiata era la virtù. Ogni epoca però ha onorato tali uomini attraverso la voce dei suoi saggi quali divinità, mandate dal cielo. Avrei molti esempi illustri da citare» 79 ma li taccio di proposito, trovandomi a parlare dinanzi a uomo sì dotto e ad un assemblea sì eminente ». Pedro de Luna di antica stirpe aragonese era stato un professore famoso di diritto canonico all'Università di Montpellier. Ed ecco come questa triplice scala dei motivi soggettivi che muovono l'uomo d'azione, sale, similmente alla graduatoria di prima dei meriti oggettivi, fino alla sommità degli uomini, per così dire, inviati da Dio. Colà stava in cima il reggitore dello Stato, qui l'uomo che consacra all'onesto la sua vita. Quest'è l'interpretazione del Tre- visan, ma quale azione poteva esercitare tutto ciò su Pedro de Luna, cui le considerazioni filosofiche ora stavan così poco a cuore ? La sua coscienza doveva suggerirgli su quale gradino voleva fermarsi. L'ideale del Trevisan di costringere i Papi ad elevarsi oltre la propria natura, sulla scala delle dignità umane, traspare in tutti e due i discorsi. Senza esprimerlo apertamente il Trevisan però spinge il Papa avignonese al difficile ma sublime passo della rinunzia. « Esultiamo ora che dopo tanti tempi maledetti, dopo tanto obbrobrio della fede cristiana, dopo tante sconfitte del popolo d'Israele, tante speranze date e ritirate, scorgiamo due benevoli astri, che con amor santo desiderano, con grandissimo zelo vogliono finalmente condurre al porto consueto, attraverso il mare rabbonito, la barca del Signore, che venne sbattuta ora alle Sirti ora sugli scogli, sballottata fra burrasche e tempeste ». Papa romano e avignonese finalmente riconoscerebbero di buon accordo, con grande gioia del mondo tutto, che sarebbe questo il momento di ristabilire l'unione della Chiesa. Perciò tutti ne giubilano. Il Trevisan anticipa 1! avvenimento come fosse g;à accaduto. Ora gli tocca l'ingrato compito di far ingoiare al Papa la pillola amara. « Ammiriamo da ciò, padre sublime, l'elevatezza della tua mente! », esclama. Anche nel comportamento dello spirito il Trevi- san distingue tre gradazioni corrispondenti ai gradi già mentovati dei motivi che conducono l'uomo d'azione. Un poco di lode a coloro, i quali tendono con moderazione ad una carica superiore, oppure che sanno conservare 80 con misura e prudenza quanto hanno guadagnato. Maggiormente pregiato è colui il quale questo non brama, anzi con magnanimità lo tiene in dispregio. Lode massima però meritavano coloro, « che dopo aver gustato dell'attrattive delle somme dignità, delle adulazioni dei cortigiani, della sottomissione dei re, dell'estasi dei popoli, dopo aver goduto di tutte le libertà - tutte quindi le tentazioni di un Papa ! - con coraggio e generosità sanno distaccarsi da tutto ciò, e, congiurando le inclinazioni pèrsonali, ubbidendo ai comandamenti di Dio, scegliendo la virtù più bella, estendono intorno a loro la salvezza per tutti ». La Provvidenza divina aveva chiamato Benedetto a questo eminente compito, toccava a lui ad affrettarsi a compierlo. Il Papa non aveva che da confrontare il miserando stato attuale della Chiesa con quello glorioso di prima dello scisma. Il Trevisan fa risalire 1' origine dello scisma alla schiavitù avignonese, e l'epoca che si dà a descrivere corrisponde a quella dei forti Papi medioevali, da Innocenzo III fino all'incirca a Bonifacio Vili. « Cosa c'era di più sublime della Chiesa, prima di questo letale pestifero scisma ? Cosa v' era di più amorevole e ricco ? Gli Imperatori la servivano e lei poneva il piede sulla loro nuca ed il loro collo orgoglioso; i re la veneravano; i popoli cristiani l'adoravano, gli altri la temevano. Ella, rifugio dei buoni, madre tenerissima di tutti, sceglieva i suoi figli benemeriti e li circondava di onori e doni ». Non eran più permesse esitazioni. Il Trevisan espone le cose così abilmente, come se in questa gara fra i due Papi, giunti che si fosse alla meta felice, non . si dovesse avere nè vinto, nè vincitore, ma ad entrambi fosse poi toccata la palma, e nessuno dei due dovesse vergognarsi. « Codesta vostra azione farà il vostro nome perennemente glorioso, e vi condurrà diritti al cielo ». I legati dovevano far visita pure ai cardinali del seguito dell'Antipapa, onde guadagnarli alla causa universale. A questo scopo eran state consegnate altre credenziali pure senza indirizzo preciso. 81 Tutti questi passi della diplomazia presso i papi erano un ultimo appello fatto al loro discernimento. Da un punto -della commissione ducale risulta quanto poco successo si sperasse cavare da tutto ciò. « Scorgemmo, che tanto collaborò il nemico giurato dell'uman genere, il quale vede nell'unione della Chiesa l'impossibilità di estender più oltre la sua potenza nella corruzione del mondo, da far sì che tra Sua Santità ed il suddetto Signore d'Avignone nascesse una divergenza d'opinioni soprattutto sul luogo od i luoghi dove dovevano insieme condurre a termine una così santa operazione ». Venezia cerca di appianare anche questo ostacolo. Pietrasanta, il luogo convenuto, era sito nel territorio del signore di Lucca e questo non voleva cedere la rocca al papa romano. I legati dovevan quindi far pressione a Lucca ed al suo Signore dalla parte di "Venezia, affinchè essi cedessero il posto desiderato al papa. Ma tutto fu vano. Purtuttavia Gregorio XII avanzò ugualmente verso Lucca facendo vista di voler ancora trattale con l'avversario, ma il focoso Dominici negoziava coi legati di Benedetto senza concluder nulla. Il Bruni osserva ironicamente (1) : «Allorquando i messi convennero sul luogo d'incontro, il nostro Papa si mise a "recalcitrare come fosse animale da terraferma, che non vuole accostarsi all'acqua, l'altro poi, come fosse animale acquatico, non voleva saperne di abbandonare il mare ». Ciò vale a dimostrare che la Signoria aveva preveduto giusto, quando aveva incaricato i suoi legati, nel caso che le cose avessero subito degli arresti coi Papi, di trattar coi Cardinali. Ma questi ne avevano abbastanza delle esitazioni e degli intrighi dei loro padroni, e da entrambi le parti furono in molti ad abbandonarli; si riunirono poi in un Concilio a Pisa ed elessero un terzo Papa, Alessandro V. E con questo non si veniva certo in aiuto alla cristianità, chè invece di due Papi ve n'erano ora tre. Si diceva che la dualitas infamis fosse ora divenuta una trinitas non benedicta sed ab omnibus (1) Leon. Aretino, Comm. loc. cit. e 82 maledida (1). Venezia doveva risolversi per qual papa prender partito. I legati sostarono ancora a lungo presso Gregorio, che ritornò a Siena. Vennero richiamati poi il 12 giugno 1408, poiché i Papi non volevano rinunciare allo scisma, nè ritirarsi. Venezia, perduta ogni illusione sul suo compatriota Correr, pel disappunto gli negò obbedienza e si mise dalla parte di Alessandro V. Procedette quindi con la consueta energia e proibì ai sacerdoti del suo territorio, sotto pene severe, di mantener rapporti col- l'antico Papa. E allorquando questi, imbarcatosi a Rimini si mise a vagare pel Mar Adriatico, gli proibì persino di toccar il territorio veneziano. Gregorio, in riconoscenza per le trattative andate a vuoto, che avevan per lo meno lasciato al Papa una parvenza di dignità, aveva nominato come suo legato a Venezia il Dominici, il suo cattivo consigliere. La Signoria però non accettò colui che aveva cacciato dal paese già una volta per insubordinazione alla legge. Si dovette ritirare la legazione del Dominici ed il Papa lo inviò invece quale legato in Ungheria, dove poi morì a Budapest. Imperatore del sacro romano impero tedesco era allora Sigismondo, re d'Ungheria, nemico di Venezia. La ragione dell'insuccesso delle orazioni del Trevisan per la rimozione dello scisma, bisogna vederla nel fatto, che non gli riuscì di far vibrare la corda dell' onore in questi Papi, che ubbidivano a stimoli, troppo umani. Per quanto egli cercasse di deviarli dalla bassa via delle debolezze umane, essi obbedivano ad impulsi troppo inferiori per lasciarsi prendere dai suoi ammonimenti, che non mancavano certo di forza persuasiva. Gli amici del Trevisan sentirono il suo dolore per non aver avuto nessun successo, malgrado la miglior volontà e capacità impegnate per il fine supremo. Uno di questi prese la penna (1) Citazione secondo Herm. Blutoenthal, Johann XXIII, Seine Wahl und seine Personlichkeit in Ztschft. fur Kirchengeschi- chte, hrsgb. von Brieger 21, 1901. 83 e gli scrisse una lettera consolatoria, l'umanista Gasparino Barzizza di Bergamo, che aveva insegnato fino al 1407 a Pavia, fu poi ospite a Venezia dei fratelli Barbaro, coi quali leggeva Marziale. Le orazioni del Trevisan, rapidamente riprodotte in varie copie, corsero ben presto tutta F Italia. Più tardi alcuni studiosi tedeschi, che si trovavano nel sud, volendo portar seco un bel ricordo, le diffusero anche in Germania, ed è così che ne troviamo dei manoscritti anche a Berlino, a Stoccarda ed a Monaco. A Venezia giunsero nelle mani del Barzizza, il quale certamente deve averle lette al giovane Francesco. Questi s' infiammò per la gloria dell'eloquenza e si scelse ad illustre modello per tutta la sua vita questo suo grande pari. Il Barzizza non era meno entusiasta di lui, e dopo che si fu saziato nella lettura, scrisse a Zaccaria Trevisan (1): «Vidi e lessi una prima volta, poi ripetutamente e sovente le due orazioni che tu tenesti F una al papa romano, F altra al Signore di Avignone. Bimarranno documenti della tua eloquenza latina. Gli uomini potranno apprezzarvi la tua inflessibile volontà, la tua fedele devozione per la bellissima città di Boma e per la tua patria, così come i consigli onde venir ad un accordo per F unione della Santa Madre Chiesa ... Se anche queste tue orazioni non sortirono gli effetti voluti, tu raggiungesti però le vette dell' abilità oratoria. Fui sempre dell' opinione, che bisogna giudicare nel perfetto oratore ciò che è sommo ed eccellente secondo F arte ed il tempo e non secondo il successo avuto presso gli ascoltatori ». Questo giudizio è strano, poiché fu il Bar- zizza medesimo ad effettuare la rottura collo stile medioevale dal periodo ritmicamente serrato, sul qual terreno poggia ancora totalmente il Trevisan, per attenersi al classico stile ciceroniano. È così che loda nell' amico precisamente ciò da cui egli si è decisamente allontanato. L'opera straordinaria del Trevisan trovò quindi, al- (1) Gasparinus Pergomensis (Barzizza) ed. Mittarelli, /. c. col. 437. 84 meno nelle lettere degli umanisti, una eco di stima umana, che gli fece dimenticare le traversie politiche della Curia. L' azione più importante conseguita dalle due orazioni eh' erano una grandiosa presa di posizione in questioni politiche universali, non consiste tanto nel fine immediato e non raggiunto, 1' unione della Chiesa, e neppure tanto nel significato teorico per la storia dell' eloquenza, che il Barzizza riconosce ed esalta, quanto nel fatto eh' esse divennero la chiave spirituale della tradizione veneziana degli uomini di stato, avendo esse esercitato una notevole influenza sull' atteggiamento e la visione del futuro eroe di Venezia Francesco Barbaro e, attraverso lui sugli uomini della seconda generazione, fra i quali furono l'illustre figlio postumo di Zaccaria Trevisan suo omonimo e Lodovico Foscarini. Saremmo curiosi di sapere quale posizione assunse lo stesso Trevisan nello svolgimento successivo della questione ecclesiastica. Possiamo seguirne le traccie. Essendo egli stato uno dei più insigni governanti di Venezia, deve aver certo contribuito all' allontanamento della sua patria da Gregorio XII, pel quale egli aveva speso inutilmente tanta fatica. Volse coi suoi compatrioti le sue nuove speranze verso il Papa eletto a Pisa, Pietro Filarete, originario di Creta, quindi di provincia veneziana. Ma Alessandro V morì già nel maggio del 1410 e gli succedette il napoletano Baldassarre Cossa, il quale prese il nome di Giovanni XXIII e venne destituito nel maggio del 1415 dal Concilio di Costanza, che pose fine allo scisma. Giacché in complesso poco sappiamo di sicuro intorno a lui, ci sembra sia prezioso un documento di mano del Trevisan, che diverge notevolmente dall' opinione pubblica ostile a questo Papa. È 1' unica lettera che ci rimane di lui: è diretta all' umanista Ognibene Scola. Codesta lettera, i cui manoscritti trovansi a Oxford ed in Vaticano, non ha indicazione di autore, ed è elencata tra le lettere del Bar- zizza; però il Sabbadini dimostrò con buon fondamento 85 provenire essa dal Trevisan (1). Troviamo qui un giudizio sull' ultimo papa scismatico, al tempo della sua ascesa al trono. Il Trevisan era allora già in Dalmazia. Ognibene Scola era umanista non molto conosciuto e in fatto di politica parecchio instabile e agitato. Neil' ultimo anno del dominio dei Carraresi gli venne conferita una cattedra a Padova ed egli prese le parti dei principi della città, che lo incaricarono dì un' ambasceria contro Venezia. Quando, dopo la presa di Padova, il Trevisan si occupò dell' Università, lo guadagnò alla causa di Venezia. Ma più tardi, quando passò a Verona dopo il suo secondo matrimonio, s' immischiò nell'ultima sommossa degli Scaligeri e, fallito il colpo, dovette fuggire. Nel 1412 è fra i congiurati contro i Visconti di Milano; ed infine chiude i suoi giorni alla corte dell'imperatore Sigismondo. Neil' autunno del 1410 la lettera del Trevisan lo raggiunge probabilmente a Bologna (Doc. XII), come lo crede anche 1' autore della lettera; infatti vi si parla del nuovo papa, presso il quale trovasi lo Scola. Giovanni XXIII era stato coronato della tiara il 17 maggio di questo stesso anno. La lettera ci illumina sui rapporti che correvano tra Ognibene Scola, Baldassare Cossa ed il Trevisan. Lo Scola è col Trevisan in rapporto di cliente, vale a dire, che 1' uomo di Stato tanto influente con tutte le sue molteplici relazioni, scrive lettere di raccomandazione per 1' umanista, quando questi cerca posto presso i principi od il papa. Da principio lo Scola non ebbe fortuna presso il « Marchio » (identifichiamo senz' altro codesto « Marchio » con Nicolò d' Este, tanto più che il Trevisan continua dicendo che questi vorrà facilmente accondiscendere ai suoi preghi, ed alla fine della lettera conclude dicendo che « lo scritto forse lo raggiungerà a Ferrara »). Ma il (1) La lettera anonima de] Trevisan fu scoperta dal Bertalot ed identificata dal Sabbadini: vedi la lettera del Sabbadini al Bertalot in P. Gothein: Zaccaria Trevisan, Arch. Ven., voi. XXI, 1937, pag. 18. 