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Enumero degli esemplari stampati giunse, per il Donato, a 300, per gli altri, fra i 275 e i 300. Non pareche tutte le edizioni fossero messe in commercio, e avessero larga diffusione, giacché nel Lattanzio ripub-blicato a Venezia l’anno 1471 si cita solo l’edizione romana del ’68. 20
ROMA Il primo volume stampato a Roma con data certa è quello contenente le Lettere Familiaridi Cicerone, in fine del quale si legge 21 :
Hoc Conradus opus Svveynheym ordine miroArnoldusque simul Pannartz una aede colendi,
Gente theutonica Rome expediere sodales.
In domo Petri de Massimo MCCCCLXVII.
I due stampatori di Subiaco, che qui sono ricordati la prima volta, erano dunque venuti a Roma, ed aveanostabilito un’officina nella casa loro concessa da Pietro della celebre famiglia de’Massimi, presso Campo diFiori 22 . Quando vi vennero? Parrebbe nella seconda metà del giugno’67, avendo dato fuori a’dì’12di quelmese in Subiaco il S. Agostino . Ma non è improbabile che lo S. assai prima del P. vi si recasse ; nè mancachi suppone subito dopo il Lattanzio si preparassero a cambiar Subiaco con Roma, per godervi i comodidella città, ed avere uno smercio maggiore ; 23 o anche che, appena conosciuti a Roma i volumi di Subiaco, nascesse nei fratelli Massimi il desiderio d’aver nella città l’officina tipografica e di chiamarvi gli stampatori 24 .Il lungo tempo trascorso senza che altro pubblicassero si spiegherebbe facilmente riflettendo come sitrattava di fondar qui una grande tipografia, la quale avrebbe date ogni anno parecchie edizioni e migliaiadi volumi. Comunque, doverono esservisi già stabiliti nel novembre di quell’ anno, giacché a Parigi si conserva un esemplare del S. Agostino del giugno precedente, nel quale fu apposta da mano contem-poranea questa nota: 25 „Hunc librum . .. emit. . . Leonardus Dathus ... ab ipsis theutonicis Romae com-morantibus, qui hujusmodi libros innumeros non scribere, sed formare solent. Anno Salutis MCCCCLXVIImense novembrio.“
Cosi avviata l’officina, poterono i nostri stampatori fare nel’68 non meno di quattro edizioni; la 2“ delLattanzio, lo Speculum di R. Zamorense, la 2“ del S. Agostino , e, a’13 dicembre, i Trattati e Le Epistoledi S. Girolamo in due volumi. 26 Maggiore ancora fu il lavoro^negli anni seguenti, giacché ne rimangono,del ’69, 11 edizioni contenenti opere di Cicerone, Apuleio, Aulo Gellio, del Bessarione , di Virgilio, Livio,Strabone, Lucanof; 27 10 del’ 470, cioè La Storia Naturale di Plinio, la 2 a edizione del S. Girolamo , le Letteredi Cicerone, i Sermoni e le Epistole di S. Leone Magno, Lattanzio, S. Agostino, Quintiliano, Svetonio , laCatena Aurea di S. Tommaso, una Bolla di Paolo II; 6 del ’71; Cipriano, la Bibbia Latina, Silio Italico ,Cicerone, Ovidio, Niccolò de Lyra in cinque volumi tre dei quali finiti di stampare nel’72, Esiodo tradottoin latino; 9 del ’72; Cicerone, Livio, Aulo Gellio, Giustino e Floro, Caracciolo, Svetonio , il Commento diDonato a Terenzio, Cesare; 7 del ’73; Platone, Aristofane, Strabone tradotti in Latino, il Perotti, Marziale ,Plinio, Polibio . 28 Queste edizioni, alcuna delle quali in più volumi, quasi sempre in foglio, e spesso distraordinaria grandezza, tirate generalmente in 275 o 300 esemplari ciascuna, rappresentano molte migliaiadi copie, che i nostri tipografi sparsero nel mondo civile.
II carattere costantemente usato in tanti volumi, dal ’67 al ’73, è molto simile al precedente di Subiaco ;però in qualche cosa se ne allontana, ed ha su di esso alcuni pregi come non pochi difetti. Lasciando, in-fatti, quanto è in quello di gotico, assume prette forme romane , imitando perfettamente nelle maiuscole lelettere capitali dell’ epigrafia; d’altra parte, ha qualche carattere assai sformato e brutto, come la a corsiva,la i senza punto, la s oblunga. È molto più imperfetto per l’esecuzione; sembra opera di mano frettolosa, alettere sproporzionate, spesso allineate malissimo ; è, per molti, in complesso, peggiore del precedente, piùnoioso e sgradito alla vista; pure costituisce un passo verso le belle forme rotonde. 29
|Fin dal Cicerone del ’67, troviamo correttore dei nostri tipografi uno studioso lombardo, G. Andrea de’Bussi, nato a Vigevano nel ’417, morto a Roma il dì ’4 febbraio ’75; scolare del celebre Vittorino da Feltre ,poi vescovo di Aleria, in Corsica, amico del Cusano, che gli aveva fatto dare un ufficio nella BibliotecaVaticana, cosi povero, del resto, che, come egli confessa nell’ Aulo Gellio del ’69, non avea da farsi raderlabarba.30 Rivedeva i codici, correggeva le stampe, presentava al pubblico i nuovi libri con una letteradiretta quasi sempre al Pontefice. Se l’opera sua non fu scevra di mende, s’acquistò pure assai merito,iniziando la critica de’ testi, l’uso delle dedicatorie. Verisimile sembra che a lui pure si debbano quei versi,che appaiono, fin dalla prima romana, in parecchie edizioni, e che sopra abbiamo riportati, e degli altri,che si vedono per la prima volta nel Bessarione del 1469 (H. 3004):