86 Trevisan non ritiene disperato il caso dello Scola, e si adopera ancora una volta per lui presso il Marchese di Ferrara, come pure presso il nuovo Papa, del quale dice essere a buon diritto solito appellarlo suo benefattore. Lo aveva conosciuto nel 1402 quando aveva ricevuto il cappello cardinalizio e forse già nel 1399 a Roma quando il Papa Bonifazio IX ve lo aveva chiamato. Nel 1407-08, allorquando il Trevisan aveva tenuto i suoi discorsi per rimuovere lo scisma, il Cardinale Cossa aveva, quale legato di Bologna, una parte, che se non era importantissima, non era però senza macchia. Udimmo già come avesse fatto decapitare il Signore di Faenza Astorre Manfredi, ribelle alla Santa Sede. Ma cosa vuol significare quando un cardinale romano si lascia chiamare benefattore da un uomo di Stato veneziano, anche astraendo dalla formula di cortesia dell' espressione ? Probabilmente la posizione del Trevi- san verso questo cardinale era simile a quella che assunse poi il Barbaro verso il cardinal Camerlengo Lodovico (1). I suddetti cardinali furono in Curia gli uomini di fiducia di questi illustri governanti, che tenevano al corrente su tutto quanto d' importante accadeva nella città eterna ed inoltre su tutta in genere la politica papale. Questa ipotesi che tocca nel segno anche nel caso del Trevisan, si fonda su quanto segue nella lettera stessa. Quando il Cossa medesimo fu fatto Papa, il Trevisan aveva naturalmente bisogno di un' altra persona che lo informasse sulla Curia. Anche nella vita del Barbaro troviamo un caso consimile, chè il cardinal Camerlengo Lodovico Sca- rampo (noto sotto questo falso nome) era negli stessi rapporti con lui di amico e mediatore di notizie, successore del Cardinal Gabriele Condulmer, che abbiamo conosciuto a Foiano, quale nipote di Gregorio XII. Non appena egli divenne pontefice col nome di Eugenio IV, non poteva naturalmente più, per la sua dignità, procurare ancora le notizie al nobile veneziano, così che quest' ultimo dovette (1) Cf. P. Gothein, Fr. Barbaro, pag. 310 sgg. 87 guardarsi intorno per cercarsi qualcuno altro, se voleva continuare ad essere informato su Roma. Similmente accadde al Trevisan. Codesto servizio doveva renderglielo lo Scola, in compenso di esser stato raccomandato al papa. Ognibene doveva quindi scrivergli sovente e con solerzia, « onde io conosca la tua situazione e come la Chiesa verrà riformata da codesto Papa. So che molti, i quali guardano solo la scorza e la superfizie delle cose, la pensano ben diversamente dal Pontefice. Io, per quel che so e conobbi della elevatezza del suo spirito e della estrema avvedutezza del suo consiglio, mi aspetto da lui assai più che da tutti i papi che lo precedettero. Vedrai che solleverà e riunirà la Chiesa dispersa non mediante sole parole e prediche vane, sibbene mediante azione piena coronata da successo. Troveran posto presso Sua Santità uomini retti senza finte maschere. Possa egli esserci conservato lungamente a tale officio, ciò che io spero essendo egli nella pienezza delle sue forze, ed il suo corpo avvezzo alle fatiche, ed avendo egli condotto felicemente a termine compiti altissimi con acutezza d' ingegno. Io però, Ognibene mio, maledico spesso quel mio viaggio in Illiria, che coincide proprio coli' epoca nella quale avrei maggiormente potuto esser utile ai miei amici presso il mio Signore, senza contare che ne avrei avuto anch' io da parte mia grandi soddisfazioni. Non mi sarei aspettato nulla da Sua Santità per ciò che riguarda me medesimo. Mi sarei accontentato di veder colui, al quale son legato più che ad ogni altro mortale, elevato tanto alto. Scriverò molto amichevolmente a Sua Santità, ciò che finora non potei fare perchè in questi giorni ebbi molte e gravi cose da sbrigare pel mio officio. Tu sai bene, quanto importanti son queste cose per la nostra Repubblica ». Come si spiega questo enigma, che il papa tanto duramente condannato per la sua condotta di vita e per il suo governo della Chiesa, bollato dal Concilio di Costanza col cartello d' infamia di diabolus incarnatus, venga visto dal Trevisan sotto una luce tanto favorevole? La lettera ci rischiara su alcuni punti. Si sperava in generale che il nuovo papa avrebbe preso delle mi- 88 sure più energiche di quel che non aveva potuto fare Gregorio XII nella sua debolezza. Si allude a quest' ultimo nella frase delle parole non seguite dai fatti. Il Trevisan ne aveva sentito parlare dal Bruni. Ma il nostro veneziano venne presto messo in guardia da alcune voci che cominciavano fin d' allora a macchiare la fama del Papa - l'accusa più aspra contro di lui la scagliò nella di lui biografia, Dietrich von Nieheim. che fu per lunghi anni abbreviatore in Curia. Solo due anni più tardi apprenderemo da una relazione dalla Dalmazia, che il Trevisan vide svanire pure questa speranza, e s' espresse in senso negativo su tutti i papi ch'ebbe a conoscere, incluso questo (cf. pag. 111). Allo scisma pose termine, coni' è noto, il Concilio di Costanza. Giovanni XXIII fu costretto ad abdicare, fuggì a Sciaffusa, dove venne fatto prigioniero e condannato ;. espiò la sua pena a Mannheim, poi nel castello di Heidelberg. Liberato che fu, ritornò in Italia, e, dietro consiglio del banchiere del papa, Cosimo de' Medici, andò a prosternarsi ai piedi del suo successore Martino V; gli furono conferiti nuovi onori e morì un anno dopo Cardinale a Firenze. Gregorio XII, che aveva mandato la sua abdicazione al Concilio, fu pure rieletto cardinale. Solo Benedetto tenne duro e non si lasciò persuadere a dimettersi neppure dall' Imperatore Sigismondo in persona, che fece un viaggio per incontrarsi con lui nella Francia meridionale. Quando fu cacciato da Avignone si ritirò in una rocca Pehiscola presso Valencia, dove visse isolato fino alla sua morte» coi suoi cardinali, tenendo ancora corte. Nello stesso mese in cui venne richiamata l'ambasceria presso i papi, ossia il 17 giugno, Zaccaria Trevisan prende posto nel Minor Consiglio in qualità di sapiens consilii e vota a Venezia, nella discussione sulla questione dalmata. Dopo due mesi dal loro ritorno dalle corti papali, vediamo Zaccaria Trevisan e Marino Caravello di nuovo insieme in una nuova carica, 1' uno Capitano, 1' altro Podestà di Verona. Avevamo accennato, a proposito delle lotte, le quali ebbero per conseguenza la fine dei Carraresi, 89 che Venezia aveva occupato la città di Verona, la quale durante il momento di grande espansione di Gian Galeazzo Visconti, era stata sottomessa da lui. Questi 1' aveva tolta agli Scaligeri. I membri ancor viventi di questa famiglia non si rassegnarono alla cacciata, e tentarono continuamente d'impadronirsi nuovamente della città. Nel 1412 Brunoro della Scala pensò di sollevare la città contro la Signoria veneziana, ma il Leon di San Marco non cedette la piazza. Il capo della congiura, entro le mura, il poeta Giovanni Nogarola, venne decapitato a Venezia. In quel tempo in cui la Signoria veneziana era ancor troppo recente in terraferma per esser solida, vennero inviati per gli anni 1408-09 i due nobili veneziani a Verona a presieder la città. Il loro anno di carica passò regolarmente senza incidenti. In riconoscimento dei loro alti ineriti vennero proposti entrambi a Procuratori di San Marco, ma venne eletto solo il più vecchio dei due, Marino Caravello. (1)1 Procuratori di San Marco venivano subito dopo il Doge. Il principale compito di questo officio si svolgeva entro la città e consisteva nell' amministrare i beni della Chiesa di San Marco, nella tutela degli orfani e delle vedove. I Procuratori venivano "solo eccezionalmente chiamati a servizi fuori città. Incontrammo il Procuratore di San Marco Tommaso Mocenigo, futuro doge, accanto al Trevisan quale vice-podestà provvisorio allora dell' ingresso in Padova, ma solo per breve tempo, finché venne sostituito dal titolare Marino Caravello. Siccome lo Stato veneziano aveva bisogno del Trevisan per incarichi fuori città, non poteva ancora conferirgli la dignità procuratizia. Il Trevisan fu in quel momento insignito di altri onori, che gli provennero da amici umanisti. Quand' egli fu sostituito nell' ottobre del 1409 nel suo ufficio veronese, era per 1' appunto appena ritornato da Costantinopoli, dove era andato alcuni anni prima, Guarino (1) Marino Caravello « procurator Seti Marci, il 17 nov. 1410 (secondo Degli Agostini, Scritt. venez., I, 268). 90 Veronese, il più famoso dei cittadini di Verona, per studiare il greco presso Manuel Crisolora. Egli venne incaricato dalla città di tenere il discorso di congedo al Capitano partente e di benvenuto al nuovo, Albano Badoer (1). Il discorso è all' incirca dello stesso genere di quello del Trevisan in onore dell' Arimondo, con la sola differenza, che il detto discorso a Padova, doveva considerare più in generale il Capitano veneziano, non avendo l'Arimondo doti spiccate, mentre il Guarino poteva tracciare i tratti personalissimi del Trevisan. L' umanista veronese ci mette prima di tutto sotto agli occhi il modo usato dal Trevisan nell' amministrar giustizia. I reggenti veneziani si eran guadagnati stima ed affetto con la gravità della loro dignità e fermezza, con la loro fedeltà e prudenza. Il Guarino vorrebbe che la sua orazione fosse perenne documento della benevolenza, rettitudine ed equità dei rettori. Era antica consuetudine in Venezia e nelle città soggette di esaltare i meriti degli uomini illustri. Si pensava di compensare la brevità della vita colla fama durevole. Precisamente perchè le virtù del Trevisan erano conosciute da quasi tutti i popoli, 1' oratore non aveva bisogno di parlarne, soprattutto poi della sua giustizia. I veronesi ne avevan goduto evidentemente « Chè tu t' accorgesti, come la singolarità di questa virtù, della quale parlo, si manifesta nel mantenimento della città e nell'ordine della società umana e non si può pensare nulla di più divino nè di più accetto a Dio; ed è perciò che tanto ponesti di cura, di studio e fatica, che tutto quanto tu facesti non può esser giudicato che retto ed equo. Nessuno potrà passar sotto silenzio la tua diligenza, fedeltà e integrità in materia di giustizia, poiché tutto quanto riguarda gli statuti della città e il diritto civile - nel quale tu eri versatissimo - e lo regolasti con grande intelligenza, clemenza e giustizia e, ciò ch'è quasi divino, non volesti mai tanto mettere in chiaro là questione giuridica, quanto eliminare il litigio. (1) Remigio Sabbadini, La scuola e gli sludi di Guarino Veronese, pag. 170. 91 Poiché tu imparasti da Solone, il grande saggio, che lo Stato deve essere governato da due cose, ossia, dalla ricompensa e dal castigo, fosti sempre largo, benefico e liberale nella prima, distribuendo dignità, e nel castigo, invece, mostrasti non tanto forza, durezza e asprezza, quanto umanità, clemenza e affabilità. Per lo che tu acquistasti un nome di uomo splendido, clementissimo e buono. Chi non conosce la grandezza della tua anima, la tua costanza nel pericolo sovrastante, e la tua fortezza in guerra ? Del che, tra le molte altre città, ti può esser testimone Roma, un tempo sovrana del mondo, che tu liberasti da gravissimo terrore e pericolo imminente mediante la tua grande sapienza, il tuo senno, la tua vigilanza ed energia. Chi dirà della tua clemenza? Per la quale tu davi libero accesso a te ed al tuo orecchio anche ai privati, così che tu, che eccelli primo in magistratura e dignità, sembravi farti pari agli infimi. Ognun che lo bramava poteva parlare dinanzi a te e a lungo quanto voleva ». 92 Capitolo VII. ATTIVITÀ IN DALMAZIA Abbiamo tralasciato, perseguendo la faticosa carriera del Trevisan, di occuparci di alcuni avvenimenti, cronologicamente anteriori, perchè appartenenti ad un' altra sfera di azione, alla quale ci volgiamo ora. Da secoli 1' attenzione di Venezia era diretta al mare verso l'Oriente meridionale. Solo a poco a poco si sentì la necessità di avere le spalle difese e di formarsi quindi un dominio di Terraferma il quale poi si estese adagio adagio fino a Bergamo e comprese pure parte delle Alpi. I servizi che il Trevisan ebbe a compiere per la sua patria, per quel tanto che finora ci è caduto sotto agli occhi, si eran limitati entro i confini della penisola italica. Ricordiamo ora la sua ambasceria a Genova del 27 aprile 1402 appartenendo essa alla sua seconda sfera d' azione levantina. Genova gareggiava con Venezia per il predominio nel Mediterraneo orientale, dove tutte e due svolgevano un forte traffico mercantile (1). L' urto principale tra le due potenze aveva già avuto luogo durante la fanciullezza di Zaccaria, e si era risolto nella guerra di Chioggia, ch'era stata per Venezia tanto pericolosa. Genova poi, internamente dilaniata da lotte di parti, a differenza della sua rivale nell' Adriatico,, non aveva più potuto difendere la sua indipendenza politica, ed era caduta dal 1396 sotto il giogo francese. Nel 1401 il Maresciallo Boucicault vi imperò in qualità di governatore, reprimendo nel sangue le sommosse che sollevarono la città contro la guarnigione francese. Alcuni atti (1) Su tali questioni si veda Roberto Cessi, Venezia e l'Oriente in « Problemi storici e orientamenti storiografici », Como, 1942. 93 di pirateria genovese su navi veneziane ancorate nel porto di Cipro furono 1' occasione dell' ambasceria del Trevi- san presso il maresciallo. Dalla fine del 1402 sino al maggio del 1403 egli ebbe a soggiornare a Genova, donde mandò nel mese di gennaio alla sua Signoria parecchie relazioni, ricevendone una risposta particolareggiata il 9 febbraio. La Signoria protesta contro la cattura delle sue navi rimaste prigioniere a Famagosta e la definisce cantra omnem caritatem et debitum honesfaiis (1). Contemporaneamente venne inviato da parte dei genovesi un luogotenente del real governatore al Doge. Il Boucicault ed il Trevisan furono d' accordo che i genovesi dovessero compensare ai veneziani i danni da essi subiti nelle acque fra Cipro e Rodi. La mercanzia d' oltremare catturata consisteva in cenere garbellata (2), cinabro fine che veniva dalle Indie orientali ed infine zucchero, che proveniva dalle piantagioni di canne da zucchero egiziane. Già fin dal 996 10 zucchero veniva da Alessandria a Venezia dove si riduceva nelle forme a noi note. Inoltre si convenne circa la riparazione dovuta per i bastimenti che si trovavano a Famagosta. La somma stabilita doveva venir subito pagata, ma ciò non ebbe luogo. Il Vieuville, a Venezia^ risponde alla Signoria, precisamente il 22 maggio (3) che il pagaci) Secondo le Deliberazioni del Senato secreta (dell'Ardi, di Stato di Venezia) il Trevisan è accennato come savio del consiglio dal 28 nov. fino al 12 die. 1402. In seguito fu mandato ambasciatore a Genova. L'8 febbr. il senato indirizzava una lunga istruzione al Trevisan in proposito. 11 5 maggio è di ritorno a Venezia perchè allora scrisse la signoria a Genova, che il suo ambasciatore Trevisan aveva fatto una relazione del suo viaggio. (2) I libri commem. IX, 262. Il primo posto delle merci rubate dai Genovesi è: fiorini 272 per 50 migliaia di cenere gar- bellae; garbellare è una parola italiana fuori uso che vuol dire: passare allo staccio. Sarebbe dunque cenere stacciata che serviva per vari usi, per il bucato (liscivia o ranno), per fare il vetro (potassico o sodico) e per usi agricoli (concime etc). (3) l. e, numero 263. 94 mento sarebbe stato effettuato al più presto, non appena egli avesse potuto conferirne con il Maresciallo (1). Ma invece il Boucicault si mise a capo di una spedizione di pirati in Levante contro il sultano d' Egitto e saccheggiò durante lo stesso anno 1403 altri mercanti e bastimenti veneziani. Allora i veneziani si fecero giustizia da sè e tesero un agguato presso Modone nel Peloponneso ai pirati che rincasavano. L' ammiraglio veneziano Carlo Zeno (2) fece vela con una flotta di 13 galere ed altre imbarcazioni ben armate. Il Boucicault aveva in tutto 11 galere in cattivo stato. Più tardi il Maresciallo ebbe a lagnarsi presso il Doge (3) d' esser stato attaccato senza ragione dallo Zeno e costretto alla battaglia, nella quale perdette tre galere e molti prigionieri genovesi e francesi. Egli esigeva per quest' azione soddisfazione adeguata e la garanzia che ciò non sarebbe mai più accaduto per 1' avvenire. Ma Venezia gli rinfacciò il conto non ancora saldato, e eh' era stato già presentato al Maresciallo dal Trevisan, e si stipulò finalmente nella stessa città lagunare il patto (4) - principale negoziatore da parte veneziana fu Carlo Zeno - per il quale si perdonavan reciprocamente le offese patite, e Genova avrebbe pagato i 3.300 fiorini promessi al Trevisan. Si sarebbero poi regolati i conti sui danni sofferti da entrambi le parti Nello stesso anno 1402 ha inizio f attività svolta dal Trevisan per incarico del governo di Venezia per 1' ingrandimento dei suoi territori dalmati. Per inquadrarla nel corso della storia, gettiamo ora uno sguardo sulle varie vicende, attraverso le quali la signoria veneziana in (1) Arch. di Stato di Venezia, Senato Secreta, 1. c. carta 106 die XIX sept. Cum tempus quo Januenses debebant nobis tacere satisfactionem in partibus Cipri et Rodi ad quantitatem promissam oratori nostro (cioè il Trevisan) elapsum. . . la signoria si decide a una nuova ambasciata ammonitrice per i Genovesi. (2) Il comando fu dato allo Zeno il 25 settembre. (3) I libri comm. lib. IX, 274. (4) /. c. 276. 95 Dalmazia era passata con 1' andar dei secoli (1). Nella storia dell' Adriatico orientale si distinguono tre periodi: il periodo bizantino che corre dal 470 al 1000, il veneto- ungherese dal 1000 al 1420 ed infine il veneziano dal 1420 al 1797. Il periodo medio è quello che ci riguarda. La capitale della Dalmazia, o Liburnia od Illiria, come si chiamava la provincia in tutta la sua estensione anticamente, era, all' epoca dell' impero romano, Jader, chiamata poi Zara dagli italiani, Zadai dai serbi e croati. Intorno al 1000 l'impero d' Oriente non fu più in grado di difendere Zara contro i saccheggi dei pirati turchi, e perciò la città si pose liberamente sotto la protezione del gonfalone di San Marco. La Roma orientale 1' aveva abbandonata e V imperatore Alessio I cedette formalmente Zara a Venezia. Col crescere in potenza dei magiari, Zara si vide costretta, nel 1105, a riconoscere il predominio ungherese. Scoppiò una guerra fra magiari e veneziani che ebbe per questi ultimi soluzione poco felice. Nella disfatta dei suoi alle porte della città, il Doge di Venezia, Ordelaffo Falier, venne trucidato dalle selvaggie orde di Stefano II. Quando poi, al principio del secolo seguente, crociati francesi vollero imbarcarsi a Venezia per la Terrasanta, il vecchio Doge, Dandolo, mise astutamente come condizione, che essi dovessero riconquistargli Zara dagli ungheresi ed invece che in Palestina li guidò in una crociata cosidetta latina alla conquista di Costantinopoli. Così nel 1202 Zara ritornava sotto il dominio di Venezia. Ma anche questa volta si andò incontro a difficoltà ancora maggiori. Si susseguirono parecchie ribellioni e finalmente un grande assedio che terminò con la capitolazione dei veneziani. Uno dei punti strategici verso 1' altopiano interno era il forte di Ostroviza. Esso è sito nel circondario di Scardona, presso Sebenico ed anticamente apparteneva alla contea di Zara. Viene ancora menzionata quale fortezza nel secolo XVIII, oggi però non è che un rudero, non più segnato (1) Secondo Attilio Tamaro: La Vcniliennc iulienne, Roma 1919, voi. II. 96 neppure sulle carte. Il Governo veneziano 1' aveva fortificata con tutti i mezzi e ne aveva affidato il comando a Gregorio Subiò. Ma egli consegnò il forte agli ungheresi. Essendosi Venezia alleata ai serbi, venne attaccata dagli ungheresi che penetrarono fino a Treviso, dove sconfissero F avversaria. Perciò le città dalmate si staccarono F una dopo l'altra da Venezia; la prima fu Spalato, segui Sebe- nico, infine anche Zara venne occupata da truppe tedesche e ungheresi. Solo la meridionale Ragusa le rimase fedele ed in riconoscenza le venne conferita la cittadinanza veneziana. Nelle trattative di pace i veneziani tentarono con ogni mezzo di salvare per sè una parte di Dalmazia. Offrirono al re d' Ungheria Luigi il Grande la Marca di Treviso in cambio di Zara, per quanto quella confinasse immediatamente con la capitale. Si vede da ciò come i veneziani ancora nel secolo XIV riputassero più importante il dominio del mare che i possessi di terraferma italiani. Nel febbraio del 1358 però i veneziani son costretti a concluder una pace a Zara « non quella che avrebbero voluto, ma quella che veniva loro offerta dall' avvicendarsi della fortuna nel mondo ». Verso il 1360 i dalmati son già sazi della signoria ungherese. Un ambasciatore veneziano scrive da Budapest alla Signoria: «quasi tutti rimpiangono la vostra Signoria, e si lagnano della nuova. Dicono, che sotto di voi non solo i comuni ma pure i singoli cittadini erano ricchi, mentre ora accade il contrario. Chi ha qualcosa di bello non osa metterlo in vista ». Ma Venezia incorse poco dopo nella lunga guerra di Chioggia contro Genova, alleata dell' Ungheria, e nella pace di Torino del 1381 dovette rinunciare ancora una volta alla Dalmazia e pagare inoltre un tributo al re d' Ungheria. Nei decenni che seguono essa va riconquistando, secondo un piano prestabilito, l'Adriatico, e consolida le sue posizioni dapprima nel sud, a Scutari e Durazzo, intorno al 1400. Da qui in avanti ha inizio F azione del Trevisan. Con altri due plenipotenziari veneziani stipula il 16 agosto 1402 col delegato del re Ladislao di Napoli, un contratto di compera della città e dell' isola di Corfù. 97 Durante tutto il secolo le dinastie di Napoli e di Ungheria eran state legate fra loro da reciproci rapporti di parentela. Il padre del re Ladislao, Carlo di Durazzo, successe alla Regina Giovanna I a Napoli. Nel 1385 venne eletto, dopo la morte di Luigi il Grande, da una parte dell' aristocrazia ungherese, re, ma fu assassinato un anno dopo. Re Ladislao salì ancor bambino sul trono di Napoli ed ivi venne coronato sotto la protezione di papa Bonifacio IX. Come Carlo di Durazzo, anch' egli bramò la corona d' Ungheria. Ma colà aveva già elevati diritti contro il suo competitore, re Sigismondo. Quale figlio di Carlo IV, questi a nove anni era stato fidanzato a Maria, figlia di Luigi il Grande e sua erede (1379). Ciò doveva procacciargli dopo la morte di Luigi il Grande, avvenuta nel 1382, il trono di Ungheria. Ma Elisabetta, la vedova di Luigi, ritardava le nozze di Maria e si risolse a dare il suo consenso solo quando vide Carlo di Durazzo che minacciava di prendere per sè 1' Ungheria. Dopo che furono assassinati, nel 1386, Carlo e, nel 1387, Elisabetta, Sigismondo venne riconosciuto re e coronato, ma dopo la morte di Maria (1395) ebbe ancora a domare delle insurrezioni che soffocò nel sangue. Fu anche, di tempo in tempo, prigioniero dei magnati ungheresi. Nel 1403 affermò la sua sovranità contro Ladislao. Questi aveva bisogno di molto danaro per i suoi vastissimi piani; perciò cedette dal 1402 a poco a poco tutti i suoi possessi dell' Adriatico alla ricca città mercantile di Venezia. Gli vennero pagati attraverso il Trevisan e gli altri plenipotenziari subito 30.000 ducati ed egli rinunciò per sempre ai suoi diritti sulla città e la isola di Corfù. Venezia ne entrò in possesso solo quattro anni dopo, il 9 giugno 1408. Alla fine del contratto vi è una clausola importante. Il signore ratificherebbe il presente accordo entro sei mesi, e sarebbe garante presso Venezia per qualsiasi pretesa che chiunque potesse far valere sulla isola venduta (1). Ciò allude a re Sigismondo, col quale (1) L'interpretazione dei fatti dipende dal punto di vista degli autori. L. de Voinovitch (Histoire de Dalmatie), Paris 98 si sarebbe, senza una tale politica, finiti certamente in guerra. Il contratto venne concluso nella residenza dello intendente camerario a Venezia. Esisteva tra Ladislao e la Signoria un rapporto di serena fiducia ; questa sbrigava gli affari bancari di quello, e a questo proposito si osserva (1) che egli, attraverso i delegati suoi e del doge, aveva prelevato 15000 ducati dal governo veneziano, la metà quindi circa di quanto doveva ancora ricevere. Il Doge accusa ricevuta e s' impegna di pagare il resto il 15 febbraio seguente, avendo bisogno il re di questa somma nel- 1' anno prossimo, onde avviare la sua coronazione a re d' Ungheria eh' ebbe poi luogo il 5 agosto 1403 a Zara. Ma poiché, nello stesso anno, il rivale Sigismondo riuscì ad avere in sua mano definitivamente e saldamente 1' Ungheria, tutta la parata a Zara non sortì il suo effetto. Ladislao se ne accorse ben presto e si volse pel resto dei suoi giorni a progetti più modesti e redditizi. Infatti prese le parti di Gregorio XII e, cercando di approfittare della confusione generale creata nello Stato della Chiesa dai tre papi, lo invase e ne occupò gran parte. Solo Giovanni XXIII gli si fece contro e sconfisse le truppe del re a Rocca- secca, dopo di che concluse la pace. Ma nel 1413 Ladislao riprese la guerra col papa ed occupò persino la città di Roma. Nel 1414 morì. Impegnato in tutte queste imprese in Italia, si disinteressò dei suoi possedimenti in Dalmazia, avendo essi solo valore finché aveva la speranza di potersi impadronire dell' Ungheria per quella via. Perciò vende a Venezia il resto delle piazze litoranee, nelle quali teneva ancora guarnigione. Quando il re si mise a mercanteggiare sul prezzo, Venezia gli dichiarò che non doveva dimenticare come purtroppo la Dalmazia fosse stata da tutte 1934), dal suo punto di vista nazionale jugoslavo vede tali avvenimenti felici per Venezia, ma parla di « marché infame sous les griffes du lion ail'é », mentre invece gli scrittori di nazionalità italiana acclamano all'accrescimento della potenza veneziana sull'altra sponda dell'Adriatico. (1) / libri commem. IX, 236. ■9S> queste guerre ridotta un deserto, e che Venezia acquistandola si sarebbe fatti più nemici che amici. Il 24 novembre 1409 si concluse il contratto con Ladislao, il quale per 100.000 ducati permetteva a Venezia di occupare Zara, Pago e Novegradi. Era tutto quanto gli rimaneva ancora della Dalmazia. Zara, che non voleva esser venduta come un capo di bestiame, appena ne ebbe sentore, si rivoltò contro le truppe napolitane, fece a pezzi la bandiera di Napoli, ed issò spontaneamente il gonfalone di Venezia al grido: Viva San Marco! Il 30 luglio 1409 la flotta veneziana fece il suo ingresso nel porto di Zara. I veneziani tagliarono immediatamente tutte le comunicazioni con l'interno, onde sottrarre Zara agli attacchi di re Sigismondo. Sopravvennero quattro provveditori, ma la guarnigione straniera, irritata dallo scempio che era stato fatto della sua bandiera da parte dei cittadini, appiccò incendi e arrestò parecchi cittadini, che a iorza trasse seco sulle sue navi. Solo con V aiuto degli equipaggi veneziani si riuscì a domare il fuoco ed il giorno dopo, il 30 luglio, anche il forte venne consegnato ed i piigionieri che vi eran detenuti furono liberati dai veneziani. Il Trevisan fu chiamato a riordinare la città di recente conquista, così come a suo tempo era stato mandato a Padova. Gli si pose al fianco l'Arimondo, quale Capitano, dato che a Padova aveva già fatto esperienza di qualcosa di simile. Il Trevisan fu nominato primo Conte di Zara. Il 30 gennaio 1410 è ancora, come risulta dal documento, a Padova, ospite per 1' esame dell' amico del Barbaro, Pietro Donati, futuro vescovo di Padova (1). Il 1 aprile vien redatto un atto importante in Palazzo ducale e sono trasmesse al Trevisan ed all' Arimondo le loro nuove cariche (2). Il (1) Ada graduum acad. gymn. patavina, edd. Zonta e Brotto, 68. (2) Arch. di stato di Venezia, Senato misti in Monumenta Slavorum meridionalium IX, 71 e Joh. Lucius, De regno Dalmatiae et Croatiae, Amstelodami, 1606, pag. 263, col. 2. 100 popolo di Zara aveva mandato, come aveva già fatto prima 1' aristocrazia, ambasciatori a Venezia onde esprimere in dodici capitoli i suoi desideri: il governo veneziano ne prende atto ed affida ai suoi rettori di Zara 1' esecuzione dei decreti. Nella lettera accompagnatoria al Trevisan, il Doge Michiel Steno dice: «Amando noi senza eccezione codesti cittadini ed avendo riconosciuto la loro buona volontà e la loro rettitudine, abbiamo 1' intenzione di trattarli come diletti sudditi fedeli ». Ciò che v' è d' inespresso tra le righe di questa frase verrà in chiaro quando si leggeranno i capitoli che i cittadini di Zara avevano presentato. Il popolo di Zara cerca d' appoggiarsi al governo di Venezia contro i nobili della città. D' altra parte i nobili si eran già rivolti anch' essi, prima di tutti, alla Signoria : ecco dunque cosa significa l'espressione « amare senza eccezioni », chè la Signoria accoglie con la stessa benevolenza tanto i nobili quanto il popolo di Zara, in maniera però differente, come vedremo. Del resto: fra i due litiganti il terzo gode, e la Signoria semplifica la discussione, arrogandosi tutti i diritti contesi. I primi capitoli della petizione del popolo zaratino sono una difesa furibonda contro 1' opprimente predominio dell' aristocrazia. Si può misurare quel che aveva dovuto essere dalla risposta della Signoria al I capitolo : « Si decreta che nessun nobile di Zara ha il diritto di pronunciare una sentenza penale su uno del popolo ». Il Trevisan deve spiegare ben chiaro ai suoi amministrati che si provvederebbe a ciò in modo adeguato ; infatti « facoltà di giudizio e libertà d' azione l'hanno solo i rettori; i nobili di Zara possono tutt'al più consigliare ». Degno di nota per 1' opera svolta dal Trevisan è il quinto capitolo, che riguarda le difficoltà intorno alle due lingue parlate in Dalmazia. La popolazione di Zara chiese 1' istituzione di un interprete ufficiale « il quale traduca con fedeltà ed onestà durante i processi, affinchè non possa uno qualunque tradurre il falso ». La Signoria lo concesse ed i rettori provvidero ad effettuarlo. Il Capitolo sesto concerne la soppressione di certi diritti doganali (prove- 101 nienti dal fatto di far parte del territorio veneziano), pel caso in cui il padrone d' una nave veneziana avesse voluto vendere grano a prezzi moderati alla popolazione. Ciò venne concesso con alcune riserve. Nel capitolo ottavo vien concesso, dietro loro richiesta, ai cittadini di Zara quale favore particolare, ciò che i ragusani avevano già ottenuto da un pezzo, grazie alla fedeltà dimostrata a Venezia nelle ultime guerre: la cittadinanza veneziana de intus. Questo favore aveva un significato particolare, quando gente di Zara passava a Venezia. Infine i rettori dovevano presiedere solo a questioni d' alta giustizia ; nelle altre, al di sotto dei 100 soldi non avevano da immischiarsi; e sopratutto nelle discussioni fra contadini ed artigiani; esse venivano sbrigate dagli zaratini stessi fra loro, nelle corti di giustizia delle loro corporazioni, da deputazioni elette dalle medesime. La prima notizia che abbiamo dell' opera svolta dal Trevisan in Dalmazia risale al 13 aprile 1411, ossia ad un anno dopo. Conclude ancor qui un negozio (1). La piazzaforte di Ostroviza, eh' era già stata una volta dei veneziani e poi andata perduta pel tradimento del comandante croato, si trovava ora in possesso della famiglia del Gran Voivoda bosniaco. Nel giorno suddetto comparve nel palazzo del Conte di Zara 1' arcidiacono bosniaco Teodoro, plenipotenziario del Voivoda Sandalj e della di lui suocera Anna, vedova del Ban Volz, presentando al Trevi- san ed al Arimondo una lettera credenziale del Voivoda in sloveno, dalla quale pendevano i due sigilli di Sandalj e Anna. La compera era stata contrattata da molto tempo, ed il Trevisan aveva in mano pure una lettera portante il sigillo dello Stato veneziano che gli conferiva pieni poteri, datata da Palazzo Ducale, già del 8 novembre 1410. Il contratto stabilisce che i veneziani debbono ricevere la rocca di Ostroviza sita in Croazia, « nei loro veri confini, che son vasti e ben segnati, e non si possono descrivere (1) Mori. Slav. mer. IX, 189. 102 data la lunghezza delle vie ed i nomi sconosciuti di molti luoghi, con tutti i diritti e le pendenze, privilegi, servitù, redditi di tutte le fattorie circonvicine, coi monti, le pianure, gli spiazzi, le colline, le valli, con le acque e gli acquedotti, i campi coltivati e le steppe, gli obblighi di servizio dei luoghi e degli uomini riguardanti i diritti sovrani della suddetta roccaforte, e con tutto il materiale e gli armamenti che vi si trovano, eccettuati i possessi delle fattorie delle seguenti persone ». E vengono enumerati tre possidenti croati. Erano vassalli del Voivoda che aveva ricevuto le terre in feudo da re Ladislao. Per la rocca e gli altri immobili il Trevisan paga all' arcidiacono Teodoro 5000 ducati d' oro fino di buon peso della zecca veneziana. Tra le garanzie date dai bosniaci trovasi anche l'obbligo, in nome dei figli e dei figli dei figli, di non elevare mai più pretesa alcuna sul territorio venduto. Effettuata la vendita il plenipotenziario bosniaco comunicò al Conte Trevisan che il suo signore, dato il felice esito, voleva fare un dono a Venezia e rinunciare a tutti i suoi diritti su Scardona. Se Ostroviza rappresentava un' avanguardia in terraferma verso i Balcani, la piccola Scardona ad essa vicina trovavasi in un seno a foggia di fiordo, in una delle Bocche dalmate. Era poi a 16 Km. dalla importante città di Sebenico, eh' era ancora nelle mani degli ungheresi. A datare dall' autunno del 1411 l'Archivio veneziano ci conserva un' interessante corrispondenza corsa tra il Conte di Zara, il Trevisan, e la Signoria, che ci permette di gettare uno sguardo sui rapporti d' ufficio che correvano tra il governo veneziano ed i suoi intendenti, e contemporaneamente c' informa del come si comportò la nuova signoria con l'altra parte della popolazione di Zara, cioè con L' aristocrazia ivi residente (1). Le lettere del Trevisan non esistono più, ne possiamo però dedurre il contenuto dalle risposte del Senato (consilium rogatorum). (1) Senato secreta, voi. IV, pag. 188, in Mori. Slav. mer., pag. 189 sgg. 103 Il 14 settembre aveva annunciato da Zara eh' avrebbe eseguito 1' ordine emanato dal suo governo, concernente F espulsione dei nobili dalla città. Il 16 settembre scrive invece di non averlo eseguito. Seguono poi il suo parere, e la ragione della mancata esecuzione. La Signoria un poco risentita con in testa il Procuratore di San Marco, futuro doge, Tommaso Mocenigo, si esprime a questo proposito come segue : « Abbiamo capito tutto, tanto ciò che ci avete riferito sul sopraggiungere di truppe ungheresi in codeste contrade, quanto l'allontanamento che avete operato, espellendo da Nona alcuni fra i nobili più giovani ed abili alle armi, ed approviamo pure il vostro punto di vista di fornir 1' occasione ad alcuni nobili di Nona di venire a Zara. Così come risulta dalla vostra lettera ecc. ». La Signoria però non è per nulla contenta delle misure prese dal suo Conte, che ritiene troppo poco efficaci contro un possibile tradimento dell'aristocrazia croata. Risponde perciò: «ci meravigliamo assai che non abbiate espulso i nobili che inclinavano per gli ungheresi, e non li abbiate mandati a Venezia. Confidiamo nella vostra fedeltà - così parla il Senato al quale presiede la Signoria ossia Consiglio minore, - purché vogliate mandare a Venezia tutti i settari tra i nobili e così pure tutti quegli altri che sono sospetti ai rettori. E perchè a noi spiace inoltre che abbiate mandato alcuni dell'aristocrazia di Zara a Nona, conoscendo noi essere Nona una delle porte di Zara, come ci viene assicurato da tutti, vi ingiungiamo di richiamare tutti coloro che non avete ancora ritirato da Nona, fino alla consegna di questa lettera ». Se i nobili destano sospetti al Trev'san - e la Signoria lo dà per certo - deve dunque mandarli a Venezia. « Dovete esortarli affinchè vengano tutti di buon grado a Venezia, chè noi li vedremo qui volentieri e li tratteremo nobilmente. Rispondete presto a questo nostro avviso e diteci ciò che avete fatto ». In fin dei conti, un viaggio a Venezia non doveva esser troppo sgradito ai nobili di Zara, chè era sempre piacevole, recarsi nella attraente città, quando non era in gioco la testa o non si finiva ai Piombi. Dopo aver deciso, la Signoria 104 venne assalita dal dubbio se il Trevisan avrebbe potuto eseguire senza difficoltà codesto incarico. Allora riscrisse un'altra lettera, aggiungendo: «In vero, desiderando noi che ciò avvenga per la sicurezza della nostra città e dei suoi territori - abbiamo decretato che voi eseguiate i nostri ordini che ancora non furono eseguiti, quando la nostra flotta alessandrina si troverà nel porto di Zara. - Così vi facciam presente che dovrete sospendere dal mandar la suddetta gente a Venezia fintanto che non arriverà a Zara il nostro Capitano del Golfo (capitaneus culji), con le galere a lui affidate. Non appena sarà giunto, mettete subito in esecuzione i nostri ordini ». A motivo dell'avanzare delle truppe ungheresi, al Capitano di Padova vien ordinato di mandare al più presto rinforzi, e partono per Zara un centinaio di uomini. I rettori di Venezia colmeranno poi il vuoto di Padova, chè anche in Terraferma ci si armava contro l'Ungheria. Dal 1411 Venezia era ancora in guerra. Re Sigismondo d'Ungheria, eh' era stato eletto nello stesso anno Imperatore tedesco, non riconobbe 1' occupazione veneziana di Zara, elevò pretese sulla Dalmazia esigendo la restituzione della città; oppure dato che Venezia aveva già effettuata la compera, e l'aveva pagata al pretendente al trono ungherese Ladislao, avrebbe dovuto fare un pagamento al vero re d'Ungheria, per l'occupazione della Dalmazia, della somma di 500 ducati e per Zara di una chinea o di un falco quale tributo (1). La Signoria non si lasciò sopraffare ed accettò una guerra che tenne impegnato il re due anni - il suo esercito penetrò fin nella Marca di Treviso, cosicché gli riuscì solo nella fine del 1414 di farsi incoronare ad Acquisgiana. Zara era in Dalmazia il centro della resistenza contro Sigismondo, che attaccava anche qui oltre che nel Friuli. Il successo era d'ambo le parti indeciso, s'avvicinava or (1) Baronius-Raynaldus, Annal. eccl., 1874, voi. 27, 340,. col. 1 (1412, n. 6). 105 all' una or all'altra. Dapprima gli ungheresi assalirono improvvisamente la fortezza di Ostroviza, ch'era stata acquistata con gran cura dal Trevisan ai veneziani. Il comandante veneziano si lasciò sorprendere, precisamente mentre si trovava a tavola. Più solido e duraturo rimase 1' altro possesso veneziano, ch'era stato allora concesso per soprammercato, Scardona, e divenne il punto di partenza per la conquista della vicina Sebenico, la cui formale presa di possesso fu 1' ultimo atto dell' opera svolta dal Trevisan per l'acquisto della Dalmazia. Egli aveva con ciò fondato il dominio di Venezia sulla Dalmazia, che doveva durare ben quattro secoli. Dopo che Zara fu divenuta veneziana, sembrò che anche Sebenico dovesse tosto seguire ugual sorte (1). L'aristocrazia di colà teneva per Venezia; il popolo però era fortemente attaccato agli ungheresi, e si mise sulle difensive contro una possibile annessione allo Stato veneziano; i più illustri partigiani di Venezia dovettero esulare. In seguito a queste difficoltà Venezia offrì all'imperatore di ricevere la Dalmazia in feudo mediante un pagamento in denaro, ma l'Imperatore non ne volle sapere e la guerra continuò. I tumulti di Sebenico diedero luogo ad un macello sanguinoso. I nobili si erano impadroniti di due torri, che chiudevano l'ingresso del porto, ed eran passati dalla parte di Venezia. Qui era ancora la flotta, la quale, per ordine della Signoria, doveva mandare le navi a Zara, per imbarcarvi i nobili e portarli a Venezia. Il resto della città di Sebenico mantenne un atteggiamento nemico. Quelli che eran stati cacciati dalla città devastavano i dintorni, le loro donne eran fuggite a Venezia, dove vennero mantenute a spese dello Stato. Fu la stoltezza degli ungheresi a rovesciar la posizione; essi vollero costruire, contro la volontà del popolo, una cittadella nella città medesima. Il General vicario ungherese aveva inoltre fatto decapitare il capo di una sommossa. La popolazione sentiva dal di fuori Venezia pre- (1) Lucius, I. e, pag. 264. 106 mere alle calcagna; fame e miseria regnavano nell'interno. Convenne allora arrendersi alla dominatrice dell'Adriatico, stabilendo in 18 capitoli (1) il 30 ottobre del '412 le condizioni. Poi si presentò la capitolazione al doge come avevan fatto a loro tempo gli zaratini. Questo dichiara in una seduta solenne quanto segue: «Dimenticando l'incendio delle guerre, le fiamme del rancore e dell'odio che dominarono nei rapporti fra la nostra Signoria e la loro città, tutti gli abitanti di Sebenico vollero spontaneamente, tutti d'accordo e volontariamente, ritornare in grembo della nostra benevolenza, affidando nelle nostre mani città e popolazione di Sebenico ». Verranno confermati a quelli di Sebenico tutti i diritti in lettera patente concessi dai Signori e re precedenti. Prima di tutto essi chiesero venisse demolita la tanto odiata cittadella, il che venne approvato; i veneziani si obbligarono inoltre a non erigerne altre nella città. La Signoria scrive che lo concede, dato che i suoi rettori non ne avevano mai avuto bisogno. Un altro punto importante del patto era quello per il quale i veneziani dovettero promettere di non cedere mai a nessun costo Sebenico. Venezia lo osservò fino alla sua caduta del 1797. Quando si sentì prossima la resa della città, si riuni il Consiglio a Venezia il 31 ottobre (2), onde decretare quali dei nobili sarebbero stati mandati per la consegna dalle chiavi della città dalmata. La decisione urgeva ed ogni ritardo poteva esser dannoso; i dalmati dovevan constatare prima di tutto come fosse caro il loro paese allo Stato di Venezia, ed inoltre era necessario già da principio creare quella regola e quell'ordine ai quali tutti dovevano adattare la loro vita. Si convenne di scrivere a Zaccaria Trevisan, quanto sarebbe stato utile se egli fosse andato colà a questo scopo. Avrebbe dovuto insieme al Capitano del Golfo, Leonardo Mocenigo, prender possesso della città (1) Lucius l. c. (2) Mon. Slav. mer. IX, 293. 107 e incaricarsi della sorveglianza, rimanendovi due mesi dopo emanata l'ordinanza, in qualità di Provveditore, onde provvedere alle cose necessarie ed urgenti. Gli verrebbe assegnato uno stipendio di 100 ducati, dovrebbe però fare il suo ingresso a Sebenico con seguito imponente, come aveva fatto a Zara, e mantenere non meno di sei servitori. Il Senato approvò tutto, con la sola limitazione che il Tre- visan doveva ricevere solo 60 ducati al mese. Da principio a Venezia non si sapeva bene (1) se la nave che doveva portargli l'ordine lo avrebbe incontrato ancora in tempo a Zara o già sulla via del ritorno; in questo caso lo si doveva lasciar ritornare tranquillamente a Venezia. La Signoria però seppe dal suo ammiraglio, il Capitano del Golfo, Leonardo Mocenigo, che la resa della città aveva avuto luogo alla sua sola presenza. Urgeva quindi a Sebenico, nella città di nuova conquista, accanto al comandante della Marina pure un'autorità civile, il Provveditore, cosicché a Venezia si scelse prontamente nella persona del nobile Sante Venier un successore o un sostituto al Tre- visan, nel caso egli fosse già stato in viaggio. Ma questi venne raggiunto invece ancora in Dalmazia; e così si recò senza por tempo in mezzo, al suo nuovo posto. Sorprese molto i parsimoniosi suoi concittadini la sua dichiarazione che, essendo trascorsi i due anni di carica a Zara, intendeva continuare il supplemento di servizio a Sebenico di due mesi, quale provveditore, a sue spese, senza retribuzione alcuna. La Signoria, stupita della sua adattabilità e del suo disinteresse, ne prende atto il 5 dicembre 1412 (2): «Zaccaria Trevisan ha risposto, dopo aver ricevuto 1' ordine (come ogni distinto cittadino dovrebbe fare), d'esser pronto ad andare fedele e ubbidiente». - Succedeva a volte che i nobili si rifiutassero di recarsi là dove eran inviati d'urgenza, perciò è facile trovare in alcuni atti del Senato veti) l. c. XII, 38. (2) l. c. XII, 48. 108 neziano, accanto alla nomina ad un dato posto, pure la minaccia del castigo in caso di rifiuto. Nel sopraccitato atto, per un successore del Trevisan, che poteva esser necessario, il prescelto deve risolversi entro l'indomani prima delle tre e non può rifiutare, pena una multa di 200 ducati. E se persiste nel rifiuto deve impegnarsi a recarsi sulle Alpi od al Quarnaro e rimanervi per due mesi. Il Trevisan è intanto entrato effettivamente a Sebenico. La Signoria continua : « ma ci fa sapere mediante la sua lettera, com'egli si trovi sul posto e sia sempre pronto ad eseguire i nostri ordini e colà, come ovunque, a servirci fino alla morte, però desidera servire questa volta liberamente senza remunerazione nè stipendio ». Aveva avuto notizia il Trevisano della diminuzione portata al suo stipendio originariamente di 100 ducati ? Pare che i consiglieri di Venezia abbiano provato ad un tempo un senso di grande stima e di leggera vergogna, perchè continuano: «è questione d'onore, dopo che il nobil uomo l'ha offerto, di non accettare che abbia a vivere colà a sue spese ». Si decise dunque, di rispondere così: « Abbiamo tanto apprezzato la sua zelante volontà, la sua obbedienza, e la sua prontezza ad eseguire i nostri ordini tanto nei tempi passati quanto ora, che abbiamo buon motivo perch' egli si raccomandi pei suoi meriti. Accettiamo le sue offerte, ma non tutte, poiché non vogliamo eh' egli viva a sue spese e ci accontentiamo dei suoi servigi, vogliamo piuttosto, e questo è un decreto, ch'egli possa fare spese fino alla somma stabilita (di 60 ducati) e oltre a questa possa inoltre spendere « prò nàbulo » (spese di viaggio), sulla nave che lo conduce a Venezia, se questa vien inviata a lui dal nostro governo ». Il 20 novembre 1412 seguente ha luogo a Sebenico il solenne giuramento di fedeltà delle popolazioni deposto nelle mani di Zaccaria Trevisan e di Leonardo Mocenigo. Si può far un accordo tra il popolo che è rimasto nella città, e i nobili cacciati che si son fermati a Venezia. Abbiamo ancora un racconto di grande valore umano dell'epoca zaratina del Trevisan, in una corrispondenza 109 scambiata tra il dottore Almerico di Serravalle e Pier Paolo Vergerio, dalla quale la figura di Zaccaria Trevisan emerge in tutta la sua gloria. Il 20 marzo 1412 scrive Almerico al suo vecchio amico dicendo che a Zara ci si annoiava tanto da non trovare materia per scrivere una lettera: non c'era nulla che potesse stimolare lo spirito e lo stile! Tutto mutò ad un tratto non appena Zaccaria Trevisan in qualità di Conte di Zara, prese a soggiornare nella città (1): «Ora c'era materia di che scrivere, ed era ancor maggiormente benvenuta. Il nostro eccellente Conte, Messer Zaccaria, ama di tutto cuore tutti gli uomini buoni, e sia per innata natura sia di proposito, il fatto sta che ama ed onora i dotti». Dobbiamo esser grati all'Almerico per quanto ci riferisce intorno ai punti di vista del Trevisan, e al come questi li manifestava nei circoli degli amici umanisti. Le sue esperienze personali troppo sovente gli avevano mostrato la netta opposizione tra la sua natura, tendente sempre ad elevarsi, e 1' inferiorità degli altri uomini coi quali aveva a che fare, fossero essi pure altolocati. Perciò non deve farci meraviglia se sentiamo il Serravalle dire di lui quanto segue: «egli deplora l'ignavia dei nostri tempi, nei quali la malizia calpesta la virtù. Accusa i papi, i principi, e i prelati, sotto la cui protezione solevano prosperare gli egregi ingenii e che ora dimenticano per prima la liberalità e poi tutte le altre virtù ». Sembra che soltanto in troppo brevi epoche i grandi del mondo brandiscano la spada a difesa dello spirito, chè queste deplorazioni si ripetono continuamente sulla decadenza dei secoli, come per esempio risuonano nel canto dei menestrelli tedeschi. Almerico continua: «egli condanna, con magnifiche parole, tutto l'universo mondo proclive all'ambizione ed all' avarizia. Comprende in modo mirabile quale atteggiamento di vita abbia vero valore, quale sia lo smarrimento della società, quali siano le esigenze dei magistrati, ma è anche il solo a comprenderlo e con ardore divino a (1) Epp. Vergerli ed. L. Smith, Roma, 1934, n. CXXVIII. 110 emendare, come può esser concesso ad un singolo, la vita pubblica e privata. Giudicheremo degno d'eterna lode colui che passerà incontaminato tra le ricchezze e gli onori, dai quali verrà più volte assediato, ed incolume passerà tra questa scabbia, illeso e senza temer il contagio. Mentre questi dunque compone i suoi pensieri in carmi sinceri, mentre si dedica completamente alla protezione dei buoni, tu sei uno dei primi, dei quali pensa bene, ch'egli si propone di amare di giorno in giorno sempre più tenacemente, di favorire con la sua clemenza, di elevare ». Per noi, che poca sappiamo del tempo trascorso dopo i rapporti del Trevisan col Vergerio, è questa l'ultima eco di un'amicizia di gioventù, che risale alla bella epistola di Pier Paolo di venti anni prima, quando erano entrambi ancora studenti. Il mutamento di vedute di Zaccaria sui grandi del mondo mostra come le sue alte aspettative sui suoi contemporanei avessero dovuto lasciar il posto ad un inevitabile pessimismo. Ormai non fa più che poche eccezioni. Per quanto egli avesse dovuto, pel suo ufficio stesso e per l'amor del prossimo, comandato dalla religione, occuparsi di soccorrere molti indigenti, ed avesse potuto esercitare questa funzione benefica in larga misura quale intendente della città, pure questa sola azione provvidenziale pare non soddisfarlo. Vediamo come la benevolenza di colui eh' è sovente deluso tende a volgersi soprattutto verso coloro che si staccano dalla massa perditionis, che « vivono nella via dello spirito », ossia gli spiriti umanisti d'allora, tra i quali gli è rimasto P amico di gioventù Pier Paolo Vergerio. Il Vergerio soggiornava nuovamente nella sua città natale, a Capodistria, sul litorale vicino a Trieste; ed anche questa volta con un piacere assai scarso. Il medico Almerico e il conte Zaccaria ne parlarono, il primo anzi gli scrive in proposito: «.. .Zaccaria crede che la tua città natale non è degna dei tuoi meriti innumerevoli: afferma che deve esserti preparata in altro luogo una residenza. E s'adopererà con tutte le sue forze affinchè tu, che sei già tanto gravato dal sale giustinopolitano (Capodistria era Ili nell'antichità chiamata Giustinopoli ed era circondata da saline) venga dissotterrato dalle vanghe forti dei tuoi a- mici. Perciò ti esorto, ed egli ancor più di me ti esorta, di raccogliere per ora i tuoi pensieri sparsi e non lasciarti prendere dal vortice della curia - il Vergerlo accarezzava codesta idea perchè il suo amico Zabarella era diventato cardinale -, ed invece non appena egli sarà liberato della sua magistratura in Illiria di recarti da lui senza munirti di grosso bagaglio nè di grandi viveri. Porterai con te solo qualche dattero, il resto della mensa lo troverai presso lui. Sei già ascritto fra i suoi commensali, e non fra gli ultimi. Allora t'intratterrai in colloquio con lui e discuterai apertamente, e seriamente farai piani maturi pel tuo avvenire e cose tue e del tuo stato. Chiede poi che tu gli scriva qualcosa, onde egli possa venire a conoscenza dei tuoi propositi in generale, ed abbia in mano un pegno delle tue intenzioni ». È strano come il Trevisano metta in guardia in questa lettera il Vergerio contro i vortici della curia; lo sconsiglia di cercarvici un posto, mentre appena due anni prima, nei primi tempi del suo ufficio a Zara, esortava Ognibene Scola a rimanere alla corte papale. Si può trarre la conclusione, se vi s'aggiunge ancora il biasimo diretto ai papi in generale, che il suo entusiasmo per Giovanni XXIII nel 1412 era già sul declinare (cf. pag. 88). Pier Paolo Vergerio risponde al suo amico medico a Zara dal suo deserto istriano il 2 giugno 1412 : «... il tuo (1) silenzio si lascia sopportare con rassegnazione, avendo tu iniziato a cantar lodi di quest'uomo, lodando il quale non puoi aver fatto troppo tardi ciò che è fatto egregiamente; ... io non credo che mi lascierò sfuggire mai l'occasione di gloriarmi d'esser stato con tale uomo. Se io dedicherò a lui quant'ho di forza, d'ingegno, d'industria nelle arti, non mi parrà ancora d'aver fatto abbastanza, sia pel merito delle sue virtù, sia per la benevolenza mostratami. Le sue prontissime intenzioni a mio riguardo, dovevo già (1) 7. c. ep. GXXXV. 112 averle conosciute da molte cose, ma mi si fanno più chiare ora da quanto mi scrivi, in. quanto egli, oppresso com' è dalle cure pubbliche, ch'egli deve sopportare o tutte o in gran parte solo, s'è fatto a pensare oltre a ciò particolarmente ai miei casi, e, pur assente e non richiesto, promette di adoperare l'opera sua onde giovarmi. Se tu poi magnificili, scrivendo a me, la sua eccezionale probità e la sua predilezione per me, non predichi nulla eh' io non sappia, ma fai cosa gradita. Per l'una cosa, la probità, tutti gli uomini gli son debitori, per l'altra (la predilizione) lo son io sempre ». Nella chiusa della lettera il Vergerlo dice d'aver in animo di scrivere una lettera di ringraziamento a Zaccaria, non appena fosse a conoscenza del suo ritorno dalla Dalmazia, ma o non fu mai redatta o è andata perduta. 113 Capitolo Vili. DISCORSO FILOSOFICO A PADOVA. TESTAMENTO E MORTE 1413-14 Scaduti i due mesi della carica di Provveditore a "Sebenico, Zaccaria Trevisan venne richiamato in tutta fretta e destinato subito ad un nuovo posto, l'ultimo della sua vita: fu per la seconda volta Capitano di Padova, e nel dicembre del 1412 era già in carica (1). Neil' anno della sua entrata in funzione accadde un fatto strano (2). Se durante tutto il medioevo le città si gloriavano soprattutto d'essere le depositarie delle reliquie di un santo cristiano, col sopravveniente mutamento d'ideali, mettevano ora il loro vanto nell'esser patria di un celebre letterato antico pagano. Mantova andava superba del suo Virgilio, Padova del suo Livio. Si aspirava a possedere un oggetto sensibile di culto, e nell'anno 1340 si trovò, con gran gioia dei padovani, la pietra sepolcrale del vecchio storico. Solo più tardi, quando la critica progredì, si scoperse trattarsi invece della tomba di un liberto della figlia di Livio (3). Di fronte a questa pietra sepolcrale il Petrarca scrisse poco dopo un'epistola a Livio nell'oltretomba. Nell'agosto del 1413, settantanni dopo, si scavò nello stesso posto, presso il convento di Santa Giustina, una cloaca e spuntò fuori (1) Sec. Sertorio Orsato, Cronologia delli Reggimenti di Padova 1666, ad c. 43 e Andrea Gloria, Dei podestà e capitanei di Padova 1405-1509, Padova, tip. Prosperini, 1860, per nozze Sambonifacio-Zacco. (2) da P. Gothein. Fr. Barbaro, pag. 34, sec. la lettera di Sicco Polenton a Nic. Niccoli ed. A. Segarizzi: la Catinia, le orazioni e le epistole di S. P. Bergamo 1899, pag. 77-84. (3) Corp. Inscr. lat. Galline cisalpinae ed. Th. Mommsen, Be- rolini, 1872, n. 2975. s 114 una vecchia tomba. Si pensò subito di aver scoperto la tomba di Livio, e tutti, non solo le persone colte, ma pure i manovali furon presi di entusiasmo per la scoperta dei resti del loro grande concittadino. Solo l'abate, nel di cui giardino, venne fatto lo scavo, ebbe paura che il popolo potesse venir traviato al paganesimo da queste ossa non cristiane. Risolse quindi di toglier di mezzo l'oggetto dello scandalo e frantumò il teschio; però prima ch'egli potesse bruciare le ossa, il crimine venne denunciato al Trevisan. Le autorità veneziane si consigliarono subito su quel che dovevan fare, onde trasportar subito le reliquie venerate fuor dal posto ove erano state trovate. Non potendole con la violenza strappare all'abate sul suo terreno - chè sarebbe stato considerato un'usurpazione contro il diritto di franchigia della chiesa - si deliberò, s'egli non avesse voluto consegnare i resti, di sottrarli segretamente nottetempo dal giardino. Ma si venne ad un accomodamento con le buone. Tutti desideravano contribuire col loro obolo alla erezione di un degno mausoleo, ma la città mise il suo punto d'onore nel far fronte alle spese con l'erario pubblico. Si andò a ritirare la bara con gran solennità. Zaccaria Trevisan apriva il corteo col collega di Sebenico, Leonardo Mocenigo, eh' era ora Podestà di Padova; seguivano tutte le personalità della città, i dottori e gli scolari dell'università, come pure le corporazioni artigiane. Per maggior sicurezza il Capitano Trevisan, dopo di aver deposto il sarcofago nel suo palazzo, il « palazzo del Capitaniato », già palazzo Carrara, tenne le reliquie sotto custodia nelle sue stanze, onde garantirle da una eventuale violazione da parte del fanatismo dei monaci. In questo avvenimento si rispecchiano chiaramente le due correnti dominanti del tempo: da una parte la diffidenza del clero verso tutto quanto sa di pagano, dall' altra, l'entusiasmo che trabocca d'ogni parte per l'umanesimo sorgente, frammisto ancora a facile credulità. Il Capitano continuava ancor ora nei suoi rapporti di vecchia amicizia verso l'università di Padova. Lo troviamo segnato dieci volte negli atti dell'università come presente 115 agli esami di promozione (1). Una di queste lauree ha un significato particolare, perchè riguarda il suo parente ed amico Pietro Marcello, che, malgrado la sua dignità di vescovo della città, pure si cimentò ancora pel dottorato in entrambi i diritti, ciò che accadeva allora assai più spesso, da parte di uomini che occupavano cariche e dignità importanti, di quel che non accada oggi. L'esame ebbe luogo il 16 ottobre 1413 (2). Il Trevisan non si lasciò sfuggire l'occasione di esser lui medesimo il promotore e tenne un importantissimo discorso filosofico. I rapporti corsi tra il Trevisan ed il Marcello possono in entrambi venir seguiti per tutta la vita (3). Pietro Marcello aveva cominciato a studiare diritto nel 1392 all'età di sedici anni a Bologna; Zaccaria, di sei anni maggiore di lui, gli fu maestro. Pare che Pietro Marcello con tutta probabilità abbia studiato con lui diritto canonico dal 1394 al 1397. Nel 1394 Zaccaria sposò una parente di Pietro. Il Vergerio venne a Bologna durante V anno scolastico 1397-98 (4). Così, finché Zaccaria venne eletto nel febbraio del 1398 a Podestà di Firenze, gli amici furono in tre. Ben presto lo seguirono gli altri due. È noto che il Vergerio venne a Firenze nell'ottobre del 1398 per studiare il greco con Manuele Crisolo- ra (5); si può congetturare che lo stesso abbia fatto Pietro Marcello, perchè compare più tardi come traduttore dal greco, e, siccome in quel tempo tale lingua non poteva impararsi altrimenti che presso il bizantino proveniente da Costantinopoli, così è evidente che il Marcello si recò a Firenze contemporaneamente al Vergerio. Ed ecco che si trovarono di nuovo tutti e tre riuniti. Nel 1397 il Marcello ricevette una prebenda ecclesiastica a Parenzo in Istria (1) Ada grad. 1. c. dal n. 280 (9 marzo 1413) fino al n. 306- (26 nov. 1413). (2) Z. c. n. 303. (3) R. Sabbadini, Pietro Marcello, in Nuov. Arch. Ven., nuov. ser. 30, 1915, pagg. 216 sgg.. (4) L. Smith, l. e, pag. XVIII. (5) l. c. pag. 116. 116 e il 16 aprile 1399 venne creato Vescovo dj Ceneda, cittadina alpestre del Veneto. Nel 1400 vedemmo come il Tre- visan, sulla via del ritorno da Roma, fosse stato aspettato da Pietro a Ceneda ma sappiamo pure come non se ne fece di nulla perchè l'amico desiderato si fermò a Bologna. A Ceneda Pietro Marcello aveva da mantenere tutto il parentado. Ciò probabilmente gli pesava assai, ed è cosi che si guardò intorno in cerca di altre fonti di guadagno, e nel 1405 lasciò per alcun tempo la sua sede vescovile per recarsi a Venezia da Zaccaria Trevisan. Da un passo di una lettera di un terzo indirizzata al Marcello, si può dedurre che il Vescovo di Ceneda accompagnò il Trevisan durante l'ambasceria a Genova nell'aprile di quello stesso anno(l). Nove anni dopo dunque il Marcello briga a Padova, ove è stato trasferito in qualità di vescovo, onde ottenere la laurea. Abbiamo avuto già più volte l'opportunità di consultar 1' archivio dell'Università di Padova (2) e siamo informati del come si procedeva per un simile dottorato. Chi voleva laurearsi in diritto, doveva farsi presentare al collegio dei professori da un professore, che assumeva il titolo di suo « promotore ». Onde onorare il Vescovo Marcello accettò questo ufficio il Capitano di Padova Zaccaria Trevisan, considerato eh' egli era già stato professore a Bologna, chè altri Capitani meno colti non avrebbero potuto farlo. Seguiva una domanda formale per l'ammissione, coi relativi documenti dimostranti la provenienza; inoltre bisognava aver depositato la tassa d' esame; dopo di che il collegio deliberava sull' ammissione e destinava il giorno nel quale il candidato doveva dibattere le tesi od i punti. Nel giorno stabilito aveva la parola il presidente del collegio, che estraeva dall' urna tre tesine di diritto civile ed altrettante di diritto canonico. Queste erano state scelte in precedenza dai dottori del collegio, che dovevano giurare inoltre davanti al vescovo od al suo Vicario - e ciò avven- (1) Sabbadini, l. c. (2) cf. pag. 52 (1). 117 ne nel caso nostro -, di aver scelti i temi senz' odio nè predilezione. Contemporaneamente il presidente nominava i contradditori della disputa e convocava colleghi e partecipanti pel giorno dell' esame. Colui che voleva laurearsi doveva comparire all' esame accompagnato dal promotore e discutere coi contradditori le tesi estratte, poi il collegio deliberava e concedeva la laurea in entrambi i diritti. Per il conferimento di tale dignità eran prescritti due esami, 1' uno privato, 1' altro pubblico; quest' ultimo doveva aver luogo nella cattedrale. Così che il Marcello sostenne la disputa solenne nella sua propria chiesa. Tale esame pubblico soleva perciò chiamarsi anche 1' esame del « Sacro collegio dei giuristi ». Il Promotore, questa volta il Trevisan, veniva rinumerato per le sue fatiche; riceveva precisamente 3 libbre di confetti e 4 bottiglie di vino ed un ducato; se i promotori eran parecchi, ciascuno riceveva 11 braccia di panno, una berretta ed un anello oppure il denaro corrispondente, se lo desideravano. Era questo il vecchio uso ; dopo il 1401 il panno in pezza venne sostituito da un abito fatto o da 12 ducati. Agli esami pubblici il candidato, dal 1349 in poi, doveva porgere ai dottori del collegio 19 lire e 4 soldi e un paio di guanti; il notaio del collegio doveva regolare i conti e distribuire il denaro prima che i dottori lasciassero la cattedrale. Marcello aveva i due più illustri promotori disponibili nella città. Oltre il Trevisan anche lo Zabarella, il cardinale, che però non potè esser presente perchè dal settembre 1413 era stato mandato dal papa da Firenze all'Imperatore in qualità di nunzio (1). Così toccò al Trevisan tutto il peso del compito onorifico. Il discorso che tenne è conservato in un testo non del tutto incorrotto in un solo manoscritto che si trovava prima a Vienna ed ora a Napoli (Doc. Vili). Questa volta la captatio benevolentiae che serve d'introduzione è piena d'arte e pensiero. La formula di cortesia, per la quale l'oratore non si sente (1) Eubel, /. e, I, 30. 118 all'altezza del compito affidatogli, poggia su solide basi: « Alle cose più alte, che son pure le più belle per il sapere, malgrado ci guidino ed attirino alla loro conoscenza, non è lecito manifestarsi conforme la loro dignità; il perfetto sembra tanto avvicinarsi alla divinità dello spirito che non concede, anche quando lo potrebbe, d' esser affidato alla parola, come se di ciò la sua dignità avesse a soffrire... Ci saranno forse alcuni che, sapendo esserti io così intimamente legato, crederanno io abbia usurpato l'officio altrui - come se si dovesse esser troppo timidi nel lodare i nostri congiunti! Potrei a questi opporre i ricordi dei tempi addietro, chè molti, le cui opere divennero poi celebri, furono esaltati dalla testimonianza dei loro, e ciò veramente non a torto; è precisamente perchè noi osserviamo i nostri prima di ogni altro uomo, che possiamo scoprire molto da lodare, che agli altri riman celato o sfugge ». Il Trevisan si rallegra del compito affidatogli, ed esclama: « Chi potrebbe esser tanto maligno da trattenerci dal compiere '1 più gradito e bello dei compiti 1 » Chiude queste parole d'introduzione volgendosi agli ascoltatori: «Nel mentre io vi contemplo, mi sento incoraggiato dalla vostra aspettativa, che fa sì eh' io non abbia ad esaurire in fretta codesta bellissima occasione e ad abbreviarla, sibbene, per così dire, retrocedendo, abbia a poter attingere alle fonti stesse l'origine delle cose da lodarsi ». E con ciò il Trevisan riprende il tema prediletto dei discorsi precedenti, ma questa volta lo attacca in modo del tutto diverso. Comincia con la creazione delle cose, partendo dalla materia in tutte le sue varie miscele fino alla « creatura divina » al divinimi animai, composto da elementi diversamente costituiti. Il Trevisan dice letteralmente: «Allorquando dapprima, per rievocare l'inizio d' ogni principio, la divinità, dopo innumerevoli secoli, allorché i tempi si fecero, per così dire, maturi, formò e compose il globo terrestre con tante cose svariate, cosicché alcune di esse stettero ferme in determinati luoghi, limitate nel tempo e nello spazio, altre, per così dire, si trasformavano e movevano 119 in un fuoco perenne, di modo che quando sembravan aver raggiunto la loro forma definitiva, si spegnevano e consumavano, mentre altre ancora parevano avvicinarsi alla natura del creatore, ed avere elementi solidi e perenni, alcuni posseder persino spirito ed anima, allora compose l'uomo, il divino animale, con queste nature diversissime e opposte, affinchè venisse compiuta l'opera immensa e la bellissima composizione ed avesse un contemplatore ». Il Trevisan ci pone nuovamente davanti ad una graduazione. Conservando lo stile sublime della sua orazione evita tutti quei termini scientifici, che l'epoca precedente della scolastica aveva foggiati in cosi vasta misura, termini che però gli umanisti disdegnavano, dato il gusto per lo stile, per cui ogni parola estranea artificiale pareva offesa alla sublimità dell'eloquio. Ci sia però concesso ora di spiegare con le nostre espressioni tecniche correnti ciò che egli intendeva. Egli pone nel grado inferiore il mondo inorganico, nel secondo il mondo organico, mentre il superiore, vicino a Dio, è abitato da corpi legati a spiriti eterei ed incorruttibili, ossia rappresenta il mondo angelico. L'uomo è un miscuglio dei tre gradi. Tutti e tre i gradi son degni di lode, in quanto creazione di Dio; e all'uomo spetta di renderne gloria a Dio. Che cos'è l'oggetto prediletto dell'ammirazione dell'uomo nel creato? Non tanto l'immensità nè la quantità delle cose create, quanto la loro distribuzione ed il loro ordine. A questo punto il Trevisano non vuol passar sotto silenzio « il grave ludo » di Platone, che fa commuovere di gioia nel Timeo il suo Demiurgo dopo la creazione del mondo (1). Secondo il pensiero del Trevisan, l'uomo partecipa bensì del mondo angelico mediante il suo spirito, ma il Signore congiunse questi spiriti divini con i fragili corpi ottusi e li avvolse in questo involucro caduco e mortale, affinchè essi proteggessero e nobilitassero (1) Platone, Timeo (Steph., 37 c) corrisponde, alla Genesi Mos. I, I, 31; E Dio vide tutte le cose, che avea fatte, ed erano buone assai. 120 ciò che fa parte della natura corporea e corruttibile. E così l'uomo deve essere il mediatore che nobilita le cose inferiori, ed è giusto che sia stato destinato a questo, chè «se Dio avesse immesso le anime in corpi fissi e perenni » (ossia lasciate nel terzo grado, nel mondo angelico) « lo spirito divino ed in sè semplice si sarebbe malamente adattato alle cose inferiori, e le avrebbe certamente trascurate e disprezzate ». Ossia se Dio non avesse costretto l'anima a questa congiunzione, essa spontaneamente non l'avrebbe nè contratta nè mantenuta. Conseguentemente non si sarebbero mai effettuate, senza il congiungimento di corpo ed anima, opere di civiltà, ossia non si avrebbe mai intrapreso di coltivare le cose inferiori e morte. Con parole del Trevisan: « Non avrebbero mai potuto esistere tante invenzioni e opere ad ornamento delle diverse arti, non mai la bellezza delle città, e le figure delle altre cose, e tutto ciò ch'è mortale sarebbe ancora nelle rozze forme dello stato primordiale. Da codeste cause della formazione dell'uomo scaturiscono come da sorgenti vive, i suoi vari compiti e doveri ». Ciò che il Trevisan esige è il famoso •yvwih gsocotóv. « Tanto grande è il potere di questa conoscenza, quando noi ci dedichiamo non solo a gustarla, ma pure a capirla, che, se essa non ci trascina lontano dall'errore (ossia non ce ne libera totalmente), pure c'impedisce che ci volgiamo totalmente a ciò eh' è contrario alla natura ». Il Trevisan svolge qui un pensiero che è già del Rinascimento: esser cioè primo dovere dell'uomo l'autocono- scenza della sua natura, affinchè egli da un lato non si faccia schiavo del corpo e non lo stimi più del suo valore, - in ciò coincide col noto pensiero di una visione ascetica del mondo, predominante nel Medioevo - d'altra parte non sprezzi e sacrifichi il corpo, sibbene adoperi tutte le sue forze e gli ausilii dei sensi onde adattarli alle cose migliori. Quest'alleanza di corpi ed anima è il vero e proprio equilibrio delle loro funzioni, l'una deve saper comandare, l'altro prontamente ubbidire. « Lo spirito libero, padrone di sè stesso, deve prendere dapprima in considerazione ciò che è dato all'uomo per la sua utilità e comodità e ciò che 121 si manifesta come bellezza e grazia; molto di ciò che nella natura per saggio decreto è lasciato allo stato rozzo ed informe, affinchè la mente umana si applichi ad epurarlo, egli lo rende, per quanto gli è possibile, bello e perfetto ». Il Trevisan passa ora alle condizioni della vita dell' uomo come tale, ai suoi doveri nel quadro della società umana. Lo spirito deve preoccuparsi di dare il giusto valore alle necessità del corpo, ossia all' utile e piacevole, come a ciò che porta in sè bellezza e diletto. Là natura lascia il brutto in secondo piano, affinchè 1' uomo lavori ad epurarlo* Essendo che la facoltà di discorrere (ratio colloquendi) solo a fatica collega gli uomini fra di loro, ed implica per così dire il genere umano in un sol corpo, così deve essere lo spirito di colui che deve contribuire ad aiutare, educare e migliorare gli uomini, e ciò non per accondiscendere agli altri, ma per corroborare se stesso. E con ciò l'oratore, dopo un lungo cammino, è giunto alla meta prediletta, al compito che tocca al condottiero terreno e spirituale del genere umano, al che tendevano anche i discorsi precedenti. Questa volta però vi si sofferma meno a lungo. Anche qui vien tracciato il sistema dei tre gradi. I due gradi già percorsi nell' attività dell' uomo erano 1' autoconoscenza e l'agire per la comunità. L'ultimo passo del Trevisan è il seguente: Quando 1' uomo ha soddisfatto ai suoi doveri della vita pubblica, e percorsi quindi tutti i gradi necessari della via, allora può salire dalla vita adiva alla vita contemplativa, ritirarsi in porto e dedicarsi non solo allo studio di quelle cose che attraverso i sensi vengono portate allo spirito, sibbene anche alle occulte e lontane; allora, libero da ogni peso e preoccupazione, intuirà i movimenti ed i corsi delle sfere celesti e come vi si muovono gli spiriti divini che le abitano, e persino quasi Dio che tutto ha fatto e conduce. Queste parole ci richiamano alla memoria Boezio e Dante. Con ciò 1' alato e fiero pensiero del veneziano è giunto al suo termine e più di quel eh' egli stesso poteva supporre, chè questa è 1' ultima azione della sua vita. L' orazione chiude con 1' allusione al festeggiato, il vescovo 122 Marcello, che avrebbe realizzato tutti questi gradi. « 0 voi ottimi dei », esclama il Trevisan, « quanto belli ed elevati sono questi compiti affidati agli uomini! Sebbene ciascuno li riconosca meravigliosi e li senta immensi, pure pochi sarebbero coloro che, in quanto uomini, potrebbero sperare di raggiungerli, se non avessero davanti agli occhi F uomo più saggio e migliore ». Il Trevisan vuol mettere in rilievo nell' elogio come il Marcello fosse già stato fin dai suoi giovani anni un uomo completo, quando negli altri bisogna ancora perdonare le follie dell' adolescenza e della gioventù. Chiude chiedendo al vescovo di pregar per lui, affinchè Dio « che ti ha posto tant' alto, ami anche noi e voglia la nostra salvezza ». Non venne dato al Trevisano, dopo una vita così piena d'attività, di procedere in una vecchiezza luminosa come s' era proposto. La vita contemplativa, che ci dipinge qui, non la gustò che in qualche raro momento di sosta della sua incessante operosità. Udimmo di vivi colloqui con umanisti e fervide letture in comune; della sua vasta cultura parla anche 1' ultima orazione, dalla quale traspare la sua dimestichezza con Platone. Dalla sua lettera ad Ognibene Scola apprendiamo eh' egli aveva un compagno di studi a Venezia (nostra in urbe), un certo Laurus. Purtroppo, malgrado ogni ricerca, non riuscimmo a sapere che ne fu di lui. Il Trevisano deplora che questo Laurus, quando Giovanni XXIII venne alla tiara, si sia lasciato allettare da un' alta carica nello Stato della Chiesa e si sia fatto chierico. Il Trevisan mette tale circostanza in conto di debolezza di carattere e avrebbe visto più volentieri eh' egli fosse rimasto laico e avesse continuato a leggere con lui libri di scienze e di matematiche e studiare eloquenza. Se vediamo ora la vita del Trevisan volgere alla sua fine, ci pare che il fato, se non gli fu generoso di lunga vita, volle però almeno nell' ultimo anno della sua gloriosa esistenza concedergli di dire 1' ultima parola e ordinare la sua casa. Quanto è significativa per lui quest' ultima 123 orazione nella quale conferma ancora una volta la sua concezione di vita e avanza fin ai confini dell' ultra terreno ! All' uomo mortale rimaneva però ancora un' importante missione da compiere: pensare all' ulteriore influsso della sua personalità e della sua straordinaria forza spirituale. Ciò egli fece alla fine mediante disciplina fisica e spirituale. L'erede del suo nome, Zaccaria, non era ancor nato; venne alla luce dopo la morte del padre. Si preoccupò allora di eleggersi un erede spirituale fra i giovanetti della sua città natale che studiavano a Padova. E trovò in Francesco Barbaro la forma avvenire del suo spirito medesimo, che doveva compiere, maturati che fossero i tempi, tutto quanto nella vita del suo predecessore era stato appena tracciato. Il Barbaro manifestò sovente il gran significato eh' ebbe per lui il penultimo anno passato col Trevisan. Il Trevisan lo incoraggiò per tempo a studiare il greco e a fare un grande passo avanti impadronendosi così dello spirito della classicità tanto ardentemente sognata. Allorquando altri nobili rimproverarono al giovane d'impiegar male il suo tempo, egli chiama come primo testimonio Zaccaria Trevisan e ci riferisce la sua opinione sull'antichità: « Non avrò nulla da aggiungere pel motivo (1) che porto la testimonianza a questo proposito dell' uomo migliore e più celebre che esista, del mio amico Zaccaria Trevisan. Egli, eccellente, per indole sua, per dignità, prudenza e saggezza e fama, s' era applicato in modo particolare a questa sorte di scienza, e riconosceva d' andar debitore assai a questi uomini di provata superiorità (si tratta dei traduttori dal greco nel latino corrente). Mediante il loro ingegno ed il loro fecondissimo lavoro, succederebbe, anzi è già stato fatto, che la dottrina, la vita, gli usi e le istituzioni di quelli (i greci) non ci sono più oscuri, e la dignità greca e la maestà romana grazie al loro ingegno ed alla loro fatica risaltano tra tutti gli altri popoli ». Il Barbaro crede che il suo tanto ammirato amico abbia ac- (1) Epp. Fr. Barbari, ed. Quirini pag. 189: ad Laurentium Monachimi. 124 quistata tanta fermezza di carattere dalla familiarità cogli antichissimi scritti dei classici, e debba ad essi la sua brillante carriera; continua quindi: «Avendo egli già concepito da ragazzo tale disegno, gli toccò che da giovane la nostra repubblica gli affidò il governo e l'intendenza di tutta l'isola di Creta. In questa carica dimostrò prudenza latina e amabilità greca. Aveva pure 1' intenzione di far sua la cultura e la dottrina greca da quelli che vivevano colà. Ed egli lo avrebbe fatto facilmente, se, non so per qual decreto del destino, non gli fossero mancati e tempo e maestro; ma non bisognava ascrivergli a colpa, soleva dire, ogni qualvolta un ignorante faceva scempio della sua nobile passione, se allo scadere del termine del suo ufficio a Padova, egli si rese padrone di questa scienza quasi come uno già fatto esperto. Se ne separò morendo all' età di 43 anni ». Zaccaria già anziano e il più giovane Francesco posero insieme la questione circa il concetto che aveva avuto F antichità del matrimonio. Poco dopo la morte precoce dell' amico si maturò nel Barbaro il piano del suo bel libro : de re uxoria. Quanto grande sia il suo debito di riconoscenza verso lo Zaccaria, lo esprime in queste parole: « Le mie brevi annotazioni sul matrimonio (1), si staccano dai precetti correnti, che non potrebbero nè venir esposti abbastanza bene date le mie modeste doti di spirito, nè abbastanza chiaramente sviluppati. Seguii piuttosto per lo più ciò che Zaccaria Trevisan, il cittadino più celebre di Venezia, un uomo che eccelle nel nostro tempo per ingegno, prudenza, giustizia, scienza delle cose somme, e gesta ed è a me legatissimo dai diritti dell' amicizia, pronunciò con gravità allorquando una volta venimmo ad imbatterci in tale discorso. Quivi è contenuta quasi tutta 1' eleganza della saggezza degli antichi sul matrimonio ». Probabilmente fu pure il Trevisan a spingere il Barbaro a scrivere il libro sul matrimonio. Par farvi un altro (1) Fr. Barbaro, De re uxoria, 1. e, 2, 13. 125 cenno: «Voglio (1) dar principio a parlare del matrimonio, e dirne, tanto brevemente quanto lo comporta un argomento tanto vasto, quello che osservai esser piaciuto al mio grande Zaccaria e ad altri eccellentissimi uomini ». Inoltre il Barbaro ci riferisce che nel colloquio con lui, il Trevisan aveva dato importanza particolare all' età della donna che si vuol prender in moglie (2). Io ho già esposto in altro luogo come tutte queste questioni siano in rapporto alla costituzione dell'aristocrazia veneziana (3). Su che cosa poteva intrattenere il Capitano di Padova quando invitava alla sua tavola il suo giovane amico e studente? Non ne abbiamo notizia alcuna; ma Zaccaria deve aver raccontato a Francesco della sua ricca esperienza di vita molto più di quanto noi qui in questo libro potemmo strappare all' oblio da tante fonti dimenticate. Con particolare interesse deve avergli narrato i costumi dei cretesi e delle cretesi, così come li aveva visti coi suoi occhi, e come si può dedurre da molti passi del libro sul matrimonio che sono da ascriversi a lui (cf. pag. 45 sg.). Finora si era creduto che il Trevisan fosse morto nel 1413. Ma nell' Archivio di Stato di Venezia c' è il suo testamento che venne redatto in data 8 gennaio 1414. Questo documento tanto prezioso per noi (Doc. IX) ci parla ancora di un fatto ignoto : al letto di morte del nostro veneziano stava Francesco, 1' amico suo e a questi, che gli era più prossimo, dettò le sue ultime volontà. Secondo la consuetudine 1' elegante stilista latino dovette dettare il suo testamento nel dialetto locale; il che, accanto alle sue ben tornite orazioni latine, suona un poco impacciato, ma ancor più commovente. V è in questi fogli ingialliti qualcosa come « 1' alitar dei padri dalla fossa, che prima di morire si raccomandavano al Signore », e alle parole, con le quali Zaccaria si congeda da Francesco, non pos- (1) /. e 5, 4. (2) /. c. 15, 5. (3) P. Gothein, Francesco Barbaro, II capitolo: Das Buch von dcr Elie. 126 siamo far a meno di commuoverci. Esordio e chiusa del testamento, conservato nell'Archivio di Stato veneziano, sono in latino, in quanto 1' apertura ha luogo solennemente per mano del doge. Il principe Michele Steno, sotto il quale aveva servito Zaccaria, era morto poco tempo prima di lui. Suo successore è il ben noto Tommaso Mocenigo, che presiede la seduta nella quale si prende atto delle questioni di eredità e della tutela dei figli del nobile defunto. Vien esposto al doge, come, durante la sua ultima malattia il fu nobiluomo Zaccaria Trevisano abbia fatto scrivere le sue ultime volontà per mano del nobiluomo Francesco Barbaro « in quodam folio bombyzino ». Il foglio uscito dalla penna del Barbaro non è stato conservato, ma sibbene la trascrizione d' ufficio nei registri pubblici redatta dal notaio Zane. Dopo esser stato scritto dal Barbaro, il testamento sarebbe stato letto ad alta voce in presenza di alcuni testimoni, dal dottore Andrea de Mussolinis veneziano (1), medico curante del Trevisano; giudicatolo in regola, il Trevisan lo avrebbe fatto registrare e custodire. «E nessun altro testamento è stato trovato ». L' apertura ebbe luogo il 24 maggio 1414. Ed ora passiamo al testamento medesimo. Neil' esordio era importante accentuare che Zaccaria, per quanto fosse gravemente ammalato, si trovava però nella pienezza delle sue facoltà mentali, affinchè il testamento fosse valido. S' egli fu vittima di un' epidemia non lo sappiamo. In principio dell' anno aveva bensì infierito una delle tante pesti a Venezia e nei dintorni, ma in autunno pare fosse già spenta (2). Quali esecutori testamentari Zaccaria nomina « Madona Cataruzza, mia dilectissima moglier et consorte » ed i suoi due zii paterni Azzo ed An- (1) Il medico Mussolini morì dopo il 1416 durante un' ambasciata a Carlo Malatesta. Fino al 1416 è chiamato: Promoter medicinae negli Atti del ginnasio paduano (edd. Zonta e Brotto), cfr. anche A. Gloria, Monumenti della Università di Padova I, 432 e Rem. Sabbadini Epistolario di Guarino Veronese, voi. Ili pag. 17. (2) RIS, voi. XXII, col. 883. 127 tonio, il suo medico Andrea de Mussolinis e Francesco Barbaro « mio verissimo amigho », ed ancora suo suocero Zuan Marcello. Costoro debbono pure assumere la tutela dei figli fin che abbiano raggiunto il diciottesimo anno di età. Dapprima Zaccaria chiede di venir sepolto nella chiesa dei Frari a Venezia, dove trovò più tardi anche il Barbaro la sua ultima dimora. Lascia alla discrezione degli esecutori testamentari di disporre per la bara ed i funerali, e così pure pei lasciti benefici; debbono attenersi a quello che sanno esser sue intenzioni. Madonna Caterina deve aver 2000 ducati, se terrà onorata vedovanza ed abiterà coi suoi figli, ma se non soddisferà alle sopraddette condizioni avrà solo 1600 ducati che rappresentano 1' ammontare della sua dote. Inoltre stanzia 400 ducati oro per le nozze della cugina sua, figlia del suddetto Azzo, e 1800 ducati per la figlia sua Isabetta non appena passerà a nozze. Solo da questi legati si può giudicare che il Trevisano era uomo che disponeva di un bel patrimonio. Fatta astrazione dei suddetti legati, tutto il resto della sostanza mobile ed immobile andava ai suoi tre figli Zuane, Daniele e Andrea. Il punto più notevole del testamento è quello in cui parifica quale erede il figlio spirituale ai figli carnali, il giovane Francesco Barbaro, eh' egli ama come i carnali. (Et sia etiandio del sopradicto Franchesco Barbaro mio verissimo amigho el quale ho amado come fiuolo e cussi intendo trattarlo). Che cosa deve aver provato Francesco quando il diletto uomo gli dettò ciò al suo letto di morte? Se possiamo solo intuirlo, ci è dato però di saperlo con certezza dal come si comportò rispetto agli eredi. C'è ancora sul finire del testamento un punto importante. « Item voglio perchè al presente penso che madonna Cataruzza mia mogliere sia gravida, se la partorirà fia o fie, quela o quele siano alla condizione et cadauna di quelle sia a la condition de Isabetta mia fiuola, e se la partorisse uno paro o più, quello e zaschadun de quelli sia a la con- dicion de gli altri tre fradeli o de Francescho miei universale heredi ». Gli nacque ancora un figlio che portò il nome dello scomparso, Zaccaria Trevisan, e acquistò 128 fama pari a quella del padre. Francesco Barbaro lo circondò fin da piccolo d' ogni cura, come il più caro legato vivente, e lo aiutò finché egli stesso morì. Gli altri figli non furono mai in primo piano e neppure vennero mai menzionati, solo il più giovane, Zaccaria Trevisan, fu, come suo padre, un uomo di stato significativo per la sua città natale. È, accanto a Ludovico Foscarini, l'erede dell' arte di governare di Francesco Barbaro, e udremo sovente parlare di lui ancora nella generazione seguente. Così alla morte del vecchio Zaccaria, che seguì immediatamente dopo l'8 gennaio 1414, la tradizione spirituale, che produsse i più importanti uomini di Stato veneziani, si continuò. Dopo la dipartita hanno la parola gli amici di Zaccaria, che furono duramente colpiti dalla sua perdita. Ciò vale sopratutto per Francesco Barbaro. Gli si offrirono tosto parecchie occasioni onde render testimonianza per F amico defunto di fronte ai posteri. I parenti che ci son noti attraverso il testamento e la famiglia Marcello vollero annunciare la morte ai dignitari ecclesiastici amici assenti, ai Cardinali de Challant e Zabarella. A proposito della promozione a dottore di Pietro Marcello sentimmo come 10 Zabarella, suo secondo promotore, fosse assente da Padova, essendo egli stato chiamato il 6 settembre 1413 da papa Giovanni XXIII insieme col soprannominato cardinale savoiardo e mandato in legazione presso L'Imperatore Sigismondo in occasione dell' imminente concilio. Questi due cardinali ebbero in quegli anni una parte assai importante nella politica curiale. Il de Challant, originariamente cancelliere del Conte di Savoia, venne elevato alla porpora il 9 maggio 1404 da Benedetto XIII (1). 11 Trevisan lo aveva conosciuto dopo aver pronunciato il suo discorso alla presenza di Pedro de Luna, allorquando gli venne dato 1' incarico di far visita anche ai cardinali dell'Antipapa. Poi il de Challant passò dalla parte dei cardinali di Pisa e ricevette da Giovanni XXIII il 19 (1) Eubel, l. c. I, 29. 129 marzo gli ordini sacri. Nel medioevo era possibile divenir vescovo e cardinale anche senz' esser ordinato sacerdote. Pure lo Zabarella non ricevette mai fino alla sua morte gli ordini superiori e morì semplicemente diacono. Alla morte del Trevisan i due cardinali si trovavano a Mantova. S'incontrarono poi coli' Imperatore a Como. Alle trattative assisteva pure Manuele Crisolora. A Como si scelse Costanza quale luogo di riunione per il concilio da indirsi. Allorquando il 1 ottobre 1414 Giovanni XXIII si mosse da Bologna con la curia alla volta della Germania, inviò nuovamente i due cardinali al Lago di Costanza per preparare i quartieri. Durante il primo periodo dell' adunanza ecclesiastica lo Zabarella rimase al servizio del papa napoletano, che 1' aveva fatto prima vescovo di Firenze, poi il 6 giugno 1411 elevato alla porpora, ma, dopo la catastrofe che seguì alla fuga di Giovanni XXIII, lo Zabarella abbandonò il suo padrone e si convinse non essere codesto Papa degno di sedere sulla cattedra di San Pietro. Divenne così il suo più accanito avversario. Lo ritroviamo nelle ulteriori sedute del concilio insieme al celebre Cardinale francese Pierre d'Ailly a capo dell' accusa contro Giovanni, e così contribuì alla sua incarcerazione. I parenti di Zaccaria, che, ad eccezione del vescovo Pietro Marcello, non avevano molta domestichezza col latino, pregarono Francesco Barbaro di sostituirli in questo uffizio. Dobbiam ancor esser grati al fedele amico Barbaro se codesta lettera e la risposta dello Zabarella ci furon conservati, chè questi pose tali scritti, che gli stavano particolarmente a cuore, ancora in tarda età - e gli erano intimamente cari - a capo del suo epistolario. Francesco quindi redige le lettere a nome dei parenti del Trevisan, ma ogni parola risuona di un' emozione sua. Vuol offrire all' amico 1' ultimo tributo d' affetto : questa lamentazione funebre si svolge nel più nobile latino, in una prosa vibrante simile a poesia. Entrambe le lettere son così ugualmente belle che di ognuna di essa meritano di venir tradotti i passi più salienti. Al cardinal Zabarella il Barbaro partecipa la notizia a nome dello zio 9 130 del Trevisan, Azzo (Doc. XI). « Se il mio incredibile dolore me lo avesse concesso ti avrei scritto prima sulla morte del nostro Zaccaria Trevisan perchè tu, che lo amavi di amore particolare, avresti dovuto, prima d' ogni altro, udire della morte dell' uomo a te tanto caro. Ma essendo 10 stato quasi annientato dal dolore, non potei segnalarti prima questo acerbissimo caso ». Intanto il Barbaro seppe d'altra parte, che lo Zabarella aveva già appresa la notizia ferale da altre lettere. Per giustificare di scrivere ciò malgrado al cardinale, aggiunge: «non per accrescere ancora le tue fatiche consuete con questi amari ricordi ». Francesco non vuol però con questo sottrarsi a codesto officio funebre, e lo Zabarella non vorrà fraintendere le sue intenzioni anche in tale triste scritto. « Avvenne poi che mi ritenni persuaso che la tua umanità avrebbe perdonato facilmente ogni ritardo in riguardo al mio dolore. Ti prego di voler pensare, o padre umanissimo, in quale stato di animo io mi fui quando vidi orbata la nostra repubblica di un cittadino tanto illustre, di un difensore tanto equanime e forte, di un ottimo senatore e degnissimo di lode in ogni genere di cose, e vedrò spogli i figli suoi di un padre amatissimo, e noi tutti della famiglia Trevisan e Marcello e gli altri del nostro massimo ornamento ». Dall' altra lettera indirizzata al Cardinale de Challant apprendiamo la posizione eminente che aveva assunto Zaccaria pure nella sua famiglia, così da venir considerato 11 capo anche dai parenti più anziani. Azzo dice, che sebbene per età il nipote poteva chiamarlo padre, pure gli fu padre per la saggezza e la maestà del pensiero, e per 1' amore e la pietà più che lratello e figlio gli era amico: « ma dovendo io piangere la sua morte, mentr' era più giusto eh' egli avesse pianto la mia, bisogna ch'io sopporti questo mio caso se non valorosamente, almeno con moderazione, per quanto sia quel che di più duro mi potesse accadere. Il desiderio di lui, che rimarrà in me perennemente per tutta la vita, non solo mi commuoverà sempre più ma mi consumerà continuamente. Mentre siamo afflitti da sommo dolore (parlo per me e gli altri della famiglia) 131 approfittiamo per altro nel male di un'unica consolazione: a quel modo che reputò egli non avrebbe considerato la morte una disgrazia per sè, così vedo chiaro che ci lasciò 1' amicizia di uomini sommi, la qual amicizia è nostro importantissimo officio curare con ogni diligenza ». Ciò si addice più che agli altri a Francesco, che sotto tale punto di vista segue le orme del suo grande amico. Dice anche allo Zabarella che, fatta astrazione dell' antichità, vide pochi uomini dell' epoca sua di tanta meritata fama come fu il Trevisan. « Bisogna aggiungere che i mali che la natura ci riserva e il nostro malo destino debbono venir sopportati con stoicismo, chè egli ci lasciò il ricordo del suo nome, il quale speriamo sarà duraturo nel nostro Stato, presso il Sommo Pontefice e quasi tutti gli uomini illuminati ». La risposta dello Zabarella, che era stimato come una delle menti più dotte della sua epoca, fa onore all' apostrofe di pater humanissime del Barbaro (Doc. XII). In curia vi fu un compianto generale per la scomparsa dello elegante ed influente oratore veneziano dalle scene politiche del mondo. Papa Giovanni XXIII espresse le sue condoglianze per mezzo del cardinale. Lo Zabarella medesimo fu poi così scosso dall' improvvisa perdita del vecchio amico, che non gli fu possibile di scrivere di proprio pugno la lettera di condoglianza e la dettò ai suoi familiari. Medita sulle sue sensazioni nella perdita dolorosa. Come aveva fatto il Barbaro, così cerca anch' egli di padroneggiare 1' agitazione intima con una lettera ben tornita. Era questa maniera d' umanista. Il tema della lettera dello Zabarella è il rifiuto dell' àtapa&oc stoica, dell' indifferenza di fronte ad eventi tristi o lieti. « Vengon lodati dagli stoici coloro, che sopportarono la perdita dei loro cari con animo forte, però non vengono biasimati coloro che, memori della loro umanità, si commossero. Se ciò non fosse, 1' evangelista Giovanni non avrebbe scritto che Gesù aveva versato lagrime sull' amico defunto; ed invano sarebbe dato dalla natura agli uomini la facoltà di piangere e di contristarsi, se, come soliamo 132 rallegrarci della buona fortuna, non potessimo dolerci dell' avversa. E perciò mi dolsi, piansi e gemetti per la morte inaspettata e ben troppo precoce del nostro chiarissimo Messer Zaccaria. Dovevo dunque rimanere immobile come dura pietra, orbato come mi trovavo di repente di tanto amico? come se non l'avessi nè conosciuto, nè amato, nè per insipienza non avessi capito quale jattura mi colpiva nel venir privato di tanto lume? ». Lo Zabarella intende dire che non è tanto per sè che si contrista, in tal modo, chè egli è un vecchio e non può a lungo esser disgiunto da lui. Egli avrebbe tosto incontrato Zaccaria, non appena si sarebbe congedato dalla terra; ma egli pensa ai suoi cari, e alla patria sua illustre che lo piange, Venezia, che ha perduto in lui un valoroso difensore, un padre, e poi la sua stessa città di Padova « vedova di tanto difensore, come non ne aveva finora mai posseduto nè mai potrà sperare d' averne ». Ricorda poi infine « tutti i buoni e chiari uomini che piangono l'infelicità di questo nostro secolo al quale venne rapito il suo più fulgente astro, tanto repentinamente, cosicché possiam meglio dire fu più un' apparizione che un dono ». Ed ora la condoglianza funebre, come s' addice alla dignità d'un cardinale, volge alle consolazioni ultra terrene, cristiane. « Per quanto tutto ciò ci costringa a piangere, pure è d' uopo che vi poniamo un freno, onde non andare contro i voleri di Dio. Bisogna pensar a ringraziare Dio di averlo dato alla terra, piuttosto che lamentarci se ce 1' ha tolto. Sebbene sia duro d' esserne privi, pure non bisogna troppo rammaricarci ch'egli sia stato sottratto agli uomini, sibbene augurare ch'egli sia stato restituito al cielo. Tutto al più si potrebbe lamentare eh' egli sia stato anzitempo strappato alla terra. Ma che tempo ? Vogliam proprio dire che fu strappato alla terra anzitempo, colui che, così mi pare, superò tutti gli uomini della sua generazione per lo splendore della gloria, e certamente come tutti sentono, agevolmente fu pari ai più eccelsi; colui che per la vastità dei meriti fu elevato a tale sommità di esaltazione e fama, che mancava fra gli uomini un' equa misura onde ricom- 133 pensarlo con premio degno di lui; colui che già nella prima gioventù era così maturo nelle virtù, da rivestire cariche di somma importanza non solo presso i suoi, ma anche in altre regioni? Non se ne è andato quindi fuor da questa luce caduca, ma uscì dalle tenebre per involarsi nella luce incorruttibile, nell' eterna gloria. Gode così senza posa in luogo degno di tante sue virtù contemplando quella prima luce infinita ed inestinguibile della divinità, donde incessantemente intercede affinchè, se così piace al principio sommo di tutte le cose, noi pure meritiamo di essere assunti ». Forse che il cardinale si era fatto mandare 1' ultima orazione pronunciata dal Trevisan all' università, alla quale egli non aveva potuto assistere? Pare di sì tanto le sue parole son simili alle ultime pronunciate pubblicamente da Zaccaria; solo che questi pone il grado massimo della beatitudine umana nella contemplazione delle cose divine, nella bellezza della trasfigurazione ancora quaggiù, mentre il cardinale sviluppa oltre questo pensiero e contempla lo scomparso nel regno ultraterreno. È un detto ripetuto sovente, a volte in senso deprimente a volte malizioso, ma sempre non vero, che tutti gli uomini son uguali di fronte alla morte. Chi ne ha visti morire alcuni, può rendersi conto della grande differenza di dignità ed indegnità. Mi sembra più saggio un detto di Francesco Barbaro, che cioè nessuno muore diversamente di come ha vissuto. Zaccaria Trevisan conserva il suo posto, così che la sua fine contiene tutta la linea del suo passaggio sulla terra. Anche queste lettere, ultima eco della sua dipartita, lo dimostrano. La perdita di questo uomo fuor dal comune fu sentita a lungo dal cuore di coloro nei quali aveva gettato il suo seme. Ancora ventidue anni dopo la morte di Zaccaria, Francesco Barbaro, in una lettera commendatizia per il figlio di lui, dopo un' ardente professione di riconoscenza per il duce della sua giovinezza, da lungo tempo ormai dimenticato, chiude con queste ferventi parole: Sic colo, sic observo, sic amo, ut neminem magis. INDICE DEI CAPITOLI I. - ORIGINI, STUDI E ANNI DI INSEGNAMENTO . pag. 7 Sommario: Nascita 7 - Guerra di Chioggia quando ilTr. aveva 10 anni 7-Ammissione della famiglia alla nobiltà 8 - Giovanni, suo padre 8 - Amicizia con P. P. Vergerio 9-11 - Studia giurisprudenza a Bologna 11 - Laurea 12 - È professore di diritto canonico 12 - Ultima questione giuridica disputata a Bologna 14 - Candidatura al patriarcato di Aquileia 16-20 - Matrimonio 20. II. - PODESTÀ DI FIRENZE.......pag. 22 Sommario: Situazione politica della città nel 1399 22 - Il Tr. e 1' Umanesimo a Firenze 24 - Episodio della sua podesteria 25. III. - SENATORE A ROMA........pag. 27 Sommario: Bonifacio IX e i Romani 27 - Nomina del Tr. a Senatore 28 - Doveri del nuovo ufficio 30 - Calata dei Bianchi a Roma 32-39 - Origini di quel movimento religioso 32 - Lettera di Coluccio Salutati relativa ai Bianchi 32 - Arrivo dei flagellanti a Roma 34 - Azione del Senatore Tr. nei loro riguardi 36 - Colpo di mano contro il Campidoglio 39 - Riconoscenza del Papa verso il Tr. 40 - Lettere di amici sopra il Tr. 41. IV. - IN SERVIZIO DI VENEZIA A FERRARA, GENOVA, CRETA, PADOVA .......pag. 43 Sommario : Contese nella famiglia d' Este 43 - Creta 45 - La caduta dei Carraresi 46 - Tr. provveditore in campo 47 - Primo Rettore veneziano di Padova 47 - Provviste per la città 49 - Questioni demografiche a Padova 50 - Rinnovamento dell' Università 51 136 - Orazione per il suo successore Pietro Arimondo, nel Capitanato 52-57 - Fini del discorso laudativo 53 - Tre gradi della lode 54 - Somma lode merita il Reggitore di Stati 55 - Preferenze dell' Arimondo 56-1 suoi compiti a Padova 57. V. - ORATORE DELL'AMBASCERIA PRESSO IL PAPA GREGORIO XII........pag. 58 Sommario: Nel Consiglio Minore 58 - Trattative con Niccolò d'Este 58 - La scissione della Chiesa dopo Urbano VI 58 - La commissione ducale per gli ambasciatori al Papa 60 - L' orazione del Tr. a Gregorio XII a Foiano 62-71 - Captatio benevolentiae 62-1 danni dello scisma 64-1 meriti di Venezia verso la Chiesa romana 65-1 danni che soffre la Chiesa 66 - esterni: i Turchi 67 - interni: per la depravazione del clero 68 - Conseguenze dell'orazione: il Papa dovrà abdicare 70 - Lettera di Leon. Bruni sull' efficacia dell' orazione del Tr. 71 - Eventi successivi all'orazione 72 - La colpa del Card. Dominici 74 - Viaggio degli ambasciatori veneziani all'antipapa 76. VI. - DISCORSO TENUTO ALL' ANTIPAPA BENEDETTO XIII - PODESTÀ A VERONA . . . pag. 77 Sommario: Confronto delle due orazioni 77 - La graduatoria degli uomini considerati nelle loro azioni 78 - La questione dell' abdicazione dei papi 79 - Trattative per un incontro dei papi 81 - ma questo non avviene 81 - Concilio di Pisa e scelta di un terzo Papa 81 - Venezia aderisce a Papa Alessandro V 82 - Le ragioni dell' insuccesso delle orazioni del Tre- visan 82 - Lettera consolatoria di Gasparino Barzizza 83 - Il Tr. e Papa Giovanni XXIII 84 - Lettera del Tr. a Ognibene Scola intorno a questo papa 85 - La soluzione delle questioni sul Concilio di Costanza 88 - Il Tr. Capitano di Verona 89 - L' orazione di Guarino Veronese in lode del Tr. 90 VII. - ATTIVITÀ IN DALMAZIA......pag. 92 Sommario: Trattative col maresciallo Boncicault a Genova 92 - Venezia e la Dalmazia nella storia 94 - Azione del Tr. per l'acquisto dell' isola di Corfù 97 - Re Ladislao di Napoli e la Dalmazia 97 - Riordina- 137 mento di Zara per il Tr. 99 - L' acquisto della piazzaforte di Ostroviza 101 - Corrispondenza fra la Signoria e il conte di Zara Tr. 102. - Questioni dell' aristocrazia di Zara 103 - La situazione di Sebenico 105 Il Tr. provveditore a Sebenico 106 - Lettera di Almerico di Serravalle a Pier Paolo Vergerio 109 - Risposta del Vergerio 111. Vili. - DISCORSO FILOSOFICO A PADOVA - TESTAMENTO E MORTE........pag. 113 Sommario: La pretesa scoperta della tomba di Tito Livio 113 - Assiste come promotore alla laurea del vescovo Pietro Marcello, suo cognato 115-1 rapporti fra il Marcello e il Trevisan 115 - Le usanze che si seguivano in occasione di lauree a Padova 116 - Il discorso filosofico del Trevisan 117-122 - Comincia dalla creazione del mondo 118. - La graduazione delle cose create 119 - Compito dell' uomo: nobilitare le cose inferiori 120 - Compito del condottiero del genere umano 121 - Dopo la vita attiva può salire alla vita contemplativa 121 - Non era data vita contemplativa al Tr. 122 - Ulteriore influsso della sua personalità : figlio postumo Zaccaria Trevisan, il giovane e figlio spirituale Francesco Rarbaro 123 - Il Trevisan ha indotto Francesco Rarbaro a scrivere il libro « De re uxoria » 124 - Il testamento di Z. T. dettato al Rarbaro. Muore subito dopo 1' 8 gennaio 1414 128 - Lettere di condoglianza scritte dal Rarbaro per la famiglia del defunto 128 - Al Cardinale de Challant 128 e al Card. Zabarella 130 - La risposta dello Zabarella 131 - Conclusione con un motto del Rarbaro. INDICE DEI NOMI DI PERSONA Ailly (d') Pietro Cardinale francese 129. Albizi (degli) Maso, capo della oligarchia di Firenze, 23. Albizi Piero giustiziato a Firenze, 23. Alessandro III 0 Papa, 65. Alessandro V° Papa, 81 sg. Alessandro Magno, 55. Alessio 1° imperatore bizantino, 95. Ancarano (di) Pietro giureconsulto di Bologna, 14-15. Anguillara Nicola conte feudatario papale, 34 sg. Anna suocera del Voivoda San- dalj, vedova del Ban Volz, 101. Anno (dell') Enrico vicepodestà di Padova, 47. Aquino (d') Tommaso, 54. Arimondo Pietro nobile veneziano collega de] Trevisan 52 sgg. 56 sg., 78, 90, 99, 100. Aristotile, 54. Armagnac duca Lodovico d' Orléans trucidato, 61. Augusto Imperatore, 55. Bajazet 1° sultano turco, 69. Barbaro Francesco statista veneziano 7, 11, 24, 45 sg., 55, 56, 70, 71, 74, 83, 84, 86, 99. 123 sgg., 126, 128 sg., 133. Barbarossa Federico 1° imperatore, 65. Barzizza Gasparino da Bergamo umanista, 83. Benedetto XIII (Pedro de Luna) antipapa, 54, 61, 74, 75, 76, 77 sgg., 128. Bianchi setta religiosa, 32-39, 75. Biondo Flavio istoriografo, 69. Boezio, 121. Bonifacio Vili Papa, 80. Bonifacio IX (Tomacelli) Papa, 12,16,19 27,28,34,37,40,41, 59, 73, 97. Boucicault, maresciallo francese governatore di Genova, 76, 92 sg. Brienne Gualtiero tiranno di Firenze, 22. Bruni Leonardo, aretino umanista fiorentino, 26, 28, 38, 71 sgg., 75, 88. Caraccio]i Corrado cameriere papale, 30. Caravello Marino, statista veneziano, 48 sg., 58 sg., 72, 76, 88, 89. Carlo IV imperatore, 17, 97. Carlo VI re di Francia, 61, 73. Carlo di Durazzo re di Napoli assassinato, 97. 140 Carrara Francesco Novello signore di Padova, 48, 51. Carrara Jacopo decapitato da Francesco Novello, 48. Carraresi principi di Padova, 7, 11, 46, 48 sgg., 85. Cessi (de') Nicola medico, 10, 41. Challant (de) Cardinale, 128 sgg. Cicerone, 56. Ciompi sommossa dei, 22. Colonna Nicola avversario di Papa Bonifacio IX, 39. Condulmer Gabriele (papa Eugenio IV), 74, 86. Correr Angelo v. Gregorio, XII. Cossa Baldassare v. Giovanni XXIII. Crisolora Emmanuele da Bisanzio 24, 70, 71, 90, 115, 129. Dandolo Fantino statista veneziano e poi vescovo di Padova, 16. Dante, 65, 121. Dominici Giovanni cardinale di Ragusa, 38, 74, 75, 82. Donati Pietro veneziano, 99. Elisabetta vedova di Luigi il Grande assassinata, 97. Ennio poeta latino, 56. Este (d'Azzo) competitore del marchese Niccolò, 43 sg. Este (d') Niccolò marchese di Ferrara, 40, 43, 58, 62, 85. Eugenio IV (Gabriele Condulmer) Papa, 74, 86. Euhemero, 56. Falier Ordelaffo doge di Venezia, 95. Federico II imperatore, 52. Ferrer, san Vincenzo di, 38. Foscarini Ludovico statista veneziano, 128. Gaetani Antonio patriarca di Aquileia e poi cardinale, 20, 68. Gataro Andrea cronista, 47. Gerson Giovanni 38. Giovanna I regina di Napoli, 97. Giovanni XXIII (Baldassare Costa), 44, 48, 84 sgg., 98, 111, 122, 128, 129, 131. Gregorio XII Papa (Angelo Correr), 19, 59 sgg., 77, 84, 86, 87, 88, 98. Gregorovius stor. tedesco, 27, 28. Guarino Veronese umanista, 53, 71, 74, 89 sgg. Innocenzo III papa, 80. Innocenzo VI Papa, 73. Ladislao re di Napoli e di Ungheria 45, 97, 98, 99, 102, 104. Laurus amico di studio del Tre- visan, 122. Livio, 113 sg. Lodovico cardinale camerlengo, 86. Luigi il Grande re d' Ungheria, 96, 97. Luna Pedro (de) v. Benedetto XIII. Malatesta Carlo Signore di Rimini, gonfaloniere della Chiesa, condottiero dei Veneziani, 28, 47. Manfredi Astorre signore di Faenza, 43 sg., 86. Marcello Giovanni suocero di Z. T., 21. Marcello Pietro vescovo di Ce- neda, poi di Padova, cognato del Trevi san, 41 sg., 54, 115 sgg., 128. Maria figlia di Luigi il Grande e moglie di re Sigismondo, 97. 141 Martino V papa, 88. Marziale, 83. Medici (dei) Cosimo, 22, 88. Miani Pietro vescovo di Vicenza, 71, 75. Mittarelli editore di una orazione del Trevisan, 68. Mocenigo Leonardo capitano del Golfo, 107, 108, 114. Mocenigo Tommaso Doge di Venezia, 47 sg., 89, 103, 126. Monaci Lorenzo (di) cancelliere di Greta, 46. Mussolini Andrea (de') medico veneziano, 126 sg. Nieheim Dietrich (von) abbre- viatore curiale, 39 sg., 88. Nogarola Giovanni decapitato a Venezia, 89. Petrarca Francesco, 24, 113. Pio IX Papa, 74. Platone, 54, 119, 122. Plinio, 56. Priorista fiorentino, 33 sg. Sabbadini Remigio filologo, 84. Salutati Coluccio cancelliere di Firenze, 15, 24, 26, 32 sg., 43, 74. Sandalj Voivoda bosniaco, 101. Savorgnan Federico nobile di Udine, ucciso, 18. Savorgnan Tristano nobile di Udine fa ammazzare il patriarca di Aquileia vendicando lo zio, 18. Scala (della) Brunoro, 85, 89. Scola Ognibene umanista, 43, 84 sgg., Ili, 122. Serravalle Almerico (de') medico a Zara, 109. Sigismondo re d'Ungheria, Imperatore romano, 82, 85, 88, 97, 98, 99, 104, 105. Sobieslao Giovanni marchese di Moravia patriarca di Aquileia ucciso a Udine, 17, 18. Socrate, 42. Solone, 91. Stefano II re d' Ungheria, 95. Steno Michele doge di Venezia, 44, 49 sg., 60, 64, 100, 126. Subiò Gregorio castellano di Ostroviza, 03. Tamerlano Gran Cane dei mongoli 44, 69. Teck (duca di) patriarca di Aquileia, 19. Teodoro arcidiacono bosniaco, 101 sg. Trevisan Giovanni padre di Zaccaria, 8. Tintoretto pittore, 64. Trevisan Antonio zio del Tr., 127. Trevisan Azzo zio del Trevisan 127, 130. Trevisan Catarina moglie di Zaccaria T, 21, 126 sg. Trevisan Jsabetta figlia di Z. T., 127. Trevisan Giovanni padre di Zaccaria, 8. Trevisan Paolo nonno di Zaccaria, 8. Trevisan Zaccaria il giovane figlio postumo di Tr. Z. il vecchio, 128. Altri figli Zuane, Daniele, Andrea, 127. Urbano VI papa, 17, 58. Venier Antonio Doge di Venezia, 18, 44. Venier Sante statista veneziano, 107. Vergerio Pier Paolo, umanista da Capo d' Istria, 9-11, 41, 109 sgg., 115. 142 Vieuville ambasciatore francese a Venezia, 93. Vinea (de) Pietro cancelliere di Federico II, 15. Visconti Giovanni arcivescovo di Milano 17, 19, 89. Visconti Gian Galeazzo duca di Milano, 19, 24. Virgilio, 113. Volz bano bosniaco, 101. Zabarella Francesco professore di Padova, cardinale, 47, 51, 53, 117, 128, 130 sgg. Zambeccari Pellegrino cancelliere di Bologna, 12, 15, 16, 19, 20, 21, 24, 27, 29. Zane notaio, 126. Zeno Carlo nobile veneziano, 19, 94. Zessi v. Cessi. Finito di stampare il 28 Agosto J942-XX